The Perils of Perseption – Tre osservazioni

Vorrei tornare brevemente sulla pagina intera del Corriere di venerdì 31 agosto che annuncia la presentazione il 6 settembre a Londra di uno dei “rapporti di tendenza” di questo scorcio d’ anno che si profila tra le cose importanti per capire alcuni cambiamenti in corso nel mondo.
Il rapporto si intitola “The Perils of Perseption” ed e’ stato curato da Bobby Duffy che a fine settembre sarà incardinato come direttore del Policy Institute del King’s College di Londra. Partner italiano di questa operazione e’ Nando Pagnoncelli che è un sondaggista coscienzioso che da tempo mette in guardia sul rischio che la percezione (su cui lui stesso indaga per mestiere e che quindi è anche la sua fortuna professionale) travolga i dati di realtà.
Colpisce al volo che i due paesi in cui il fenomeno appare patologico (il rapporto ha comportato 50 mila interviste in 13 paesi in tutto il mondo) siano Italia e USA. Con la Francia terza. Mentre quelli più virtuosi sono Svezia e Germania in Europa ( e poi UK) e Corea del Sud e Giappone in Asia.
Proprio in Italia e negli USA il fenomeno ha permesso slavine elettorali create attorno ai temi in cui lo scivolamento emozionale pubblico ha riguardato i principali nodi della questione: migrazioni, occupazione, religione, costumi civili. Se i musulmani presenti ogni 100 abitanti sono 3 ma vengono immaginati in questi paesi 20, la questione non è solo “narrativa”. Diventa politica ed elettorale e comporta travolgimenti di cui proprio Italia e USA hanno mostrato i caratteri. Mentre l’area dei paesi che sa contrastare meglio la distorsione, pur con cambiamenti, non esprime repentine slavine.

Tre osservazioni.

Non e’ solo la politica a generare questa distorsione. Essa opera con un “diritto di parola e di visibilità” che è leva essenziale, ma senza la complicità dei media il fenomeno avrebbe caratteri ben più ridotti ( non a caso Mediaset quando si è accorta di essere una fonte importante della patologia percettiva ha chiuso alcuni programmi che stavano producendo – anzi che hanno prodotto – disastri elettorali al proprio azionista). E tutto ciò tira in ballo anche la domanda di ricerca sociale che si sta sviluppando, come dice Beppe De Rita, marginalizzando sempre più la richiesta di interpretazione e ampliando a dismisura la richiesta di posizionamento e di percezione.
Quindi ( secondo tema) imprese e istituzioni ( soggetti principali della domanda) debbono avere chiaro che sono responsabili di questo processo al pari dei media.
E – terzo tema – sarebbe urgente sapere con quale piano strategico soggetti pubblici o di servizio pubblico riguardati intendano operare sulla materia. Mi riferisco naturalmente alla Rai che potrebbe e dovrebbe essere al centro di un concreto riequilibrio (al quale servirebbe un CdA ben intenzionato) e mi riferisco alla responsabilità della rete statistica nazionale, ISTAT in testa, che al tempo della presidenza di Enrico Giovannini ha avuto una salutare svegliata su questa materia e che oggi dovrebbe fare una vera e propria rivoluzione comunicativa contribuendo a riportare anche da noi il fenomeno in una dimensione fisiologica.

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