Podcast n. 2 (nuova serie) – Il Mondo Nuovo – 21.9.2026 – Berlino e Mecklemburg  al voto. Crolla la CDU, vince la polarizzazione radicale della nuova politica.

Elezioni 2027 – Una lanterna per le urne del 2027 – Il nuovo ciclo di podcast settimanali per Il Mondo Nuovo

Si va verso il superamento dei partiti di tradizione novecentesca e si disegna una partita cruciale e drammatica, ma anche aperta, in tutto il contesto europeo.

Stefano Rolando

Versione audio: : https://www.ilmondonuovo.club/berlino-e-mecklenburg-al-voto/

Abbiamo detto che proveremo a parlare della corsa, anzi delle corse,  verso le elezioni nel 2027 che fanno dell’anno prossimo uno spartiacque italiano, europeo e mondiale rispetto alla scomposizione e alla ricomposizione della politica e della geopolitica. Dai comuni in lizza alle nazioni che pesano anche internazionalmente ai giganti di un mondo in cui Putin, Trump e Xi Jinping vogliono sbarazzarsi del multilateralismo, della Corte penale internazionale e se potessero (salvo i cinesi) anche dell’ONU.

Dico scomposizione e ricomposizione perché è sotto gli occhi di tutti che il copione in atto è figlio di tutto il trentennio della cosiddetta rivoluzione digitale che – insieme a balzi in avanti nella velocità della comunicazione e nell’ampliamento di certe opportunità cognitive – ha messo in atto continue controriforme.

  • Ha riportato anche il populismo ad essere competitivo nel mondo (sembrava confinato a storie passate, dopo le modernizzazioni della seconda metà del ‘900).
  • Ha rimesso in auge il nazionalismo-sovranismo, che già a metà del Novecento sembrava tenuto a bada dal multilateralismo razionalizzante e riformatore.
  • Ha ridisegnato il ruolo degli “imperi” autoritari mettendo in minoranza il primato della democrazia che appunto la fine della Seconda guerra mondiale pareva avere affermato come una stella cometa.

Dunque, è successo che il modo con cui sono stati amministrati i poteri e le decisioni di gestire popoli e  trasformazioni non ha seguito il copione della triade delle idealità dell’Occidente costate un alto prezzo per la loro conquista: libertà, democrazia, giustizia sociale. Ha invece rimesso in gioco più o meno lo stesso manuale di manutenzione del mondo amministrato da oligarchie imperialistiche a cavallo tra i

E’ cambiata naturalmente l’agenda; sono cambiate le dinasty di potere (dal sangue blu all’algoritmo); sono cambia i comportamenti di fondo dei ceti sociali rispetto alle elezioni (aree popolari verso la destra e aree elitarie verso la sinistra). Ma in sostanza riproducendo la mappe delle parole d’ordine, degli allarmi e delle paure che hanno creato i presupposti (folli ma poi terribilmente concreti) di due guerre mondiali. In sostanza riproducendo la mappe delle parole d’ordine, degli allarmi e delle paure che hanno creato i presupposti (folli ma poi terribilmente concreti) di due guerre mondiali.

Il senso politico-elettorale questa dinamica si può anche spiegare in poche parole.

Il tessuto di mediazione delle coalizioni fondate su contenuti e si sfalda. E si consolida il bipolarismo (più o meno imperfetto). La crisi progressiva della politica trasforma questo modello (nato per reggere il passaggio dal proporzionale al maggioritario) da bipolarismo a bipopulismo (il copyright è di Carlo Calenda) che produce annunci e risolve pochi problemi. Che produce a sua volta astensioni, delusioni e trasformismo elettorale. Così che alla fine sono gli estremismi che entrano in campo con il cavallo di Troia di salvare coalizioni ma poi strategicamente per mirare a quel che hanno mirato gli estremismi, da che mondo è mondo.

Tutto questo deve farci dire che il giro dell’oca è tornato al punto di partenza?

Naturalmente no. L’evoluzione dell’agenda del mondo ha una rappresentazione apparente  che può indurci a dire che il mondo si è riavvolto su sé stesso.  Ma la sostanza dei processi avviene e si spiega anche pensando almeno in ugual misura alle grandi discontinuità che ci sono state e a quelle in atto.

Ciò è detto per segnalare che l’insieme delle consultazioni elettorali (locali, regionali, nazionali e sovrannazionali)  convocate per il 2027 ha la sua posta in gioco complessiva nel chiarire o ulteriormente confondere questo immenso enigma.  

Il podcast precedente partiva dai dati fulminanti della regione della Sassonia Anhalt nella Germania centro-settentrionale e con oggi non ci muoviamo troppo  lontani da quel territorio cruciale per tutta Europa, come è quello della Germania.

Perché ieri si è votato nientemeno che nella capitale della Germania (Berlino è città-Stato) e nella meno nota regione del Mecklemburg e Pomerania Anteriore (ex DDR, cuore nostalgico dell’ex Kaiser, nord-est tedesco, sopra il Brandeburgo e sotto il Mar Baltico). In cui il partito del cancelliere tedesco, la CDU, stava a pochi giorni dalle elezioni a meno del 7% in un contesto che riguarda l’andamento attualmente  critico dell’economia, la presenza migratoria con elementi conflittuali e  l’economia turistica che ha il suo ruolo in quel territorio.

La posta in gioco, anche qui, ha evidente proiezione nazionale e riguarda la sopravvivenza di Friedrich Merz come cancelliere, in  quel quadro di instabilità che ha riguardato prima di lui il socialdemocratico Olaf Sholz e in Gran Bretagna Keir Starmer. E altri.

Non è per caso che i maggiori giornali europei hanno  gli inviati da molti giorni a Berlino (4 milioni di abitanti) e a Schwerin (95 mila abitanti) che mandano un articolo al giorno.

Friedrich Merz con Giorgia Meloni (15.6.2025)

Ricordando che il 13 settembre in Germania si è votato anche nella Bassa Sassonia dove la CDU è riuscita a confermarsi, ma l’AFD ha comunque triplicato i consensi,

Si ricompone un  nuovo sommario bipolarismo che da una parte riguarda partiti di tradizione che potrebbero ancora avere nuovi strumenti democratici per governare il cambiamento. Oppure, dall’altra parte, esprimendo nuovi soggetti che, soprattutto a destra, sommano vecchi strumenti e vecchia propaganda, che potrebbero assicurare un controllo più conservatore (meno diritti costituzionali, meno redistribuzione e servizi, forte stretta sui miogranti, poca  tensione al futuro) in mani e menti che presentano per lo più la restaurazione come una novità.

Che linee di tendenza disegnano, dunque,  le urne di una grande capitale e di un territorio emblematico delle crisi di transizione della Germania?

Prima di parlare dei risultati consentite ancora una parola sullo spartito del nuovo secolo e nuovo millennio.

La Germania viene punita duramente due volte nel corso del ‘900.

  • Dopo la fine della  Prima guerra mondiale (Versailles) con la ridimensione dei territori e con grandi risarcimenti.
  • Dopo la Seconda guerra mondiale (a Yalta) impedendo un ruolo di prima linea alla futura Germania e (a Norimberga) processando irrevocabilmente la sua classe dirigente.

Ne segue elaborazione di lutto e senso di colpa. A luci e ombre la scoperta delle verità storiche. Un enorme lavoro educativo. Tenacia democratica. Libertà e democrazia. Integrazione sociale e migratoria. Un capolavoro industriale. Su tutto la riunificazione tedesca.

La domanda è: perché i post-nazisti tornano in campo ora a sfidare non solo la classe politica, ma anche la denazificazione profonda del popolo?

L’Italia se la cava dopo le due guerre mondiali. Anche quando dovrebbe essere processata, ma grazie alla Resistenza e al ruolo dei partiti democratici fin dal 1943, non esce punita a sangue. Ma passa l’idea della pacificazione senza purghe e senza una ossessione antifascista (sì, la Costituzione, si una certa positiva retorica per spiegare cose nuove e difficili, ma niente di comparabile con il lungo viaggio nell’espiazione fatto dai tedeschi).

  • Ora, come è che i post-fascisti guidano il governo più longevo della storia repubblicana?
  • E com’è che se questo governo vuole prenotarsi per il nuovo turno senza avere  più una certa maggioranza, dovrà imbarcare FN una forza che cresce, dal niente, di un punto in percentuale al giorno che ripete tutta la retorica autoritaria del fascismo?

In soldoni, le elezioni del 2027 in Europa daranno (o forse non daranno) risposte a queste domande. Intanto mentre le elezioni portano inevitabilmente ripiegamento egocentrico (sugli ambiti territoriali, grandi o piccoli, in cui si vota) l’Europa – per il cui Parlamento non si vota nel 2027 – dimostra di camminare, malgrado i contrappesi. E ci da anche la notizia della settimana – una grande notizia – con l’ ingresso del Canada come membro associato della UE e fa  sentire in quel Parlamento la voce saggia e ragionevole di Mark Carney, pemier canadese,   che ha produce un corposo maldipancia a Trump e a Putin che infatti hanno strillato (“un atto ostile all’America” è stata l’immediata reazione della Casa Bianca). E ci da anche gli esiti – non scontati – delle elezioni in Svezia (paese membro UE) in cui il blocco di sinistra guidato dalla ex-premier socialdemocratica ha conquistato 176 dei 349 seggi del Parlamento, contro i 173 del centrodestra guidato dal primo ministro uscente. Complesso sarà il  negoziato per la formazione del nuovo governo. Ma Magdalena Andersson dovrebbe tornare alla guida.

Ancora una nota a margine: anche in Russia si è votato. Il voto di tre giorni assegnerà 450 seggi alla Duma e 11 governatorati regionali, con in lista solo i partiti filo-Putin e favorevoli alla guerra in Ucraina. Chi è contro è fuori dalle elezioni. Compreso il partito Yabloko, il più antico partito liberale e filo-occidentale del paese,  l’unico che dichiarava la sua contrarietà a proseguire la guerra in Ucraina. Mi vergogno di considerare “notizia” quella che ieri sera hanno annunciato i TG: Putin ha vinto le elezioni. Certo, è del tutto legittimo  amare la storia e la letteratura russa. Ma non chiudere gli occhi sulla realtà politica chiamata dagli storici “dispotismo” (oggi con cinque anni di guerra di invasione che costa ai russi 20 miliardi al mese).

Veniamo però al dunque: il quadro che esce dalle urne (per ora exit-poll affidabili) delle consultazioni in Germania di ieri si riassume in questi elementi.

Chi sono stati i duellanti.

Il  “duellante di sfondo” è il cancelliere Merz, a capo della CDU nazionale e leader del governo da meno di due anni, che si gioca posto e carriera. Per spiegare all’anima moderata e attenta all’economia della Germania la posizione di non patteggiare con l’estrema destra (come vorrebbe fare una parte del partito) ha ricordato che “attuando le misure anti-migratorie proposte dall’AFD chiudono gli ospedali, le case di riposto, i servizi alla persona e quelli urbani, gli hotel e i ristoranti”. Ma l’onda, come si sa, è andata ben oltre la razionalità.

Rotes Rathaus, il Municipio di Berlino

Poi ci sono i combattenti sul posto.

  • Nel Mecklemburg il leader dell’AFD si chiama Leif-Erik Holm. Sintesi della posizione: “Sarà un nuovo grande inizio. Voglio una polizia per le espulsioni degli immigrati; voglio scuole speciali per i disabili”. Dice di puntare al 40%. La competitor più posizionata è Manuela Schewsig, data dai sondaggi al filo con AFD, difende 28 anni di governo socialista della regione mantenendo un diffuso rispetto personale.  Il tema qui è il rischio della CDU di non entrare nel Landtag (il candidato si chiama Daniel Peters)
  • A Berlino la punta della sinistra è Elif Eralp, figlia di rifugiati turchi, padre medico socialista,  appartiene al partito Linke (stimato al 21%, + 9% dal precedente voto)  45 anni, giurista anticapitalista e che ha messo al primo posto il caro-vita e il caro-casa nella capitale 85% delle famiglie in affitto raddoppiato dal 2014) , chiamata “la Mamdani di Berlino “ (Mandami la sostiene personalmente). È alleata alla SPD (partito stimato al 12%, in perdita del 6%) e ai Verdi (stimati al 16%) Fronteggia la candidata di AFD  che si chiama Kristin Brinker (stimata a due giorni dal voto al 18%, raddoppiando il precedente voto) . Un’interessante corrispondenza della Stampa ldedicato a un quartiere popolare di Berlino a tradizione elettorale CDU. Il titolo della corrispondenza: “Qui ora votiamo tutti l’estrema destra. Ci fidavamo della Merkel ma ci ha traditi lasciando entrare fiumi di musulmani”. La critica che la stessa sinistra moderata rivolge alla Linke è proprio quella di dar voce politica ad alcune frange considerate estremiste di questa migrazione musulmana (e anche di covare in certi ambiti sentimenti antisemiti).

Nei combattenti sul posto andrebbe anche compresa la conferenza episcopale tedesca (quindi il clero cattolico) che ha preso posizione contro le tesi dell’AFD. Il vescovo di Magdeburgo Gerhard Feige ha denunciato di nuovo lo spirito xenofobo del partito e la chiesa cattolica tedesca nel suo insieme ha pubblicato due anni fa una dura presa di posizione su quello che chiama “etnonazionalismo”, in cui si cita esplicitamente anche il partito, dicendo che “nazionalismo etnico e cristianesimo sono incompatibili” (tutti i 27 vescovi tedeschi hanno sottoscritto).

E veniamo ai risultati. Gli exit poll ad urne chiuse  danno questo quadro.   Nel Mecklemburg il risultato più simbolico è determinato dalla conferma del successo dell’AFD dopo la Sassonia Anhalt , anche qui primo partito (per gli exit-poll si parla del 38%). L’SPD  ha rimontato, è il secondo partito ma al 36,5%. La CDU si schianta, sta sulla soglia di sbarramento (5%, forse per briciole eviterà di sparire, ma non è detto). A Berlino il primo partito è l’opposto a sinistra di AFD, cioè la Linke (26% secondo gli exit poll della ZDF, la televisione di Stato).La CDU è al 20% e l’AFD si ferma al 14% e viene superata anche dai Verdi (15,5%). Male Spd, che scende al 12%. Si aspettano i conteggi, poi gli orientamenti per formare maggioranze di governo. Non è detto che AFD troverà le alleanze per governare la regione, cosa che potrebbe riuscire all’SPD. Ma le urne fanno dire al cancelliere Merz che “il risultato è disastroso” e si consolida la polarizzazione radicale della nuova politica tedesca.Insomma, il bipolarismo storico CDU-SPD (con in seconda fila verdi e liberali), si sta trasformando nel confronto Linke a sinistra e Afd a destra, centralmente pro e contro il nodo dei migranti.

La citazione del giorno.

 Ho detto nel podcast precedente che avrei usato questa forma di chiusura dei pezzi con l’opinione di figure esperte e competenti del problema trattato, in diretta audio o riportando delle opinioni virgolettate.

Scelgo per oggi la scrittrice franco-tedesca Geraldine Schwarz, intervistata da Francesca Paci per la Stampa di sabato 19 settembre 2026. È stata l’autrice di un libro importante, “I senza memoria” edito da Einaudi nel 2019. Libro in cui al cuore c’è una storia (di famiglia, anzi della sua famiglia) che riguarda “i paesi in cui la rielaborazione critica degli  anni del nazismo è stata carente, in cui hanno avuto la meglio i «senza memoria», così apparendo  oggi particolarmente esposti al populismo e al sovranismo, a tollerare e fomentare il razzismo, e a propugnare una concezione antidemocratica della vita politica”.

Geraldine Schwarz

Tre brani di quel dice oggi la Schwarz:

  • “La chiave di ogni argine di questo genere di destra ancora oggi sarebbe la memoria. L’erosione dei partiti tradizionali  del ‘900 è un fenomeno che riguarda l’intera Europa. I cristiano-democratici tedeschi hanno resistito un po’ rispetto ai socialisti grazie al peso di Angela Merkel, ma il merkelismo è finito e anche in Germania la politica del centro, a cui eravamo abituati, non vende più. Adesso, come in Sassonia Anhalt, alza la voce chi prima non votava affatto. Addio stabilità”.
  • “La specificità della Germania sta però nel fatto che all’est la memoria si è fermata al 1945 e non ha più recuperato. La stessa riunificazione del 1989 viene percepita, anche grazie all’AFD, come un prodotto imposto dall’Ovest”.
  • “Il disinteresse delle nuove generazioni per la memoria è una realtà e va contrastato. Le minoranze religiose e quelle sessuali sono in allarme. Servono massaggi nuovi meno ancorati al passato. Ma la guerra non è persa.  Ma la Germania ha una delle legislazioni più strutturate contro l’antisemitismo e i media sono mobilitati contro ogni razzismo” .

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