Percezione e realtà. Un articolo di Max Panarari sul Giornale di Brescia (con citazione del “Dilemma del re dell’Epiro”)

Trascrivo volentieri l’editoriale di questa mattina del mio amico e acuto politologo Max Panarari, pubblicato dal Giornale di Brescia sul tema Percezione e realtà, ringraziandolo per la citazione del libro Il dilemma del re dell’Epiro alla cui presentazione romana il 19  luglio ha partecipato.

 

Roma, 19 luglio 2018 – Presentazione del libro “Il dilemma del re dell’Epiro” (Max Panarari è il primo a sinistra)

 

Giornale di Brescia, 7 settembre 2018

Editoriale

Se la percezione riscrive la realtà

Massimiliano Panarari

 

Quanto è reale la percezione… Soprattutto se distorta, e riguardante temi considerati molto caldi nel dibattito pubblico. Ovvero tematiche che inquietano l’opinione pubblica, e si traducono in issues politicamente divisive, come nel caso dell’immigrazione.

Non si tratta di un paradosso, ma di un elemento strutturale che definisce e determina il nostro modo di pensare; e che – come sta avvenendo sempre più di frequente – rende preziosissimo il lavoro delle delle scienze cognitive applicate alla politica.

Una recentissima ricerca dell’Istituto Cattaneo fotografa un’opinione pubblica europea che si ripartisce «tra scarsa conoscenza ed errata percezione» delle proporzioni del fenomeno migratorio e del numero di immigrati. E, in questo contesto problematico e di inadeguata conoscenza della questione, a spiccare negativamente è proprio questa nazione perché, come segnala l’indagine del Cattaneo (insieme a un altro recente sondaggio apparso sul Financial Times), i nostri concittadini intervistati sono quelli che propongono nelle risposte la maggiore differenza tra la percentuale di immigrati non-Ue realmente presenti in Italia (7%) e quella stimata o percepita (25%).

Giustappunto, una considerevole discrepanza tra il dato di realtà e la sua percezione, che si traduce, sotto il profilo politico, in prese di posizione e scelte di voto. L’idea dell’individuo quale attore razionale rappresenta una visione filosofica e un postulato per la teoria economica ma, nella migliore delle ipotesi, si applica solamente in alcune circostanze dell’esistenza, come le scienze cognitive e la neuropolitica stanno ampiamente evidenziando, e come hanno messo in luce i lavori di studiosi quali Herbert Simon, Daniel Kahneman e Amos Tversky.

Le nostre opinioni e valutazioni nell’ambito delle interazioni con gli altri – e, dunque, nel campo politico e sociale – sono intrise di bias cognitivi, vale a dire di presupposti e postulati che si muovono al di fuori del giudizio critico, e risultano appunto costruiti su percezioni errate o deformate, su pregiudizi, stereotipi e orientamenti ideologici, che vengono spesso impiegati involontariamente quando si devono prendere velocemente delle decisioni. E non si tratta dei soli “tranelli cognitivi”. Ci sono infatti trappole di tipo euristico, ossia escamotage mentali che ci conducono a conclusioni rapide impiegando il minimo sforzo cognitivo, ma condizionando così le nostre decisioni. E, ancora, quando in un individuo entrano in contrasto funzionale rappresentazioni tra loro differenti, intervengono poi le dissonanze cognitive. E, in maniera nuovamente molto marcata negli ultimi tempi, è riaffiorata una propensione al complottismo, fortificata e veicolata dai media digitali.

Ad amplificare le discrepanze tra dati di fatto e impressioni difatti giocano un ruolo decisivo, come noto, i social network, che funzionano da camere dell’eco e “bolle di filtraggio” (o “bolle dei filtri”, un termine coniato da Eli Pariser, che oltre a essere una figura di spicco dell’economia digitale è stato il direttore di MoveOn.org e uno dei fondatori di Avaaz).

E non vi è dubbio che essi stiano potentemente contribuendo – e qui la problematica investe direttamente il livello epistemologico – a quello che, per citare l’ultimo libro del sociologo Vanni Codeluppi, si sta configurando come Il tramonto della realtà (Carocci). In cui spicca, giustappunto, l’emozionalizzazione massiccia della vita politica. Che ci fa temere, per citare un altro libro – Il dilemma del re dell’Epiro (Editoriale scientifica), una conversazione tra Stefano Rolando e Stefano Sepe, sul tema del significato e dell’etica della comunicazione pubblica in Italia – che se non si corre ai ripari si rischia davvero molto. Precisamente una vittoria di Pirro, e quindi sulla lunga distanza una sconfitta, per chi pensava che il nostro sistema politico potesse diventare quello di un Paese normale liberaldemocratico e bipolare.

La realtà, tanto inficiata dalla percezione, ci sta malauguratamente dicendo, ancora una volta, l’opposto.

 

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