Lettere dall’ America – Alabama n. 6/2018. Uno sguardo all’americano medio

 

Paolo Giacomoni
14 agosto 2018

​​Quando siamo arrivati negli Stati Uniti, vent’anni fa, mia moglie e i miei figli hanno imparato l’inglese guardando la televisione. Dopo qualche settimana mia moglie, che è francese, mi ha detto :”Che strano, nelle pubblicità gli imbecilli di turno sono sempre i mariti o i papà”.
Essendo cresciuta in Francia, terra dove le donne ammirano glu uomini come gli uomini ammirano le donne e dove l’integrazione razziale (razziale, non culturale) non è più un problema, mia moglie non ha colto il fatto che le mogli o i figli nelle pubblicità sono asiatici, neri, indiani, medio-orientali e che i mariti e i papà sono sempre e comunque “bianchi”. Certo, per vendere i propri prodotti ci si rivolge alle nicchie socio-culturali emergenti e dotate di cash, quindi alle donne e ai bambini, e alle minoranze etniche inserite nel sistema produttivo.
​L’americano medio passa otto ore a lavorare, otto a dormire, quattro negli ingorghi stradali o a pranzo e cena e quattro davanti alla televisione da cui riceve un’ora di pubblicità. Quest’ora costituisce il 100% dell’input culturale, intellettuale e informativo dell’americano medio. Ed il messaggio che ne riceve è che il mondo di cui ci si occupa è fatto di bambini coreani che suonano il violino, di adolescenti indiani che strafanno con i computer, di bambine nere che correggono i professori, di donne medio-orientali dotate del senso logistico di un marine, a cui ogni tanto per far buona misura si aggiunge un rabbino in costume da bagno e un pellerossa (per carità, Dio mi perdoni, un nativo americano!) al volante di una Ferrari.
​L’americano medio, abituato ad essere il bersaglio della pubblicità, e come tale adulato e coccolato, non avendo solidi riferimenti culturali, si sente tagliato fuori dal mondo, cosa che tra l’altro gli pare ricevere conferma dal fatto che in trent’anni il suo potere d’acquisto è calato del 10%. Ne consegue una ribellione contro la globalizzazione che si nutre di riferimenti cinematografici di second’ordine, di pubblicità politica fuori moda e di letture mal digerite del Reader’s Digest. L’americano medio è quindi facile preda di chi si lamenta in genere contro i fautori della globalizzazione ed è in favore del ripiego su stessi e di chi predica contro l’arrivo di nuovi immigranti e contro il fiorire di minoranze di ogni tipo….e in ciò è anche favorito dall’atteggiamento surrealista di certa stampa vicina al partito democratico, che dà lo stesso spazio alle malefatte di Manafort e al dibattito per sapere se le università devono avere dei gabinetti che siano riservati ai transessuali.

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