Intelligenza artificiale. Come cambia il modo di apprendere e decidere. Un contributo al panel di discussione (IULM, 30.9.2026)

Il 30 settembre si è svolto all’Università IULM di Milano un panel di discussione in particolare organizzato e animato dalle professoresse Ariela Mortara, Rosantonietta Scramaglia, Emanuela Susca e Simonetta Puccio, a cui ho partecipato nell’ipotesi di dare qualche ulteriore approfondimento all’approccio al dibattito pubblico sull’evoluzione dell’IA, oggetto di un recente testo (Emotional Futorscapes) curato dalle stesse colleghe nel cui ambito ho svolto uno dei trattamenti introduttivi. I tempi stretti di questo panel hanno obbligato a un’esposizione solo per alcuni cenni essenziali. Rendo qui disponibile la traccia originaria della riflessione che avevo predisposto.

Stefano Rolando

Direttore scientifico dell’Osservatorio sulla comunicazione pubblica, il public branding e la trasformazione digitale, dell’Università IULM di Milano

Impeto, stimoli e limiti del dibattito pubblico in corso. Spunti per il posizionamento di alcuni ambiti disciplinari e, in generale, del ruolo delle università.

Premessa

La domanda che, in apertura di questa tavola rotonda mi ha posto la collega Rosantonietta Scramaglia – anche sulla scorta delle ottime analisi delle relatrici sulle ricerche in corso in ateneo che hanno animato la prima parte di questo evento – riguarda un approfondimento del tema con cui ho contribuito di recente al volume collettaneo (coordinato dalla stessa Scramaglia insieme ad Ariela Mortara sull’impatto dell’IA sulle giovani generazioni e in particolare sugli studenti universitari[1].

Il mio tema lì trattato[2] ha riguardato la recente accelerazione del dibattito pubblico in materia di IA: qualità, intensità e discontinuità. A quel trattamento mi riferisco per poi esprimere qualche spunto in materia di responsabilità del sistema universitario.

Le mie riflessioni sottendono  una speranza. Che sia cioè possibile compiere un tentativo di agire su soggetti che interagiscono nella sfera pubblica con qualche stimolo in più per uscire dallo schema “stupore/estraneità/alterità” che caratterizza per lo più lo sguardo all’evoluzione dell’IA della grande maggioranza anche dei potenziali utenti e comunque dei destinatari sociali.

  • In verità, sono sentimenti che riguardano anche i media e riguardano molti  operatori che avrebbero qualche motivo di qualificare meglio la domanda di riscontri informativi e pedagogici. Ma che poi – per indolenza, per pochezza dell’organizzazione dell’advocacy, per marginalità dei propri ambiti di appartenenza rispetto ai luoghi di produzione e strategia –  si accontentano di appartenere al coro delle ovvietà.
  • Assistiamo a una vistosa sorta di passiva arrendevolezza all’immensa turbativa assimilata alla trasformazione climatica, allo scoppio di guerre ineludibili, alle forme di morbilità collettiva di natura pestilenziale.
  • Questa  oggi appare la linea di comportamento di una larga maggioranza di cittadini ma anche di media, di formatori, di imprenditori, di politici. “Larga maggioranza” non vuol dire “tutti”. E su quel delta sarebbe interessante lavorare di più .

Dibattito pubblico

Ciò detto il dibattito infuria. Occupa spazi. E alla fine – nel bene e nel male – incide. Quindi bisogna almeno occuparsene in sede critica. Anche questo aspetto è parte del tema “conoscenza/apprendimento”. Molteplici e soprattutto diverse ottiche sorreggono le  fonti che    intervengono  su natura, funzioni, opportunità e rischi di quell’ampio ma anche specifico tratto della trasformazione digitale che va sotto il nome di Intelligenza artificiale.

Un “processo strutturale” considerato sempre più intrecciato ai poteri e agli interessi.

Se ne cantano lodi, se ne evocano rischi e pericoli, se ne contano (soprattutto in borsa) le accumulazioni finanziarie (e qualche volta anche i capitomboli). In questi giorni assistiamo persino a una forma inedita di posizionamento (il caso Anthropic che sta entrando in borsa): chiedere la sottoscrizione dei titoli predicando i rischi e i pericoli del prodotto[3].

Quanto a ciò che dobbiamo intendere per “dibattito”, evidentemente non basta inventariare chi e cosa dice o scrive. Questa sarebbe una “rassegna stampa”.

L’analisi del dibattito pubblico comporta una serie di elementi collocati nella sfera motivazionale.

  • È naturale che ogni visuale – in qualche modo in campo – esprima strategie, culture, interessi, obiettivi diversi e appartenga a  galassie che sono soggette a regole, poteri e doveri diversificati. Strategie che vanno colte e interpretate.
  • Se non si fa chiarezza metodologica attrezzando, in ogni contesto, mappe almeno un po’  istruite su questa dinamica, si lascia la forma del “dibattito pubblico” – un fiume carsico, frammentato, indistinto  – in condizioni né di trasparenza né di efficacia.
  • Dunque, un capitolo metodologico che ne consegue – almeno in ambito universitario – è provare a riflettere  sui paradigmi di cui si possono fare portatori gli organi accademici e i raggruppamenti disciplinari implicati.

Capisco che questo non è che un frammento della nostra discussione su “IA tra conoscenza e decisione”. Ma penso che aiuti a capire se e fino a che punto le utenze oggi siano parte di un negoziato con l’offerta (di cui appunto il dibattito pubblico dovrebbe far rilevare traccia) o mantengano ancora – come ho accennato – una prevalenza passiva.

  • La dinamica del dibattito pubblico sulla IA va dunque capita meglio,  come architrave immateriale dell’area socioprofessionale investita,  intesa tanto come segmento dialettico della “sfera pubblica”, tanto come segmento funzionale all’acquisizione (apparentemente a basso costo) di servizi e prestazioni che sono parte di processi produttivi e commerciali.
  • La natura conflittuale ovvero sinergica che emerge in quei tratti e in quell’area è un’altra preziosa rilevazione possibile. Solo dalla natura del “conflitto” si colgono margini di ampliamento partecipativo.
  • Le ragioni della marginalità nello stesso coinvolgimento (dibattito /apprendimento / fruizione) di soggetti che possono influenzare il futuro della relazione domanda/offerta, dovrebbero essere l’esito principale di questo monitoraggio. Il che corrisponde anche al tema poco scalfito della “IA in mano di pochi, anzi pochissimi” che ispira oggi le preoccupazioni in  campo.

Ritengo che  questo approccio dovrebbe motivare ancora lo spirito e le intenzioni di ricerca e sperimentazione nell’ambito della  maggioranza delle discipline umanistiche (socio-psicologiche, etico-filosofiche e antropologico-identitarie in primis). La cui mobilitazione potrebbe aprire una fase di riequilibrio di analisi rispetto a  quei  segmenti disciplinari che sono già di gran lunga in partita (soprattutto diritto, economia, tecnologia) perché sottoposti ad uno stress vocazionale propedeutico alle dinamiche decisionali (se e quale processo regolamentativo attivare / quali dinamiche produttive considerare prioritarie / quali diritti tutelare  in ordine allo sfruttamento delle risorse tecnologiche, eccetera). Insomma, accompagnare l’analisi della sperimentazione del “fare” anche con la sperimentazione del “perché rivoluzionare l’accesso al sapere”.

Un’ipotesi di tematizzazioni che reputo interessanti per indagare meglio il dibattito pubblico sull’IA

L’approccio alla fase di inventario del copioso materiale inquadrabile nel dibattito pubblico non corrisponde alla semplice rassegna delle fonti. A seconda della collocazione disciplinare muterebbe il mix dei principali paradigmi che ispirano la selezione e la spiegazione delle fonti.

Parlando nel quadro disciplinare della comunicazione pubblica (dorsale dello scambio interno all’ambito concettuale della “sfera pubblica”) credo si apra la possibilità di indagare meglio motivazioni e strategie che riguardano naturalmente i ruoli istituzionali  e di servizio pubblico ma anche gli operatori di impresa (qualunque sia il campo applicativo, anche quello culturale) che stanno dimostrando quanto sia politico e influente sugli interessi generali il loro posizionamento.

Da qui l’idea di disporre di un preliminare modello applicabile a fonti che aderendo in modo ragionato e stabile al processo sperimentale dell’IA, alimentino anche lo scambio informativo e la discussione su regole e qualità del consolidamento. Gli argomenti di indagine qui citati sono esempi che possono essere meglio classificati e quindi modificati e integrati.

  1. Razionalità del progetto manageriale. Capire la natura degli investimenti in atto corredati da accertamento del commitment  circa: modello sperimentale e di ricerca;  modello industriale ; linee di marketing e di sollecitazione della domanda; approccio glocal all’autoprotezione politico-istituzionale del modello perseguito; limiti di tolleranza reciproca tra le funzioni cognitive e quelle commerciali[4].
  2. Assunzione e vincoli di principi di responsabilità  in ordine ai modelli di potere esercitati e al principio di controllo sull’estensione delle prestazioni[5].
  3. Caratteri del sistema concorrenziale definito dal perimetro di investimenti e funzioni di ciascun  soggetto in campo in relazione alla valutabilità spaziotemporale delle dinamiche di impresa[6].
  4. Chiarezza delle destinazioni rispetto alla caratterizzazione di brand di ciascuna impresa in relazioni alla sfera di iniziativa di pace e sviluppo ovvero di supporto alla produzione di armamenti e alle loro strategie di impiego[7].
  5. Approccio all’equilibrio tra conquista dello spazio corrispondente al vantaggio competitivo e la forma di partecipazione ad una linea di pedagogia sociale tesa a lenire la radicalizzazione delle disuguaglianze[8].

Università, tra convenienza di ruolo e public engagement

Tocco, in conclusione e solo per cenni, il complesso argomento dell’alimentazione del convincimento del sistema universitario di essere parte non solo della sperimentazione riguardante le proprie funzioni corporate, ma anche il superamento della pura istanza regolamentativa.

  • La funzione regolatoria non è certamente inutile. Ma presenta anche  elementi di rischio in una fase in cui nell’ambito soprattutto di paesi “non produttori” l’accanimento sulle regole chiuderebbe possibil aperture verso sollecitazioni industriali condannando a linee di puro consumo di standard e prodotti in buona parte esterni alle innovazioni possibili partendo dai paradigmi del nostro percorso culturale ed economico.
  • L’Università, infatti,  è uno dei pochi luoghi che potrebbe assumersi la responsabilità di introdurre degli acceleratori di responsabilità cognitiva generale. Da cui poi discendono cose che, almeno per una minoranza di ambiti sociali, avrebbero chances di accelerazione critica. Dunque, processi di analisi, interpretazione e spiegazione tesi a ridurre l’analfabetismo digitale e tesi a introdurre fattori di miglioramento del dibattito pubblico su un andamento (domanda e offerta / prestazioni e linguaggi / aspetti cognitivi e commerciali, eccetera) che malgrado la riconosciuta accelerazione che i media registrano fragili e disimpegnato circa la riorganizzazione delle responsabilità.

Da questi spunti (insieme a altre considerazioni di riorientamento dell’istruzione superiore al trattamento dei grandi cambiamenti in atto) ecco qualche rapida citazione di ambiti di approccio non eludibili, chiarendo che si tratta di cenni del tutto estendibili e adattabili alla complessità dei contesti e dei cantieri di ricerca e adattamento.

Area delle scienze politiche e macro-eonomiche

  • Comprendere meglio la geopolitica delle bigtech e comprendere se il proprio contesto è radicalmente estraneo o in qualche modo implicato.

Area dell’analisi della trasformazione digitale

  • Comprendere meglio se alcuni applicazioni attivabili sono fattore di miglioramento delle condizioni di vita e di apprendimento.

Area della cultura di impresa

  • Comprendere nei contesti applicativi anche medio-bassi (processi produttivi e di servizio anche di piccole e medie imprese) come contenere il rischio jobkiller delle applicazioni di IA costruendo nuclei adeguati di controllo critico e orientamento/adattamento della domanda.

Area delle scienze della comunicazione

  • Nel campo operativo della comunicazione  il cantiere costruibile tra filiere di piccole e medie impese/ associazioni professionali e di categoria e alcuni settori federabili degli atenei avrebbe un potenziale di successo che meriterebbe un progetto di attivazione.

Area delle scienze sociodemografiche e antropologiche

  • Il ruolo dell’IA sia nelle dinamiche di accesso alla conoscenza, sia nella totalizzazione del mercato in chiave di regole e pervasività del marketing agisce come leva di potente influenzamento dei processi di ibridazione e del conflitto tra locale e globale. Più analisi, più casistica in laboratorio, più spiegazione.

[1] Emotional Futerescapes – Vivere , apprendere e relazionarsi con l’IA nelle giovani generazioni –A cura di Ariela Mortara   Rosantonietta Scramaglia – LUMI edizioni , Milano 2026.

[2] Stefano Rolando – Intelligenza artificiale e sistemi cognitivi. Un contesto decisivo: l’accelerazione del dibattito pubblico – in op.cit

[3] In realtà è apparso nell’occasione anche un problema inedito. Dallo stesso ambito dei maggiori operatori si aprono dubbi sul fatto che sia immaginabile un fenomeno di autoregolazione. Il che apre in modo singolare una chance di ruolo e responsabilità della politica che appariva eclissata.

[4] Il tema della marginalità del rapporto del sistema di impresa italiano e gli sviluppi dell’IA ha riguardato, con preoccupazione, le Considerazioni finali per il 2025 del governatore della Banca d’Italia Fabio Panetta. 

[5] Tema trattato nel saggio di Flavia Barca – I pregiudizi dell’AI – Disuguaglianza e potere nell’età dell’algoritmo – Donzelli, 2026

[6] Argomento che, per definizione, è sotteso nell’approccio delle istituzioni europee in generale alla materia sia del modello di dinamica del mercato sia del rilancio della competitività dell’Europa.

[7] Tema, tra molti altri, che ha ispirato Papa Leone XIV alla scrittura dell’enciclica  Magnifica Humanitas – Lettera Enciclica sulla custodia della persona umana nel tempo dell’intelligenza artificiale – AVE, 2026.

[8] Argomento che rinvia al punto successivo sulle ipotesi di rafforzamento del ruolo del sistema universitario.

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