Rispondendo ad un visitatore preoccupato e smaliziato
Stefano Rolando
Versione audio: https://www.ilmondonuovo.club/come-sta-la-democrazia-italiana/
Se dovessimo raccontare oggi la politica italiana a un interessato, preoccupato e solo apparentemente disinformato visitatore arrivato qui dall’altra parte del mondo, da cosa dovremmo cominciare?
Quando mi è capitato, di recente, ho titubato più del necessario su questa domanda. E mi è venuto solo in mente di provare a stringere il campo facendo io un paio di domandine preliminari. Tipo: ma cosa vuoi sapere di fondo che non ti dica Google in qualche secondo?
Quello se la ride un po’ e mi dice: ma in fondo, anche se vengo dall’altra parte del mondo, i fondamentali credo di saperli. E sciorina. Una democrazia consolidata negli anni , una buona costituzione, molti partiti che coprono tutte le vecchie e le nuove idee occidentali. La vecchia classe dirigente quasi uscita di scena. Resiste ai vertici dello Stato. In partita 40/50enni. Dunque, ricambio. Un impasto tra idealismo e marketing più che ideologici. Sembrano molto presi dall’appartenenza allo schieramento bipolare, più che all’originalità teorica di questo o quel partito. I giovani appaiono piuttosto marginali, però una donna giovane è a capo del governo e una donna altrettanto giovane è (quasi) capo dell’opposizione. È così?
Sta cambiando il gioco, adesso sono io che rispondo…vabbè… comunque prima risposta. Ok, allora vuoi sapere in sostanza, se in Italia c’è ancora pienamente una democrazia, cioè se il gioco del potere è bloccato oppure è libero?
Credo che il tema gli interessi, ma capisco anche che vorrebbe parlare d’altro. Parto allora da qui. No, la partita non è bloccata. Con qualche elemento di specialità. Una vocazione si chiama “sinistra”. Non è quella ideologica del ‘900. Ma contiene anche elementi ideologici. Per il momento tende a far squadra a “sinistra” più che verso il centro. Perché vuol stare attaccata al suo osso. Quello con cui prende i voti e gli applausi. La parola sinistra. Più o meno è incasinata, come in tutta Europa. Preferirebbe fare le sue regole con le componenti che non hanno remore a chiamarsi “sinistra”. E poi magari aprire al centro un po’ in sordina avvicinandosi alle urne. Un’altra vocazione si chiama “destra”. È più o meno quella ideologica del ‘900, quindi concettualmente “nazionalista” con dentro anche la costola nordica-autonomista (una volta secessionista) che per questo non è catalogabile come “destra”, ma che si andava evaporando, per cui la sua leadership ha sterzato verso un opportunismo un po’ straccione per raccattare voto “nazionalista”, cattolico-conservatore, sostanzialmente anti-migratorio. Ora in questo pasticcio non sa come uscirne. E quindi per il momento è azionista di minoranza del marchio “destra”. Poi c’è un’altra componente che è erede del berlusconismo che vuol raccontarsi come centrista, senza avere nulla del popolarismo cattolico storico italiano, perché ha origini consumistiche, piccoloborghesi, un po’ qualunquiste. Si accontenta di fare la quota che porta in maggioranza la coalizione di destra e che se staccasse la spina la destra perderebbe il potere.
In questa cornice la sinistra – per tradizione di posizionamento – ha un carattere di protesta molto più accentuato che quello di governo (non si sa cosa voglia realmente e responsabilmente salvo rivendicazioni scontate). E la destra – cementata da una coalizione forzata – esprime potere più che governo. Quindi è vero che la democrazia italiana non è morta.
Ma ci sono dei “ma”. Stando all’attuale duello polarizzato non c’è la chiarezza anglosassone di linea, leader, programma, obiettivi strategici. In più uno scontro tra cultura di potere e lucrare fatturato elettorale dicendo solo “no” rende la qualità di questa democrazia inferiore alle altre più significative situazioni europee (in parallelo al tasso di crescita economica).
Il tipo mi ascolta con qualche interesse. Cioè coglie questa “piccola differenza”. Ed è inevitabile che arrivi alla domanda ovvia sul perché un Paese che nel ‘900 ha sostituito il fascismo assolutista con una larga maggioranza centrista regolata dalla Democrazia Cristiana, oggi non esprima quasi per niente questo grande lago che quando vai a misurarlo è poco più che una pozzanghera.
La fine dell’organizzazione – legittimata non sedicente – dei cattolici in politica, dico io, ha tolto di mezzo l’aggregazione di centro capace di creare una condizione tripolare. Personalismi, arte oratoria, slalomisti, piccole confraternite con membership stretta e voto chiuso, non fanno un centro politico alternativo e nel quadro nazionale non c’è un civismo significativo (e sincero, che c’è forse sotto la dimensione territoriale di 15/20 mila abitanti) in grado di elaborare un sistema di alleanze fondato sul pragmatismo delle autonome.
L’ interlocutore (che ha letto più cose sull’Italia di quelle che fa credere) storce un po’ il naso. Ma, insomma, raccontata così la democrazia governante appare un po’ limitata, fore anche un po’ bloccata?
Difendo un po’ la baracca. Ma dico: ma non tanto limitata per queste cose. Lo è alla fine per altre ragioni.
- Che l’evoluzione di questo sistema è arrivata a tenere lontano dalle urne più della metà dei cittadini aventi diritto. Un astensionismo senza pari.
- Che nelle componenti sociali di voto del sistema bipolare pesano su entrambi i poli una quantità non contabile ma troppo forte di analfabeti funzionali (vocianti e pressapochisti).
- Che la qualità della classe dirigente (politico-tecnico- amministrativa) è calata sotto la soglia della decenza.
- Che tra potere esecutivo e potere legislativo non c’è più alcun equilibrio né di controllo né di decisionalità.
Queste cose (che si leggono nella vasta letteratura corrente sulla crisi della democrazia in Occidente) mi sono un po’ scappate. Tanto che così ormai la baracca la difendo maluccio. Decido infatti di starmene un po’ zitto. Ma qui non sta zitto lui (tanto che comincio a sentire l’ombra di un collega universitario, fintamente spaesato, ma con buona percezione del metodo di analisi) che a questo punto si preoccupa della salvezza vera e propria dell’Italia. E dice quello che anche gli intellettuali italiani finivano per dire anche al tempo che precedeva il nostro Risorgimento, con gli staterelli divisi e la politica internazionale che decideva per loro: insomma, un’Italia così o la salva l’America o la salva l’Europa. Non c’è altra via.
Già, peccato che questa America non è che non si fida dell’Italia è che – persino al di là della dottrina Monroe – non ha alcun interesse a caricarsi di concrete paternità con un’Europa che giudica pavida. Mentre questa Europa che deve difendersi dal rischio di una crescita sovranista e antieuropeista ora non si fida dell’Italia cerchiobottista. Un giorno c’è e l’altro no. Con componenti del suo sistema di alleanze che un giorno si rivelano filo Putin e il giorno dopo comunque visceralmente anti-brussellesi. Siamo all’angolo tutti e due.
Io non mi sento di dichiarare spenta la luce costituzionale sulla sostanza della democrazia italiana (dopo quello che il presidente Mattarella ha detto meravigliosamente in Parlamento per l’80° dell’avvio della Costituente).


Lui non si sente di richiamare qualche padre della democrazia dei principi (Stuart Mill ? Toqueville?) per dire – cosa che tuttavia dice – che: la cultura della libertà e della democrazia gli italiani alla fine l’hanno ritrovata nei momenti peggiori della loro storia.
Già, dico io senza però proferir più parola. Ma se adesso dobbiamo immaginare che le cose vadano peggio di così per sperare nello spiraglio, non sarebbe meglio pensare a quel progettino di isola greca che si va insinuando da tempo nella visione delle cose?
E così, visto che è volata quell’idea della migrazione foscoliana, si arriva a mettere a fuoco la mina vagante dello stravolgimento della democrazia causato dalla maggiore contaminazione del nostro tempo in Occidente. Il furore anti-migratorio. L’ombra del generale Vannacci sull’orientamento della destra. Il silenzio – figlio di lunghi imbarazzi – della sinistra sull’ineludibilità dei processi migratori. E, insomma, l’incapacità della cultura politica italiana di far valere la storia – dolorosa e virtuosa al tempo stesso – di un’immensa emigrazione tra l’800 e il ‘900 che dovrebbe contenere parametri di umanità nazionale a disposizione di tutte le letture. No invece. Uno dei maggiori rimossi della politica italiana.
La sua conclusione è che l’ossatura democratica è adesso in mano alla reattività del sistema educativo. La mia – pur riconoscendo l’eroismo degli insegnanti – sposta la speranza sul possibile patto generazionale, non perché si toccherà il fondo del barile ma perché la rivoluzione digitale mette in evidenza quotidiana la condizione impari dei nostri giovani rispetto a quella dei paesi realmente competitor dell’Italia (1). Supponendo entrambi che le risposte non vengano dall’evoluzione della politica, ma da scosse sociali. Mesta conclusione, per noi vecchi laureati in scienze politiche.
(1) – Aggiungo qui qualche parola a proposito di questa argomentazione, che non posso più integrare nella versione audio del podcast, ma posso farlo qui. Ho sentito poco fa Carlo Calenda che – discutendo di democrazia e legge elettorale – propone il ritorno al proporzionale argomentando che va urgentemente frenata l’astensione che contiene – a suo avviso – il dato demoscopico di 36% degli italiani che chiedono “dittatura a tempo” con all’interno il dato del 52% dei giovani. Proprio per questo (ammesso che i dati siano credibili e comprovati) vi è la metà della nostra gioventù che, reagendo anche a questa prospettiva, deve fare qualcosa di fortemente discontinuo a favore della libertà e della democrazia. in memoria di molte storie del passato.