Spiegare o spendere? In risposta a un collega economista

Un collega di orientamento economico mi detto di avere “abbastanza” apprezzato la mia riflessione (fatta – pour cause – l’8 settembre) sulla mancanza di spiegazione civile da parte delle istituzioni italiane a partire dalla legge 241 del 1990 (cancellazione del segreto e silenzio a favore di trasparenza e accesso) che qui ripropongo per chi fosse interessato a valutare questo spunto.
https://www.facebook.com/notes/rivista-italiana-di-comunicazione-pubblica/oggi-ricorrenza-dell8-settembre-occasione-per-parlare-della-cultura-civile-della/2145706818781330/

Abbastanza” perché, sostiene, quando un paese cova in pancia ancora 5 milioni di poveri la “spiegazione” conta ma conta di più agire materialmente per ridurre con risorse concrete questa piaga.
Ci ho pensato un po’ e ora – lasciandogli il diritto di disvelarsi, se vuole, e argomentare meglio – provo a resistere sulla mia ipotesi di priorità.
Pensando che in questi ultimi anni un governo ha combattuto il disagio economico con i bonus da 80 euro e l’altro governo (in sella) ha vinto le elezioni promettendo il miracolo dell’assegno di cittadinanza.
Nel frattempo l’analisi fatta da Giuseppe De Rita e Antonio Galdo nel loro ultimo “Prigionieri del presente” (Einaudi) vede quasi la metà degli italiani nella sostanziale condizione dell’analfabetismo di ritorno, cioè non in grado di leggere e capire la prima pagina di un giornale quotidiano o di capire la sostanza di un dibattito pubblico di attualità o di assoluta estraneità a qualunque comunicazione digitale.

In questa deriva sociale l’art.3 della Costituzione va a farsi benedire, l’ignorantia legis che pretendono i tribunali è impossibile e quando soffiano venti elettorali pesanti bastano due pifferai a mandare a casa saggi, riformatori, intellettuali, studiosi, competenti e quant’altro in nome di un vento che soffierà dal Guatemala o da Pontida ma resta per ora nient’altro che forza destruens.

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