
Stefano Rolando
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Una bella giornata in Versilia per il battesimo di Nina – in una chiesetta nel cuore di Fiumetto che da bambini ci mobilitava anche per la stretta vicinanza al forno con la migliore focaccia del paese – Nina che al tempo stesso compie un anno. Don Ernesto – un prete congolese con un italiano impeccabile e una gioiosità della parola, dei canti e della semplificazione evangelica – le ha detto che così si è liberata dal peccato originale. E nel frattempo io mi sono chiesto se il peccato originale di questa nuovissima generazione non stia tanto nella mitologica radice dell’Eden perduto, quanto nella perseveranza dell’umanità verso alcune sue peggiori tendenze, tra cui quelle autolesive.
Così – come si conviene nelle relazioni nonni-nipoti – è naturale allungare l’occhio a quando il nostro occhio fisico non si accerterà più delle cose. Così da aiutare caso mai ora, per un frammento di deposito di memoria, quel cantiere dell’infanzia. Così importante e così decisivo per ogni futuro possibile.
Noi abbiamo conosciuto la discontinuità, non il taglio della memoria.
La generazione che arriva ora, ottanta anni dopo, vive nella tenaglia di due morse diverse.
- La discontinuità è naturale, potenziata dall’enorme velocità della trasformazione tecnologica.
- Il taglio della memoria, in atto da anni, è intervenuto nei processi educativi e comunicativi per limiti, incompetenze, superficialità delle generazioni intermedie. Ma anche per interesse specifico di alcune componenti del potere.
Dunque, le nuove generazioni convivono con discontinuità e taglio della memoria.
A scrutare nello scarno ripiano delle librerie dove c’è qualche profumo di futuro o qualche indagine previsionale più strutturata, si capisce che la dominante della letteratura di indagine sulla fine di questo secolo è quella ambientale e soprattutto climatica.
Quasi tutti richiamano un romanzo che esplora cosa succederà alle porte del XXII secolo. E’ “La trilogia della Scienza della Cappella” (conosciuta anche come Trilogia del cambiamento o Green Earth) di Kim Stanley Robinson (iniziata con il romanzo Quaranta segni di pioggia). L’opera descrive in modo iperrealistico il futuro incentrato sulla transizione del nostro pianeta fino al 2100, concentrandosi in particolar modo sugli sconvolgimenti geopolitici causati dal cambiamento climatico, dall’innalzamento degli oceani e dalle catastrofi ambientali. Kim Stanley Robinson (nato in Illinois il 23 marzo 1952) è uno scrittore di fantascienza e di opere con apocalittici scenari futuri.
Ma c’è altro. Anche con più caratura scientifica.
Per esempio, un documento autorevole e condiviso a livello globale per capire cosa succederà esattamente tra 75 anni (ovvero nel 2100). E’ il Sesto Rapporto di Valutazione (AR6) dell’IPCC (il gruppo intergovernativo sul cambiamento climatico delle Nazioni Unite), in particolare attraverso il suo Synthesis Report. Si tratta di una sintesi della letteratura scientifica mondiale redatta da migliaia di scienziati che analizzano e uniscono decine di migliaia di studi peer-reviewed da ogni parte del pianeta. Un rapporto basato su cinque scenari principali (chiamati SSP-Shared Socioeconomic Pathways), che incrociano le emissioni di gas serra con le scelte politiche ed economiche dell’umanità da qui al 2100.
L’angolo italiano di questo approccio è dedicato ai mari e all’acqua. Ci sono report ufficiali ENEA e CNR e c’è il docufilm “2100”. Il Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) ha prodotto questo docufilm e lo studio “2100” risulta dedicato interamente al destino delle coste e dei mari italiani. I dati ENEA mostrano un’Italia del 2100 tropicalizzata. Il Nord investito da piogge torrenziali e le regioni del Centro-Sud colpite da una desertificazione africana e continue “notti tropicali”. Poi ci sono anche alcuni romanzi di fiction climatica che declinano questo tema in modo vario e convergente.
Ma torniamo agli esseri umani, alla qualità sociale, alla qualità della vita, ai valori cruciali.
Cominciamo dalla domanda ricorrente: quanti saremo? Il dato previsionale è poco più di 10 miliardi nel mondo. Quindi un balzo, ma con parti del pianeta in grande crescita (l’Africa per esempio) e altre in recessione demografica (tra cui l’Italia che perderà quasi 20 milioni di abitanti, passando dagli attuali 59 a 40).
Se l’Africa sarà il baricentro demografico, anche il mondo intero avrà qui la sua dorsale trasformativa. L’India sarà una delle prime economie del pianeta. La Cina rimarrà una superpotenza economica pur con popolazione in diminuzione. Gli Stati Uniti conserveranno un ruolo dominante grazie a innovazione e produttività. Diversi paesi africani entreranno fra le economie emergenti più importanti.
A porre quesiti ai previsionalisti si ottengono anche altre risposte di cornice. Tra i primi argomenti l’ulteriore evoluzione tecnologica. Facile dire che l’intelligenza artificiale sarà presente in quasi ogni attività; che l’ automazione e la robotica saranno fattori diffusi in forma planetaria ; che la medicina sarà sempre più personalizzata; che si prevede una maggiore longevità; che l’energia finirà per essere regolata prevalentemente a basse emissioni.
Per il recente vissuto di famiglia ho provato a capire se il cancro sarà debellato o comunque contenuto e fortemente osteggiato. Su questo ho raccolto l’opinione di un operatore con alta competenza e acquisita responsabilità. Mi ha detto:
“Non credo che nel 2100 si potrà parlare del cancro come oggi parliamo del vaiolo, cioè di una malattia eliminata. Il cancro non è una sola malattia: è un insieme di centinaia di patologie diverse, legate anche al fatto che le nostre cellule, vivendo a lungo, accumulano inevitabilmente errori genetici. Sono però piuttosto fiducioso che entro la fine del secolo molti tumori saranno governabili. Già oggi vediamo progressi che, trent’anni fa, sembravano quasi fantascienza: immunoterapie, terapie mirate, diagnosi sempre più precoci, chirurgia robotica, analisi genetiche, biopsie liquide. Alcuni tumori che un tempo erano quasi sempre mortali sono diventati malattie croniche, con cui si può convivere per molti anni. Mi aspetto che nel 2100 si possa dire, per molti tipi di tumore: “si cura”, più spesso di quanto oggi si dica: “si combatte”. Non sarà una vittoria definitiva, ma potrebbe essere una trasformazione paragonabile a quella che gli antibiotici e i vaccini hanno rappresentato per molte malattie infettive”.
E naturalmente c’è un’altra domanda specifica che cerca risposte attendibili. Nel mondo, in Europa, in Italia, la libertà sarà garantita o sarà più compromessa? Le risposte non sono univoche.
Faccio sintesi, limitando il tema all’Italia.
Le libertà civili e politiche, in una democrazia ormai evoluta come quella italiana, hanno basi solide. I più lo dicono. Ma nessuna libertà è garantita per sempre. Ogni generazione deve custodirla. E questo non lo si dice abbastanza (anche se è un monito costante del presidente Mattarella). Accanto alle libertà tradizionali si porranno nuove o comunque recenti questioni: la tutela della privacy, il rapporto con l’intelligenza artificiale, il controllo dei dati personali, la libertà di informazione in un mondo dominato da algoritmi. La libertà del XXI secolo sarà probabilmente meno minacciata dalla censura esplicita (il divieto autoritario e categorico) ma più dalla difficoltà di orientarsi in un ambiente informativo complesso. Meno divieto, più confusione. Essere liberi significherà dunque anche saper riconoscere manipolazioni, disinformazione e dipendenze tecnologiche.
Quattro rapide risposte ora per quattro domande per me non evitabili.
Il 2100 con il segno più o con il segno meno?
- Analfabeti funzionali – È il punto che desta maggiore preoccupazione. Se per “analfabetismo funzionale” intendiamo la difficoltà di comprendere un testo, valutare criticamente le informazioni e distinguere un fatto da un’opinione, il rischio esiste e anche quello del consolidamento. L’enorme quantità di informazioni, la comunicazione rapidissima dei social media e la diminuzione del tempo dedicato alla lettura possono favorire una conoscenza più superficiale. Ma non è inevitabile. L’intelligenza artificiale, ad esempio, potrebbe diventare uno straordinario strumento educativo, se verrà usata per insegnare a ragionare anziché per evitare di farlo. La vera differenza la farà la scuola, insieme alla famiglia.
- Cultura – Un moderato ottimismo. Probabilmente diminuirà l’idea della cultura come di nozioni, ma crescerà la richiesta di comprendere problemi complessi. Le professioni del futuro richiederanno capacità di interpretazione, creatività e pensiero critico. L’Italia possiede un patrimonio culturale che nessuna tecnologia può sostituire. Se saprà valorizzarlo, la cultura continuerà a essere una delle sue grandi ricchezze. Naturalmente, esiste anche il rischio opposto: una cultura ridotta a intrattenimento o consumo rapido.
Ma è mettere insieme queste risposte che sono rintracciabili nel dibattito pubblico corrente a fornirci un dato problematico. La perdurante mancanza di volontà in alcuni paesi (tra cui l’Italia) di debellare con una forte strategia l’analfabetismo funzionale potrebbe fare dell’ipotesi di sopravvivenza di una cultura critica il fattore evidente di una maggiore disuguaglianza cognitiva tra due società diverse destinate, per questa e altre ragioni, a mantenere il conflitto che l’inizio del XXI secolo ha espresso.
Anche per questi due ultimi temi faccio sintesi di quanto letto e repertoriato.
Uno è il tema della qualità della vita.
Sul piano materiale, è probabile che la medicina, la tecnologia e i servizi migliorino ancora. Si vivrà forse più a lungo e con migliori cure. Sul piano umano, invece, non è affatto scontato. La solitudine, la frammentazione sociale e l’invecchiamento della popolazione potrebbero rendere la vita più difficile, anche in presenza di maggiore benessere economico. Una società può essere ricca ma poco felice.
L’altro è il tema della qualità sociale.
Questa questione appare in molta saggistica corrente come una delle più complesse. L’Italia ha attraversato epoche straordinarie e periodi di profonda crisi. Ha saputo risollevarsi più volte. La qualità sociale dipenderà soprattutto dalla fiducia reciproca: tra cittadini, tra generazioni, tra persone e istituzioni. Se questa fiducia crescerà, il Paese potrà affrontare anche problemi molto complessi. Se invece continuerà a diminuire, nessuna innovazione tecnica potrà compensarne la perdita.
Per concludere, insomma, prevedere il futuro non è tirare a indovinare. Non un pollice verso l’ alto o verso il basso che decreta capricciosamente un destino. È un incrocio immenso con infinite variabili che ci disegna con chiarezza o più spesso con opacità, risultati di scelte, opzioni, comportamenti in atto. Quanto più possediamo il filo rosso della storia tanto più abbiamo elementi di realismo previsionale.
La lettera a Nina dopo questo modesto, elementare, credo insufficiente viaggetto nel tracciato di una clessidra che per arrivare a 75 anni deve fare molte, molte capriole su se stessa, potrebbe in definitiva contenere poche cose elementari. Che si situano, se si vuole, nella cornice – detta con parole semplici ma riferite a parole che sono un algoritmo perenne sulla vita e sul declino – che ha tracciato don Ernesto nella conclusione di un gioioso vespro così importante per la vita spirituale di Nina.
Cara Nina,
non è scontata – come negli auguri di Natale – la buona fine di un secolo che è cominciato aprendo le ali di un’immensa trasformazione globale come quella digitale e poi ha conosciuto alti e bassi che sono cronaca corrente. Anche il secolo precedente era cominciato illuminando per la prima volta le piazze della nostre città con la luce elettrica; e poco dopo ripiombava nell’inferno di una guerra mondiale ripetuta dopo venti anni come se la lezione non fosse bastata lasciando sottoterra nel giro di 30 anni più di cento milioni di morti.
Ma in questa piccola ricerca fatta nei giorni del tuo primo compleanno c’è una problematicità che ci responsabilizza. Responsabilizza te a mettere presto la tua meravigliosa vitalità al servizio di un profondo equilibrio tra emozioni e ragioni. E responsabilizza gli adulti di oggi a non tagliare la memoria del passato perché sia sempre libero il giudizio sul nostro “cammino a staffetta” nel piccolo quadratino che ci ospita.