Congedi. Cesare De Michelis

(10.8.2018) – Addio a Cesare De Michelis. Una notizia molto dolorosa per quella fama che lui stesso si era fatto di domare così a lungo la sua malattia.

Nella rarefazione di questi ultimi tempi, si vorrebbe che anche la nostra vita andasse al rallentatore. Ci lasciasse il tempo per scomporre e ricomporre. Soprattutto per ritrovarsi. Per lo più quel tempo non c’è. E queste notizie spezzano legami, senza altra possibilità che accedere alla memoria.

Con lui stagioni intense, qualche stridore di carattere, quaranta anni tra Venezia e Roma, un meritato ( e riconquistato) successo editoriale e l’eredità da Vittore Branca (di cui lo stesso Branca si compiaceva) di una delle più prestigiose cattedre di letteratura italiana, quella dello storico ateneo di Padova.

Con lui e quindi con Marsilio anche due miei libri (uno “Caro Avanti!” alla fine degli anni settanta, uno più recente “Una voce poco fa” , entrambi di analisi della vicenda socialista), mentre per un terzo di tutt’altro genere (una rilettura romanzata dell’otto settembre) conservo una sua lettera tra le più affettuose per motivarmi il ragionevole “no” che mi ha messo sulla strada di un giusto rifacimento, finora non concluso.

In ogni caso a quella casa editrice la narrativa italiana deve la scoperta di nuovi talenti, mentre per la saggistica la voce della cultura politica liberalsocialista italiana deve di avere potuto esprimersi anche nei lunghi anni di “deserto politico” che caratterizzano l’ultimo quarto di secolo.

E poi da Cesare De Michelis una montagna di spunti che nascevano quasi sempre dalla sua intelligenza e dal suo spirito critico. Ma anche dalla sua generosità e dai suoi affetti di “finto burbero”. Libri, giornali, politica, università, a suo tempo anche televisione su cui andavamo raramente d’ accordo.

L’ultima volta a Linate, in una lunga attesa, in larga parte dedicata alla sua campagna intellettuale e geopolitica per convincere i milanesi ad abbandonare la “sterile” proiezione verso Torino (MI.TO) e preferire la proiezione lombarda verso il Veneto (LO.VE).

La foto è di trenta anni fa.

Parlarci e’ stata la cosa che abbiamo fatto e rifatto con convincimento.
Un abbraccio a Emanuela, a Luca,  a Gianni,  ad Alvise e a tutta la sua casa editrice.

(12.8.2018) – Gli articoli – e comunque i commenti – che ho letto attorno alla scomparsa di Cesare De Michelis, in particolare quello di Carlo Ossola questa mattina sul domenicale del Sole 24 ore (dorso che ospitava anche note di CDM), bellissimo quello di Giuliano Ferrara ieri sul Foglio e poi anche quelli di Mimmo Cacopardo sulla Gazzetta di Parma, di Paolo Mauri su Repubblica e il doppio paginone del Corriere (con Susanna Tamaro, Cristina Taglietti e Francesco Giavazzi), ruotano tutti attorno alla fortuna di una personalità singolare, capace di legami importanti ma anche di svettate individuali, formatasi e costruita attorno alla sua autonomia professionale.
Lo stesso Cesare De Michelis – riproposto dal Corriere ieri – fa sintesi di questa qualità: “Al sapere servono merito e autonomia, non soldi pubblici”.
Scrivo questa noterella pensando ad alcuni scambi di idee personali con lui stesso.
La passione per la politica lo porto’ – cosa per CDM non banale – a fare l’assessore al Comune di Venezia, ma essere “il fratello di” rese difficile il raggiungimento di una vera dimensione “politica nazionale”, salvo quella delle idee e dei pensieri, che andavano ben oltre i confini nazionali. Un po’ se ne vantava, un po’ se ne dispiaceva.
Lo ricordo perché, pur non avendo fratelli in politica, nel 1982, dopo alcuni anni intensi nella stagione progettuale e culturale promossa da Claudio Martelli – come ricordo nel mio recente libro-intervista “Il dilemma del re dell’Epiro” – proprio il giorno in cui Martelli divento’ vicesegretario del PSI Claudio mi invitò a cena per propormi di passare armi e bagagli al nuovo fronte interno al Partito. Avevo pochi secondi per decidere e la prospettiva apparteneva di certo ad alcune mie corde. Ma non a tutte. E così – masticando insieme coraggio e rimorso – dissi che optavo per continuare la mia vita e la mia attività professionale (al tempo di dirigente aziendale in Rai). Ancora per oltre dieci anni Cesare, io e alcuni altri avremmo avuto con la politica un rapporto libero e critico. Immutate le passioni, limitate le opportunità. Poi per i venti anni successivi una intera classe dirigente si sarebbe divisa tra pensionati precoci e chi – nelle università, nelle imprese, nelle istituzioni culturali, scientifiche e sociali, altrove – avrebbe certamente patito la privazione di far parte legittimamente di una attiva comunità di valori, ma avrebbe anche conservato la soddisfazione di farcela con le proprie mani, chi più chi meno talentuose, comunque cogliendo il frutto di una scelta che era parsa a tratti anche una privazione. L’unico a cui riuscì di tenere insieme i due profili fu Giuliano Amato, che forse disponeva di una caratura speciale.
Il racconto di questi articoli della vita di Cesare De Michelis come “una vita di successo” credo che gli avrebbe fatto piacere, ma, con un angolo del suo pensiero, senza dimenticare quella “privazione”.
La storia di quella generazione, a me pare, è solo accennata.
Ma non è ancora del tutto scritta.

 

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *