Interrompo questa sera per qualche giorno l’Album delle figurine

Domenica 26 agosto 2018 – h. 19.40

Interrompo questa sera – dopo avere proposto da metà luglio una quarantina di  pagine di spunti e immagini tratte dal libro-intervista “Il dilemma del re dell’Epiro” – la pubblicazione delle “figurine”, con citazione di parti del testo e brevi didascalie.

Mi fermo, per ora, alla pagina 43, dedicata – come chi ha allungato lo sguardo forse ha benevolmente percepito – ad un lungo, continuato e ancora attivo impegno nel campo della comunicazione pubblica europea e, tout court, dedicato all’Europa, alla sua narrazione fattasi molto difficile negli anni, ma ancora carica di valorialità. Così da rendere credo importante il lavoro di chi presidia il principio di una ripresa di “popolarità” e di senso della idea d’Europa adattata alla complessità di questo tempo: processi globali, conflittualità internazionale, populismo, euroscetticismo, eccetera.

Mi fermo da domattina per alcuni giorni finché l’Istituto Humanitas di Milano rimetterà in funzione spero il mio malandato ginocchio destro. Non volevo arrivare a questa operazione chirurgica. Ho provato per due anni e mezzo tutte le salse: fisio, cure sintomatiche, trapianto di cellule staminali, altro. Ora mi arrendo alla ragione dei progressi tecnologici nel campo e alle conferme di buon esito che sento in giro. Ma le varie mobilità (anche quella riguardante l’uso di un pc attrezzato per questo genere di “archivio”) hanno una battuta d’arresto.

Ne approfitto per dare risposta ad alcuni amici che, talvolta con messaggi personali, mi hanno chiesto di dare qualche argomento in più sul senso di questa rassegna. Qualcuno, secondo me, dando segni di incomprensione.

Non ho bisogno di raccontare una biografia, non ho intenzione di considerare il lungo colloquio avuto con Stefano Sepe un tour attorno a una persona.

Ho tuttavia messo insieme in quelle pagine molte riflessioni per istruire meglio il bilancio di un’esperienza che ha riguardato la parte prevalente della mia attività professionale. Bilancio sollecitato anche dal prossimo cambio di marcia di questa attività (a fine ottobre esco dal cosiddetto servizio attivo universitario, anche se non esco di certo da molte materie di impegno che si sono prolungate negli anni, meno che mai dalla ricerca e dalla scrittura).

La “parte prevalente” in questione ha riguardato l’opportunità di essere, credo, predisposto al momento giusto (nel passaggio dagli anni ’70 agli anni ’80) per contribuire ad un tentativo che la politica aveva  varato con un certo ritardo nella vicenda italiana per accantonare il paradigma del “silenzio&segreto” nel rapporto tra istituzioni e cittadini facendo se possibile prevalere il paradigma di “trasparenza&accesso”.

E’ su questo snodo che l’intervista cerca di raccontare alcune storie per favorire una risposta sul richiamo espresso dal sottotitolo del libro: vinta o persa la guerra della comunicazione pubblica in Italia (e io dico anche “in Europa”)?

 

Premetto che, svolto per quasi trent’anni il  mestiere nelle imprese e nelle istituzioni, cercando di imbastire risposte a quel quesito, operando – come si dice – sui processi e anche molto sui prodotti, il lungo snodo recente (dopo il 2001 in Università) ha permesso di approfondire il mio crescente rovello: è vero che è molto migliorata da noi (democrazie occidentali)  la cultura comunicativa cosiddetta “partecipativa”, ma è altresì cresciuto anche il ruolo “propagandistico” (quindi mistificante e manipolatorio) della comunicazione pubblica, politica e istituzionale. Fino al punto che oggi – sì, proprio oggi – non abbiamo quasi più certezza dei “racconti” che ci circondano.

Da qui una serie infinta di guai che sono divenuti costituzionalmente gravi. L’ho scritto nel 2015 in un saggio che segnala il disagio e l’allarme (Comunicazione, poteri e cittadini – Tra propaganda e partecipazione, EGEA). Intendo dedicare, ancora in questo anno,  al tema un’indagine per capire meglio l’Italia e il mondo, da questo angolo visuale, in un momento in cui per leggere il presente bisogna rileggere almeno le eredità storiche del ‘900. E ho ripreso l’argomento nella recente raccolta di scritti brevi “Nè per lucro nè per inganno“.

  

Ecco, questo l’argomento su cui in quel libro non è scodellata una risposta di maniera. E’ scodellata un’esperienza. Quella di chi ha ritenuto (l’ho scritto in “Il principe e la parola” nel 1986) che il percorso da compiere non dovesse seguire un’impronta ideologica, ma una verifica ravvicinata delle condizioni di esercizio dei poteri sì. Per farlo non si deve pensare che il “potere” sia in sé malvagio (questo, in fondo,  racconta l’album delle figurine, fatto per incoraggiare un po’ gli amici a risalire ad un racconto che usa le parole, le vecchie a volte noiose parole). Ma che, se inteso come “responsabilità”, quel potere obblighi chi controlla, chi lo subisce, ma penso anche ugualmente chi lo esercita, ad una costante attenzione proprio sul fronte delle responsabilità: “ben” esercitate o “male” esercitate; a favore dei cittadini oppure contro.

Le figurine raccontano il contesto di quei laboratori. L’intervista cerca di segnalare l’approccio critico a questo specifico tema. Non mi interessa arrivare ad una risposta inequivoca. Mi interessa tenere aperto l’interrogativo sul rapporto tra qualità della democrazia e qualità della comunicazione nel nostro tempo e nel nostro quadro politico-istituzionale. Altri offrono storie ben più importanti per verificare (la sicurezza, la bioetica, la giustizia, eccetera). Io metto a disposizione questo se vogliamo piccolo ma delicato cantiere: la comunicazione pubblica. Sto leggendo il libro di Marcello Foa (sì, proprio lui) e vedo di non essere solo in questa ricerca, anche se penso che il pluralismo dei punti di vista e dei campi di indagine (Foa è molto concentrato nella critica agli USA) siano indispensabili nella discussione.

Assicuro che non mi fermerò all’Album delle figurine, ma proverò a breve a fare emergere ciò che quel libro si è limitato a imbastire e che richiederebbe un giudizio più diffuso, più “corale”.

Soprattutto in chi non dà per scontata la versione stereotipata della storia.

Spero di essermi spiegato, in particolare a chi cortesemente chiede di spiegarmi. Ci parliamo dopo la “pausa tecnica”.

 

 

 

 

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