Le verità controverse del centenario di Caporetto

Sul n. 10/2017 di Mondoperaio  un mio scritto sul centenario della disfatta di Caporetto (che cade in ottobre) e una sintesi del dibattito mediatico e storiografico che si è svolto di recente su questa vicenda molto rilevante per la storia identitaria italiana.

Stefano Rolando

 

 

Abituati a celebrare vittorie e successi nazionali per elementare regola istituzionale, pur nei limiti di un carnet militarmente fragile e in una storia del ‘900 abbastanza avara, sappiamo che il calendario di questo ottobre ci riserva un appuntamento amaro.

Tra poco batterà sul cielo della Patria il suono della memoria della maggiore disfatta dell’Esercito italiano e di conseguenza dell’Italia intesa come nazione unita.

Tra il 24 ottobre e il 12 dicembre si celebra (per così dire) il centenario di Caporetto, nome che da quel tempo diventa sinonimo di “sconfitta disastrosa”. Parola metaforica del linguaggio comune, opposto, ad esempio, al risorgimentale e barricadiero “Quarantotto”.

Caporetto è oggi un comune sloveno (Kobarid) di poco più di 4000 abitanti e sede del museo di quella disfatta. Nelle carte di guerra austro-ungariche il paese era annotato come Karfreit.

Fare i conti con le pagine buie della propria storia è esercizio severo ma necessario per misurare la qualità e l’indipendenza della ricerca storica, per cogliere nel tempo la variazione interpretativa sollecitata dalla politica e dalla ragion di Stato, per capire la reattività dell’opinione pubblica attorno ad eventi sempre più lontani (nel tempo) ma non così lontani da scomparire dal radar della memoria identitaria.

Chi perse a Caporetto? L’Esercito? I soldati italiani, quei tanti militi ignoti contadini e semianalfabeti raccontati da Monicelli nella Grande Guerra uno dei quali tumulato, la Patria grata e memore, nel monumento appunto al “Milite ignoto” a Roma? I generali, e quindi il loro comandante supremo? Il governo? La monarchia? L’alleanza anti-imperiale degli Stati nazionali europei di cui l’Italia era, con tardivo ripensamento, parte?

La Strafexpedition

A Caporetto il capo delle forze armate italiane è il generale Luigi Cadorna e sotto di lui i generali Luigi Capello e Pietro Badoglio (che venne pure specificatamente accreditato di uno dei maggiori errori tattici di quella battaglia, lo stesso Badoglio che caduto Mussolini diventerà il primo capo del governo post-mussoliniano [1]).

Sono schierati ai loro comandi 257 mila soldati, forti di 1.342 cannoni. Di fronte la coalizione austro-ungherese e tedesca, i cui rispettivi eserciti sono ai comandi il primo di Svetozar Borojevic von Bojna e poi di Ferdinand Kosak e il secondo, quello tedesco, di Otto von Below e poi Konrad Kraft von Dellmensinger.

Aspetti di insipienza e di crudeltà del vertice militare italiano – che gli storici diffusamente accusano di non competenza nella gestione della difesa e del ripiegamento, ovvero di un uso dell’artiglieria solo concepita come arma d’attacco e non di difesa – fece oggettivamente di Cadorna il capo di una sconfitta che per altro lui cercò di addossare alla paura dei soldati[2]. La Strafexpedition (ovvero la “spedizione punitiva”) contro gli italiani concepita da una concentrazione di 353 mila soldati armati con 2.518 cannoni terminò con 13 mila morti italiani, 30 mila feriti gravi e 265 mila prigionieri. La vittoria dell’alleanza austro-tedesca costò comunque a quegli eserciti 50 mila tra morti e feriti.

In sostanza a Caporetto la linea italiana cedette, gli avversari ruppero il fronte aggirando le truppe italiane che ripiegarono “in rotta” dall’Isonzo al Piave (150 chilometri) dove, dopo quasi un tragico mese, la linea si riconsolidò.

Roma aveva già deciso la sostituzione di Cadorna con Diaz, a causa di vicende precedenti questa dodicesima battaglia dell’Isonzo, così che la Conferenza Alleata di Parigi già aveva premuto sul governo italiano, prima guidato da Paolo Boselli e dal 25 ottobre da Vittorio Emanuele Orlando, per una diversa impostazione strategica. Si era immaginato di spostare Cadorna presso la stessa Conferenza e di avvicendarlo al fronte. Ma l’autorità di Cadorna rese incerta e ritardata la decisione così da non toccare l’impianto della battaglia cruciale. Argomento che ovviamente estende il quadro delle responsabilità. Dopo la battaglia, naturalmente, la sostituzione avvenne e fu Armando Diaz a guidare la riscossa del Piave e di Vittorio Veneto.

L’ampia attenzione degli storici

Attorno a Caporetto gli storici italiani hanno discusso a lungo, in forma ininterrotta nella seconda metà del ‘900 e continuando in questo scorcio di nuovo secolo.  Quanto alla diaristica moltissimi i contributi, tra cui il non trascurabile contributo del generale Angelo Gatti, capo dell’Ufficio storico dell’Esercito italiano, che operò a presidio stretto e con la fiducia del gen. Cadorna, il cui diario su Caporetto, curato e introdotto da Alberto Monticone, è stato pubblicato dal Mulino nel 1964 e poi riproposto nel 1997. Merita solo, per memoria letteraria, ricordare che su Caporetto c’è un diario di Gadda, tenente degli alpini tra il ’15  e il ’19 e ci sono riferimenti (non vissuti ma riportati) in Addio alle armi di Hemingway, che arrivò sul fronte come volontario della Croce Rossa, ma solo nel 1918. Curzio Malaparte si ispira alla rotta di Caporetto per imbastire il suo La rivolta dei santi maledetti nel 1921. E ancora Ardengo Soffici (La ritirata del Friuli, del 1920) e Filippo Tommaso Marinetti con i suoi taccuini di guerra (a partire dal 1916) diedero un contributo memoriale alla mitologia della “disfatta”. Drammatiche tracce poetiche in Cardarelli ed Ungaretti. L’espressione – rimasta viva fino ai giorni nostri – dei “Ragazzi del ‘99”, si riferiva proprio alla leva diciottenne mandata al fronte nel ’17 e quindi non solo protagonista della riscossa del Piave ma anche penosamente coinvolta nella sconfitta dell’Isonzo. Tra i testi che hanno influenzato l’opinione degli italiani, dal dopoguerra in poi, è in evidenza la ricostruzione letteraria di Emilio Lussi (allora capitano nella Brigata Sassari che prese parte alla dodicesima battaglia dell’Isonzo) Un anno sull’altipiano[3], poi reso cinematograficamente da Francesco Rosi in Uomini contro con Gian Maria Volonté (1970) [4]. L’ultima rievocazione artistica della materia è stata opera di Ermanno Olmi nel suo film Torneranno i prati del 2014 [5].

La bibliografia scientifica è poderosa e si possono fare solo alcuni cenni. Mario Isnenghi e Giorgio Rochat con molteplici pubblicazioni. Piero Melograni alla fine degli anni ’60. Nicola Labanca fino al suo ultimo Caporetto. Storia e memoria di una disfatta (Il Mulino, in questo 2017)  e su posizioni più prudenti e problematiche Paolo Gaspari con vari scritti tra cui Le bugie di Caporetto. La fine della memoria dannata (con prefazione di Rochat, edito dallo stesso Gaspari nel 2011). Mentre scriviamo sono annunciati in questo autunno Silvia Morosi e Paolo Rastelli, Caporetto.24 ottobre 1917: storia e leggenda di una disfatta (in edicola col Corriere della Sera a fine ottobre); Alfio Caruso, Caporetto. L’Italia salvata dai ragazzi senza nome (Longanesi, in ottobre); Marco Mondini, Il Capo. La Grande Guerra del generale Luigi Cadorna, Il Mulino (a fine settembre).

Il tema, come si dice, tira. E la forma del dibattito attorno al tema più controverso – le responsabilità di Cadorna – ha ancora il potere di interessare i media e non solo le librerie.

A un passo dalla ricorrenza, ad esempio, il supplemento culturale del Corriere, La Lettura, dedica ora quattro pagine a questo specifico confronto tra due storici che hanno assunto posizioni diverse proprio sulla figura e i comportamenti di Cadorna : Nicola Labanca e Paolo Gaspari, il primo ordinario di Storia contemporanea a Siena, il secondo editore a Udine, specialista e studioso della “grande guerra”. Labanca fa emergere un tratto di cocciutaggine di Cadorna che lo porta a sottovalutare molte inadeguatezze strutturali. Gaspari prende in esame – proprio partendo da quelle inadeguatezze – il percorso più ampio del comando di Cadorna tratteggiandolo come “il migliore stratega dell’Intesa”.

Sono poi indispensabili ad ogni ricostruzione gli studi internazionali (tra i quali non sfugge il nesso temporale tra Caporetto e la rivoluzione bolscevica in Russia nello stesso ottobre) e in particolare quelli dei paesi direttamente avversari, di cui dà conto nel suo ultimo scritto anche il prof. Labanca che ricorda tra questi anche la testimonianza di Rommel, giovane combattente a Caporetto. Di evidente importanza sono gli ininterrotti lavori dell’Ufficio storico dell’Esercito italiano con la nuova regestazione delle carte della Commissione di inchiesta (inventario curato da Alessandro Gionfrida edito nel 2015).

La difficile relazione tra quadro di governo e comandi militari resta un punto di sostanziale convergenza nei giudizi. Ma con l’analisi di quegli anni la figura di Cadorna assume la maggior concentrazione di responsabilità che riguardano cinque fattori di analisi:

  • la cultura tecnico-strategica del “comandante supremo”, esperto di offensive, meno di ritirate (nell’occasione comunque – difformemente dal comunicato del 28 ottobre – non previste e non preparate);
  • l’autoritarismo come tratto caratteriale prevalente che attenuava i vantaggi della relazionalità nei processi decisionali;
  • l’attitudine ad un rapporto con le truppe che fa affiorare negli storici più volte la parola “crudeltà” [6];
  • la rigidità delle relazioni con il quadro politico, cornice essenziale del conflitto;
  • la conflittualità persistente nell’alto comando (pur composto per lo più da alti ufficiali piemontesi che discutevano in dialetto) soprattutto in ordine agli aspetti strategici.

Nell’impossibilità di fare articolate citazioni dai testi degli storici, ci si limita a riportare l’opinione di Alberto Monticone (autorevole storico e già presidente dell’Azione Cattolica) che, nella premessa alla riedizione del 1997 del diario di Angelo Gatti, scrive:

La pubblicazione del Diario contribuì al chiarimento delle responsabilità militari della rotta verificatasi nell’ottobre ‘17 sull’Isonzo, contrastando con la tesi, sposata dal Cadorna, della viltà dei soldati, quasi una sorta di tradimento collettivo. Se l’autore diligentemente annotava ciò che al Comando Supremo si pensava e si diceva in proposito, contemporaneamente forniva impressionanti notizie sul modo con il quale venivano condotte le operazioni, confermando con elementi di prima mano il giudizio già espresso da una parte della storiografia circa lo sproporzionato sacrificio di sangue rispetto agli obiettivi perseguiti e circa il grave malcontento dei soldati. Le pagine di Gatti rivelavano, con particolari inediti, episodi di fucilazioni sommarie e di una decimazione, che rimandavano ad una necessaria indagine tanto sulla concreta vita delle truppe in prima linea quanto sull’opera dei tribunali militari”[7].

Il fascismo e Cadorna

A saldo di tante storie e di tante carte di complessa interpretazione, il generale Cadorna resta dunque il principale imputato della vicenda. Ma quelle carte fanno anche emergere la necessità di collocare il  giudizio nel quadro della cornice interpretativa di un fenomeno complesso quale è una guerra condotta nelle condizioni di una tecnologia che doveva ancora compiere un tratto importante dell’evoluzione dei sistemi industriali; con il protagonismo degli eserciti di terra e di una non tramontata idea nei sistemi militari dei corpi stessi dei soldati da intendersi come “armi”;  con una storia militare dell’Italia unita ancora acerba quanto a formazione, preparazione ed efficienza. In quella complessità è evidente che concorrono molti soggetti che sono parte del sistema delle decisioni a cui il verdetto storico potrebbe ridistribuire meriti e colpe a seconda dell’esito di specifiche vicende e, alla fine, delle loro conclusioni. Sotto tale luce il gen. Cadorna potrebbe restare persino “figura sospesa” nel giudizio storico, fermi restando i tratti di spicco e le documentate critiche che il setaccio storiografico ha fin qui accumulato.

Ma la figura di Cadorna assume evoluzioni che si accompagnano alla storia d’Italia dopo quella guerra.

Resta infatti il capitolo della politicizzazione che il fascismo impresse all’immagine di Cadorna, per acquisire a sé tutti i successi della vittoria comprese le pagine – magari trattate con il chiaroscuro della politica dell’informazione – che potevano trovare spunti di polemica con le decisioni dei governi a guida liberale o socialista. Quei governi, ad esempio, che alla fine concorsero alla giubilazione di Cadorna. Così che Mussolini divenne, pochi anni dopo, avvocato difensore dell’ex-comandante supremo con la fama del “duro” e, senza obbligarlo all’appartenenza dichiarata al fascismo, lo fece maresciallo d’Italia, carica davvero suprema che gli restituiva tutti gli onori e, a morte sopravvenuta (a Bordighera nel 1925), usò il suo ormai non contrastabile potere toponomastico nazionale per riempire il Paese di vie e di piazze a lui intitolate.

Un irrisolto milanese (e non solo)

Nella revisione della toponomastica urbana dell’immediato dopoguerra il generale Cadorna non finì nelle liste del pantheon fascista da resettare e rimuovere in una indiscutibile operazione di discontinuità. Fu per superficialità di analisi o per insufficienza di elementi di appartenenza? Fu per delimitare il perimetro all’Italia in “camicia nera” o magari anche per riguardo al ruolo di suo figlio, Raffaele Cadorna, anch’egli generale, a capo del Corpo Volontari della Libertà, quindi della Resistenza militare italiana?

Chi qui scrive alcuni mesi fa – con un certo anticipo sull’anniversario di Caporetto – ha ritenuto di riprendere con alcune argomentazioni del più recente dibattito tra gli storici una iniziativa di qualche tempo prima dei radicali milanesi tesa a sollecitare l’Amministrazione comunale di Milano a compiere una revisione attorno alla figura del generale Cadorna prendendo in considerazione i caratteri consolidati della critica storica insieme all’utilizzo propagandistico  del suo nome fatto dal fascismo. Per arrivare alla possibile conclusione di conservare il cognome “Cadorna” nella intitolazione di una delle più popolari piazze delle città (che quotidianamente accoglie e smista una immensa quantità di pendolari che lavorano a Milano e che risiedono nei comuni limitrofi), sostituendo tuttavia il nome di Luigi con quello di Raffaele.

Non si è ottenuto che una laconica risposta burocratica degli uffici comunali preoccupati del disturbo arrecabile ad una settantina di utenti domiciliati in quella piazza, eventualmente alle prese con il cambio di nome. Varie le condivisioni, ma nessuna voglia di riaprire il dossier della “revisione” che ben inteso non spetta ad un ufficio tecnico ma alla sensibilità politica dell’istituzione.

II mito e l’enigma di Caporetto appaiono – a cento anni – soprattutto alimentati da una “ragion di Stato” che probabilmente non ha mai voluto andare a fondo su fatti e responsabilità, pur ampiamente discussi dagli studiosi in libri destinati a piccole tirature.

Da qui potrebbe partire il tema della legittimità o della illegittimità di una toponomastica – che non riguarda solo Milano ma molte città e borghi italiani [8]– pensata in tutt’altri contesti e poi salvaguardata diciamo così da un patriottismo inerziale.

I milanesi – che hanno sentito per tanti anni cantare a Giorgio Gaber o a Nanni Svampa Porta Romana bella (“ha perso più battaglie il tuo reggipetto che il general Cadorna a Caporetto”) – è probabile che capirebbero.

 

 

Note

[1]Non si è mai capito bene perché i cannoni di Badoglio abbiano taciuto, nell’alba nebbiosa del 24 ottobre 1917”, così comincia una densa e accorata ricostruzione di Aldo Cazzullo della disfatta, a cui il Corriere dedica (24 settembre 2017) la prima pagina, scrivendo anche: “Uno dei misteri di Caporetto è che Badoglio, anziché essere rimosso come Cadorna e Capello, sarà promosso capo di Stato maggiore dell’Esercito”.
[2] Il famoso e discusso comunicato del gen. Cadorna dopo la rottura del fronte (diramato il 28 ottobre 1917 e poi attenuato dal governo) fu questo: “La mancata resistenza di reparti della 2° armata, vilmente ritiratasi senza combattere o ignominiosamente arresisi al nemico, ha permesso alle forze austro-germaniche di rompere la nostra ala sinistra sulla Fronte Giulia. Gli sforzi valorosi delle altre truppe non sono riusciti a impedire all’avversario di penetrare nel sacro suolo della Patria.  La nostra linea ripiega secondo il piano prestabilito.  I magazzini e i depositi dei paesi sgombrati sono stati distrutti. Il valore dimostrato dai nostri soldati in tante memorabili battaglie combattute e vinte durante due anni e mezzo di guerra dà affidamento al Comando supremo che anche questa volta l’esercito, al quale sono affidati l’onore e la salvezza della Patria, saprà compiere il proprio dovere”. I servizi di propaganda avversari immediatamente lanciarono sui soldati italiani volantini in cui era scritto: “Italiani, il comunicato del 28 ottobre del generale Cadorna vi avrà aperto gli occhi sull’enorme catastrofe che ha colpito il vostro esercito. In questo momento così grave per la vostra Nazione, il vostro generalissimo ricorre a uno strano espediente per scusare lo sfacelo. Egli ha l’audacia di accusare il vostro esercito…Questa è la ricompensa al vostro valore…”
[3] Edito in Francia nel ’38 e poi da Einaudi dal 1945, in più edizioni.
[4] Lussu e ancor più il film di Rosi saranno sempre oggetto di strali della pubblicistica fascista, nazionalista e sovranista. Un esempio recente, in rete, nel giornale on line Il Primato Nazionale, è il lungo testo di Pierluigi Romeo di Colloredo che tra l’altro dice: “La rievocazione della Grande Guerra sembra un fiorire di luoghi comuni più numerosi che in un discorso di Bergoglio che speriamo non dedichi un intervento anche a quest’argomento: i poveri fanti proletari mandati al macello da generali psicopatici, le trincee fangose, tutta la fuffa pacifondaia tanto di moda della retorica dell’anti-retorica. Del resto, nell’italietta che cancella le piazze intitolate a Luigi Cadorna, più che il libro di Lussu, Un anno sull’Altipiano, si conosce il film che ne fu tratto, Uomini contro, e i suoi contenuti antimilitaristi e antinazionali che Emilio Lussu, interventista convinto e mai pentito, non si era mai sognato di dare al suo romanzo, per altro politicamente assai schierato”.
[5] Il 4 novembre di quell’anno proiettato alla presenza del presidente della Repubblica e in tutti i luoghi operativi delle forze armate italiane nel mondo.
[6]Cadornismo” fu il termine utilizzato da Antonio Gramsci per definire quel trattare gli essere umani come carne da macello.
[7] Alberto Monticone, Premessa (datata luglio 1997) a Angelo Gatti, Caporetto. Diario di guerra, Il Mulino, 1964-1997, pagg.VIII e IX.
[8] Monumenti, vie e opere intitolati a Cadorna sono realtà diffuse in Italia a cominciare dalla strada a tornanti che per 25 chilometri si arrampica sul Monte Grappa attorno a Bassano e che si chiama “Strada Cadorna”. Nel 2011 la commissione toponomastica della città di Udine ha deciso di cambiare il nome della piazza intitolata a Luigi Cadorna in “Piazzale dell’Unità d’Italia”. Lo scrittore e giornalista Ferdinando Camon ha preso a quel tempo più volte posizione a favore di questo cambiamento (“Il generale Cadorna non ha diritto a vie e piazze”, La Stampa 10 giugno 2011);  mentre al contrario lo storico piemontese Aldo A. Mola ha scritto (Il Giornale del Piemonte, domenica 24 luglio 2011) un articolo intitolato “Cancellare Cadorna? Smemoratezze e suicidi politici”).

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