
Stefano Rolando
Versione audio: https://www.ilmondonuovo.club/podcast-130-la-domanda-condiziona-l-offerta/
Sempre ricordando che in questi podcast (dall’origine intitolati “Il biglietto da visita”, interpretato come il tema della “rappresentazione” , con tutti i suoi attori; politica, media, impresa, società, cultura) abbiamo seguito un’idea credo costante. Non si capisce del tutto l’offerta (i modi e i contenuti di quei teatri) se non si segue con attenzione anche la domanda.
E se nella domanda – trend globale, certamente occidentale, ormai certamente italiano – diventano importanti se non maggioritari i tratti sommari, ultrasemplificati, deculturalizzati, emotivi, rancorosi, a pendolo tra l’astensione e l’evasione, tra rabbia anti-elitaria, costruzione del nemico e rigurgiti di violenza pubblica e privata; non c’è da stupirsi se la cultura prevalente (il marketing) non favorisca in tutte le salse risposte che dovrebbero essere commisurate.
La domanda di serietà fondata su storia, memoria, studio, progetto, razionalità, impegno civile, regole della democrazia, parole che appaiono spesso consumate, si riduce.
E l’alimentazione di una comunicazione diffusa che aumenta lo stigma per questa trama cosiddetta “progressista” (un punto di equilibrio tra giustizia sociale, competitività e rispetto per i controlli) fa del fronte demagogico un dominatore che per ora è senza rimedio.
Il modello trumpiano si è imposto a valanga nel maggiore bastione democratico del mondo.
Francia e Germania vacillano. Diciamo che inglesi, spagnoli e giapponesi resistono. L’Italia trasforma il marketing populista di Berlusconi che ha spezzato i principali paradigmi del serio riformismo (altro che partito liberale!) in una catena di varianti che prendono nomi, posture, stili e programmi diversi. Ma tutti orientati a cavalcare la rottura del negoziato riformista tra borghesia produttiva, ceto medio attivo grazie all’ascensore sociale e un mondo del lavoro abbastanza garantito da welfare, studi di base e servizi pubblici.
Dal vaffa di Grillo, ai rosari di Salvini, al post-fascismo con tendenze autoritarie della Meloni. Sono un prolungato cantiere durato non pochi mesi, ma 30 anni. Con intervalli, spiace dirlo, balbettanti di un centrosinistra progressivamente smarrito e con tratti identitari indefiniti.
Intanto la borghesia produttiva è quasi evaporata. La residua classe operaia irretita dalla propaganda antimigratoria (migranti rubalavoro, rubacase, stupratori) è politicamente traslocata, il ceto medio con l’ascensore sociale fermo ha perso fiducia e tranquillità, i servizi pubblici essenziali hanno perso efficacia sociale e quel che è peggio fiducia dei cittadini.
Per la politica oggi di opposizione sta venendo meno, giorno per giorno, il sistema sociale di riferimento. E dunque l’auto-referenzialità dei partiti diventa la malattia che finora appare incurabile di chi dovrebbe garantire l’alternanza democratica.
Resta in Italia il punto morale di riequilibrio del Presidente della Repubblica (riconosciuto dagli italiani con quasi il 70% di fiducia) ma la costituzione italiana prevede una democrazia parlamentare che ha le sue regole e i suoi vizi. E un dato di realtà, oggi valorizzato nel tema della stabilità.
I giovani appaiono in buona maggioranza fuori dai radar quanto a diritto di parola sul futuro, a spinte della relazione scuola-lavoro e dal mercato professionale del merito.
È il punto di caduta più grave del sistema che favorisce soprattutto tra di loro la fuga nell’immaginario disimpegnato e in molti casi trasgressivo. Perdita colossale per il progetto delle transizioni in corso.
La saldatura di modelli tra il trumpismo e la frammentazione in Europa che sarà alimentata programmaticamente dai global player mondiali in questo anno in corso, è dunque il punto forte dell’agenda che il 2025 va consolidando.
E che dovrebbe mettere tutti coloro che sentono necessaria una resistenza progettuale (politica, informazione, impresa, sistema dell’educazione e della formazione) di allungare la vista al mediotermine, non farsi troppe illusioni sul breve, studiare i cambiamenti e fare progetti solidi. L’importante è non trascinare una lamentazione, sconsolata e con sguardi solo al passato. Questa è una linea che conquista solo qualche pensionato deluso, non le nuove generazioni.
Esistono le basi, i luoghi, le offerte per organizzare i cambiamenti.
Credo che le università avrebbero un ruolo da spendere importante in questa riorganizzazione mentale e culturale. Ma vanno affrontate zavorre e recuperare ritardi che attanagliano questa ipotesi. Pur vedendo tracce di intelligenza su cui puntare.
Ci sono ancora persone, luoghi, cantieri. certamente più importanti di quelle che erano a disposizione dell’Italia dopo il consolidamento del fascismo in regime, Giusto cento anni fa. cancellando ogni forma di libertà (una cupa regressione durata complessivamente 23 anni, cioè una intera generazione) in cui opporsi voleva dire mettersi in clandestinità e quindi mettere in pericolo la propria vita.
Piccoli lampi. Il caso del coraggio della vescova anglicana Mariann Budde, ci dice alcune cose. Il video di “riorganizzazione” lanciato da Bernie Sanders su Instagram è la prova che non tutti stanno alla finestra.
E l’imminenza di una data rilevante in Italia ci dice altre cose. Parlo dell’80° della Liberazione che fino ad ora il solo Presidente Mattarella ha raccontato (nel messaggio di fine anno) come un tema importante dell’agenda nazionale ed europea del 2025. Perchè è il banco di prova per vedere se di storia e trasformazioni si vuole ragionare, oppure fare polemiche sterili, censure e gestioni burocratiche della memoria.
Il mio podcast breve di oggi (breve anche per una convalescenza ospedaliera che mi limita un po’ le forze) è questo piccolo editorialino metodologico.
Per segnalare tra l’altro che questo giornale, Il Mondo Nuovo, e le sue forme di iniziative stanno provando a mettersi in cammino, nell’idea che si lavora soprattutto per mettere a disposizione dei giovani tracce di un resoconto forse utile alla loro autonoma e libera rielaborazione.
E quindi per conservare la prova che lo spirito critico serve ancora a qualcosa.
E che c’è molto da imparare prima di usare i social come banco di esibizione di giudizi maldestri e di rancori irrisolti.