Il dilemma del re dell’Epiro. Album delle figurine n. 37, domenica 19 agosto 2018

A pagina 125 del libro-intervista “Il dilemma del re dell’Epiro” è scritto:

“Andreotti, tornato all’inizio dell’ultimo decennio del ‘900 per la settima volta alla guida del governo (immediatamente costituito dopo il sesto nato nel 1989), aveva caratteri antichi nello stile di conduzione (riservatezza, sobrietà, umorismo, cinismo) che proseguivano un paradigma democristiano che il solo De Mita aveva un po’ infranto. Andreotti aveva attenzione per l’amministrazione e conosceva di persona gran parte dei direttori generali. Il solo Giuliano Amato – nell’ambito della sinistra – riuscì ad avere nel corso dei suoi governi pari entratura nella relazione con i vertici della PA. Ma Andreotti aveva questa regola: se fai ti lascio fare, se non fai ti lascio non fare. Non metteva l’efficienza al centro delle sue modalità, ma se c’era efficienza l’apprezzava. In più se c’era efficienza con lui si beneficiava di decisioni rapidissime. Bastava entrare nel faldone che partiva da Palazzo Chigi dopo le 21 (al tempo, sotto la vigilanza del segretario generale, l’ambasciatore Luigi Cavalchini, lo curava personalmente il vice che era il ministro Leo), per motociclista, alla volta di casa del presidente Andreotti in fondo a corso Vittorio vicino al Tevere, e al mattino chi gli aveva scritto (lo facevo spesso) riceveva risposta prima delle 9 perché, a causa dei suoi mal di testa, Andreotti si svegliava all’alba e lavorava a quel faldone.  Con la sua scrittura quasi illeggibile, tanto che la sua esperta segretaria apponeva un foglietto con scritto “Il Presidente ha annotato”. Un sì o un forse ti regolavano la velocità in modo gradito a chiunque avesse a cuore quel genere di velocità. Certo, era venuta meno la spinta alle “riforme”, al cambiamento di uno Stato che – dai tempi di De Gasperi – lo stesso Andreotti aveva legittimato ricongiungendo il vecchio Stato a nuove esigenze, ma nel quadro di una dinamica in cui il procedere “senza scosse” era un leit-motiv. Il paradigma dei democristiani che tenevano il centro del teatro politico più per consolidare il loro potere di controllo che per agire in tempi visibili sulle inadeguatezze dell’apparato pubblico non valeva per tutta la DC, ma credo che per Andreotti fosse la questione di fondo, nel convincimento che fosse meglio il “realismo” delle tante inquietudini della sinistra che venivano rubricate come “velleità”. 

 

Foto

Con il presidente Giulio Andreotti nel corso del sui ultimi due governi, il VI° (dal 22 luglio 1989 al 12 aprile 1991) e il VII° (dal 12 aprile 1991 al 28 giugno 1992).

  • La prima immagine si riferisce alla serata d’onore per il vertice europeo di Roma (14 e 15 dicembre 1990, con l’avvio dell’Unione politica e monetaria dell’Europa (qui al Teatro dell’Opera per la speciale edizione della Tosca – organizzata dal Dipartimento – con tutti i partecipanti all’evento ).
  • La seconda alla Fiera di Milano al padiglione della Presidenza del Consiglio dedicato all’Europa .
  • La terza a Villa Madama per la consegna dei Premi speciali della cultura della Presidenza del Consiglio dei Ministri.

 

 A pagina 132 è scritto:

Il percorso europeo che porta a Maastricht e alle nuove regole del mercato interno – tra cui il consolidamento della cultura della concorrenza – resta il fatto più importante per chi cercava di connettere quadro politico generale e rinnovamento della comunicazione. Obbliga tutto e tutti a guardare ai modelli esperienziali degli altri, mette in condizione i gruppi dirigenti di promuovere spontaneamente processi di armonizzazione, apre dibattiti geopolitici che erano sopiti e mette in movimento il tema della mission nazionale dentro quel nuovo quadro che, per l’Italia, diventa anche la valorizzazione del proprio ruolo nell’area balcanico-mediterranea. Questa partita fece emergere le qualità migliori di Gianni De Michelis ministro degli Esteri“.

  • Con il ministro degli Affari Esteri del VI° e VI° governo Andreotti Gianni De Michelis, in occasione dell’apertura nel 1990 delle Giornate internazionali del Centro Pio Manzù a Rimini).

  • Con il segretario generale di Palazzo Chigi (VI° e VI° governo Andreotti) amb. Luigi Cavalchini Guidobono Garofali.

  • Con il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio (governo Andreotti) on. Nino Cristofori
  •   

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *