A proposito del mio Album delle figurine (che trasferisce in FB qualche riga ogni giorno accompagnata da qualche immagine da “Il dilemma del re dell’Epiro”).

Un vecchio amico – anzi per un certo tempo anche compagno di studi – che ha girato il mondo con un pensiero e uno stile “garibaldino”, con uno scherzosa passione per il passato prossimo e molta capacità di costruire innovazione e futuro, mi scrive da oltre Oceano e a un certo punto mi pone un quesito spalle al muro:
 
“Sulle prime ho provato commozione e divertimento per le tue figurine, candida consegna alle cose buone del tuo passato e della nostra generazione, libera memoria in libero Stato, anelli della catena immateriale che ci ha fatto diventare italiani e cittadini del mondo. Poi ho pensato che eri diventato pazzo – tu ancora in battaglia per tante cose – a svelare tutto quello che tu stesso chiami “remotismo” andandoti a cercare guai di questi tempi. E ora pensando soprattutto che non riesci mai a essere fasato con il tuo tempo: partigiano quando andava di moda lo yuppismo, radicale quando andava di moda l’establishment, civico quando imperava il berlusconismo, ora identitario costituzionale quando va di moda l’identità plebea e umorale. Insomma perché lo fai?”.
 
Vecchio mio, mi offri tu la risposta bell’e confezionata.
Ho raccolto dieci anni fa un bel malloppo di scritti civili (“Quarantotto“, Bompiani) e tenevo a mostrare la coerenza, diciamo salveminiana, di un riformismo combattente. Ho dato vitalità all’archivio delle carte, nel mio piccolo, perché non capisco la discontinuità galleggiante sul vuoto.
Ho risposto ora a centosettanta domande dedicate all’intreccio tra pensiero e azione, perché non capisco il divorzio tra queste due parole. Penso davvero che la “discontinuità” in atto nel mondo sia vera ma anche transitoria e in trasformazione, quando si faranno strada menti più robuste e ricchezze meno piccoloborghesi da destinare alle cause collettive.
Ora c’è contrapposizione e, per chi vuole, tentativi di studio che per un po’ non faranno testo e non cambieranno il corso della storia.
C’è chi passa le giornate a twittare retorica indignata. Io continuo a provare a raccontare la vita di noi intermedi, né leader né gregari, infrastruttura di tutti i tempi delle storie di progresso. So che – giornalisticamente parlando – non c’è molta notizia. Ma faccio il professore da molti anni e credo di conoscere un poco la chiave del patto generazionale possibile. Fare scorrere parole credibili e non aspettarsi né la riconoscenza facile, né la rivolta plateale. Magari un pezzo di pensiero apparentemente di continuità ma in sostanza rifondatore. Pochi, per affetto e se possibile per stima.
E’ la lezione di Pennac. Ed è la ragione per cui – si parva licet componere magnis – presiedo la fondazione dedicata a uno degli italiani migliori del ‘900, Francesco Saverio Nitti, che quasi tutti gli italiani non conoscono. Ci sono ancora margini per farcela.

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