Il dilemma del re dell’Epiro. Album delle figurine n.39, martedì 21 agosto 2018.

A pagina 127 del libro-intervista è scritto:

Quanto all’avvio di Tangentopoli, malgrado l’evidenza di alcuni episodi, in una prima fase l’impressione era di fatti circonstanziati, che avrebbero prodotto problemi limitati a contesti giudiziari. La tracimazione politica si avvertì quando in realtà la politica non era più in condizione di trovare soluzioni. A me fu chiaro quando proprio il governo Amato, con Vassalli alla Giustizia, imbastì una soluzione con provvedimenti di legge in ordine a cui non c’erano più nemmeno le condizioni d’aula per un normale iter. Proprio quando le vicende toccarono anche il mondo della comunicazione – per via di campagne oggetto di ampie creste fatte dalla politica, se ricordo bene nell’ambito del Ministero della Sanità – il mondo dei pubblicitari italiani cercò di evitare che la macchia contaminasse l’intera reputazione del settore promuovendo a Milano, in Assolombarda, una conferenza con ospiti nazionali e internazionali, per discutere di etica e comunicazione. Chiesero al cardinale Carlo Maria Martini se voleva aprire i lavori e, credo anche di intesa con lo staff dell’arcivescovo, si posero il problema di una parallela presenza istituzionale per segnare l’equilibrio Stato-Chiesa. In quel momento per una ragione o per l’altra non ritennero o non riuscirono ad avere una presenza diciamo di pari livello rispetto a quella del cardinale e finì che fui io ad essere interpellato per reggere quell’equilibrio. Mi resi conto, dal carattere in verità squilibrato di quella cornice tematica, di come il sistema di rappresentanza politico-istituzionale fosse saltato. Ricordo che sia la mia relazione che quella del cardinal Martini centrarono il punto di vista sulla weberiana etica della responsabilità e che gli accenti introduttivi crearono un clima di salvaguardia per le riflessioni che seguirono senza rendere imbarazzanti le parole usate. Quelle due relazioni datate 1991, nell’occasione della scomparsa del card. Martini, furono pubblicate dall’editore Lupetti, specializzato nel settore della comunicazione, nel 2013 con il titolo Etica e comunicazione e accompagnate da scritti di Roberto Busti, Vincenzo Le Voci e Gianni Locatelli”.

 

A pagina 128 è inoltre scritto, rispondendo alla domanda di un giudizio su quella stagione dopo 25 anni:

 

“Dopo 25 anni penso che fu molto grave che sull’onda di un fenomeno certamente di degenerazione dell’uso delle risorse pubbliche e di coinvolgimento del “sistema politico” non solo di questo o quell’altro leader, un certo giacobinismo psicologico mise in moto una sorta di “piazzapulita” che travolse in verità praticamente tutta la classe dirigente (spesso indipendentemente da responsabilità reali),  salvo quelli che si agganciarono ad opportunistiche ciambelle messe in acqua da chi approfittava del trambusto per ereditare non un governo d’occasione ma l’intera Repubblica.

L’uso della nuova regola elettorale (il maggioritario) fu capita da Silvio Berlusconi prima e meglio che dalla sinistra “rimodernata”, in cui restavano divisioni e scarso senso di unità. E questo segnò uno spostamento a destra dell’esito di una slavina nata per lo più a sinistra. In terzo luogo la riverniciata “riformistica” di una sinistra che aveva per anni bandito il riformismo (eravamo poco dopo la caduta del muro di Berlino) produsse un utilizzo della crisi giudiziaria per estendere l’esilio politico a tutto ciò che aveva attinenza al partito che veniva considerato “nemico del popolo” cioè il Partito Socialista. E anche ciò entrò nelle distorsioni con cui veniva inaugurata la cosiddetta “seconda Repubblica” che, malgrado certi suoi assestamenti, resta una delle stagioni peggio configurate della storia dell’Italia dall’Unità in poi”.

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