Podcast n. 131 – Il Mondo Nuovo – 9.2.2025 – Piano Draghi e ciclone Trump (tema con il punto interrogativo).

Versione audio:https://www.ilmondonuovo.club/podcast-131-piano-draghi-e-ciclone-trump/

Stefano Rolando

Grazie al Circolo-Centro Studi “Emilio Caldara” e alle Associazioni “Per l’Italia con l’Europa” e “Adesso!”, venerdì 7 febbraio si è svolto a Milano  un colloquio impegnativo e realistico che ha messo a fuoco potenzialità e criticità del contesto europeo in cui il Rapporto Draghi “sulla competitività europea” agisce – a quattro mesi dalla sua presentazione – come riferimento politico, economico, finanziario e metodologico al “cambio di paradigmi” che è ora in agenda con l’impeto che viene esercitato, anche nelle relazioni USA-UE, da Donald Trump.

Ma sarebbe giusto ancora dire “o non agisce”. Perché il ciclone Trump, con la sventagliata di misure al tempo stesso sovraniste ma anche imperialiste del 30 gennaio, ha cambiato un po’ i tempi dell’agenda globale. Nella quale l’Europa, prima di fare qualunque cosa, deve sempre sbrogliare le sue contraddizioni e le sue divaricazioni.

Di cosa stiamo parlando i più lo sanno. O almeno lo hanno sentito dire. Stiamo parlando del documento che il 9 settembre scorso Mario Draghi ha presentato alla Presidente della Commissione europea Ursula von der Leyen su sua richiesta. Un documento strategico che si concentra su tre aree principali:

  • colmare il divario tecnologico rispetto ad altre potenze globali,
  • promuovere e coordinare una decarbonizzazione competitiva,
  • aumentare la sicurezza, riducendo le dipendenze economica e tecnologica dall’estero.

Aspetti cruciali sono:

  • l‘accelerazione dell’innovazione, soprattutto nelle tecnologie avanzate come l’intelligenza artificiale e la digitalizzazione, settori in cui l’Europa è in ritardo esplicito rispetto a Stati Uniti e Cina;
  • ma anche – non va scordato –  creare condizioni per difendere l’architettura delle politiche sociali che restano essenziali nelle condizioni della democrazia europea.

Dunque, obiettivi, volumi di investimento e priorità per combattere il rischio di declino e dipendenza, dato il rallentamento della crescita della produttività europea, che sta indebolendo la sua capacità di competere su scala globale.

Nella discussione milanese , moderati e introdotti da Sara Cristaldi e Marco Ghetti, sono intervenuti Silvia Pugi (che ha proposto un’efficace sintesi del Rapporto), gli economisti Giorgio Arfarars, Marco Leonardi, Pietro Modiano, Alberto Meomartini e Maria Letizia Giorgetti  e – come esponente delle istituzioni amministrative milanesi – il consigliere Gianmaria Radice.

In un modo o nell’altro hanno tutti segnalato i limiti delle volontà politiche attuali (con aspetti persino contro-tendenziali situati nella crescita del posizionamento sovranista in Europa) e del quadro di regole e norme vigenti che rendono problematica la piena attuazione del Piano. La sola Letizia Giorgetti – economista industriale dell’Università Statale – ha segnalato la percezione di un sentiment di fiducia che vien e dal mondo imprenditoriale preoccupato per la situazione in corso.

In ogni caso non ci vogliono accurate analisi per vedere quella situazione politica e in senso lato decisionale in Europa e in Italia che Ezio Mauro ha descritto in un editoriale su Repubblica di qualche giorno fa: tutti muti e sgomenti alla finestra.

Nel mio precedente podcast ho provato a lanciare il tema – che qui oggi riprendo – della necessità di rianimazione sociale della domanda di politica e di misure economiche. Quindi di rilancio del dibattito pubblico soprattutto extra-istituzionale. Ho segnalato in questa discussione, concludendo i lavori (videorergistrati e in rete alla pagina di Facebook del Centro Caldara[1]), che una voce si è sentita nel dopo 30 gennaio trumpiano. Ed è quella dell’ex commissario europeo alla concorrenza (ed ex presidente del Consiglio italiano) Mario Monti.


[1] https://www.facebook.com/share/v/15YvXCqW5B/

Che ha sostenuto che gli orientamenti di Trump non mirano solo a sgretolare l’Europa e in senso lato la democrazia occidentale. Ma attentano – dice lui – anche al capitalismo. Quello degli spiriti animali, degli imprenditori, cioè, che credono nel confronto competitivo e nel mercato. E perché lo dice? Perché vede che il gota del capitalismo (soprattutto digitale) americano ha abbandonato il mercato come territorio di iniziativa ma è addirittura entrato nel governo. Quindi nella cabina di regia per fare regole. E quali regole? Quelle che ricostruiscono i nuovi monopoli. Una sorta di replica all’operazione prima di Eltsin e poi di Putin per creare la nuova oligarchia post-comunista in Russia.

Il cenno che ho fatto su Facebook di questa cosa sentita in tv dal sen. Monti        ha fatto replicare qualcuno – diciamo da sinistra – per sostenere che il capitalismo contemporaneo per sua natura è filo-monopolista. E quindi sarebbe anche tutto per sua natura “protezionista”?

Anche se il tavolo discussione al Caldara è sembrato poco ottimista sulla volontà politica di sostenere misure e metodi del Piano Draghi, non tutti sembrano essere sicuri che la cultura di impresa in Europa navighi verso queste aspirazioni monopoliste che per loro natura tendano ad abbandonare gli sforzi verso un’adeguata competitività.

Ecco allora che appare un tema di discussione nel profondo, facendo emergere valutazioni bilanciate e verità su percezione e attese. Non solo pensando alla “volontà politica”.

Un po’ su questo aspetto ho provato a fornire spunti conclusivi alla discussione di Milano. Che qui provo a riprendere brevemente. Si può e si deve agire non solo top-down ma anche “dal basso” – nello spirito sociale che De Rita ha sempre ricordato con riferimento alla “autopropulsione del sistema sociale”, attorno ai dati percettivi delle questioni che sono sul tappeto. Non vanno rese un fortino recintato per gli addetti ai lavori.

Certamente c’è una dinamica di confronto della complessità imprenditoriale europea che va svegliata dalle paure che più che nei confronti degli americani si sono rivelate nei confronti delle accelerazioni dei cinesi e soprattutto nel campo dell’automotive e nel settore integrato delle questioni energetiche.

Ma siccome la metafora complessiva della discussione mondiale che si va accendendo appartiene alla sequenza che ha segnato il trapasso dei secoli, appena dopo la nascita di internet. Dunque, primo tempo,  la globalizzazione. Con tutti i suoi profeti (nella ricerca, nelle analisi, nelle previsioni, cioè in un campo che è largamente quello dei sistemi universitari e di ricerca). E ora sta partendo il secondo tempo di questo film: quello della de-globalizzazione, con tutti i suoi profeti. E quindi è logico e giusto fare appello alla risorsa democratica (nel senso cognitivo) rappresentata dal sistema universitario perché non faccia solo il proprio interesse (commentare e ritirare la mano) ma risponda alla sua stessa regola di “public engagement”.

In terzo luogo, c’è un quadro di soggetti collocati nei corpi intermedi della società che tende a stare alla finestra perché la politica non traina più il collateralismo di una volta  ed è spaventata dai cambiamenti colossali che si sono nella rappresentanza sociale dei partiti stessi.

Ma non è che questo sistema sia morto, non mantenga posti di lavoro, e non abbia più la memoria del suo ruolo nelle fasi di sviluppo.

Se questo triangolo bottom up non prende vigore attorno ai temi che, per esempio, il Piano Draghi propone, allora ci meritiamo le prepotenze del nuovo futurismo politico che è in atto, con un sapore spesso vetero, ma così vetero – soprattutto in Italia – da farci venire i brividi per i paragoni che l’immaginario letterario e cinematografico propone ricostruendo pagine del fascismo proprio di questi tempi.

E soprattutto succede  che il sistema della rappresentazione – quindi largamente i media – finisce per fare da sé ogni sintesi. Adeguandosi alle regole del pugilato politico che serve forse alla sopravvivenza della politica ma non è detto che faccia crescere con più giustizia il mondo.

I conti con la società, vogliono anche dire i conti con  i cittadini, la loro testa e la loro pancia. Ed è piena di incognite – riguardo a ciò che stiamo dicendo – la rilevazione demoscopica fatta da Ipsos (Nando Pagnoncelli) che si legge sul Corriere di sabato 8 febbraio secondo cui a dire chiaro e tondo no a Trump sono solo il 52% degli italiani, anche se è vero che a dire sì apertamente è il 28%. Con la contraddizione che c’è dappertutto e che c’è anche nella società, per cui quando si chiede ai cittadini se con Trump le relazioni tra Stati Uniti ed Europa miglioreranno o peggioreranno, il 22% le vedrà migliorate e il 57% le vedrà peggiorate.

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