Il dilemma del re dell’Epiro. Album delle figurine n.48, giovedi 13 settembre 2018.

Due brani alla pagina 157 del libro-intervista dove si racconta la breve ma intensa esperienza all’Olivetti (1995-1996) alla direzione centrale  delle relazioni esterne, istituzionali e culturali del gruppo, nell’anno di trasformazione dall’informatica verso le telecomunicazioni e l’avviamento di Omnitel.

Olivetti era stata certamente una grande scuola per alcune generazioni di professionisti, e ancora nel mio breve periodo di guida del settore, potevo beneficiare di figure professionali presenti, di storie che camminavano con le gambe di chi aveva visto altre luminose stagioni (penso a Bruno Lamborghini, ad esempio, all’interno o a Renzo Zorzi già all’esterno ma ancora molto connesso e con cui avevo avuto rapporti stretti negli anni di Palazzo Chigi), di una storia non spenta anche se ormai con ansie e preoccupazioni di vedere in qualche modo la parola “fine” ad un cantiere quasi centenario. Feci di tutto per tenere quelle bandiere al vento. Portammo a termine le due imprese di mecenatismo culturale che riguardavano il restauro del Cenacolo vinciano a Milano e gli affreschi di Masolino da Panicale a Roma (con adeguati eventi), non si rinunciò ai contributi storici di Giorgio Soavi per l’agenda e il pregevole libro illustrato della collezione ormai decennale Olivetti; si mantennero gli standard di eleganza nel corso della preparazione degli eventi di bilancio (a cui lavorava Daniele Comboni e lo staff stampa guidato da Beppe Pescetto e Vittorio Meloni). L’idea di essere in battaglia per una cosa “grande” e di doverlo fare tenendo l’argenteria lustra e le divise stirate era chiara a tutti. E aveva un valore metodologico che Olivetti e poche altre aziende italiane potevano esprimere. Ma il modo di comunicazione del “modello organizzativo” della trasformazione ebbe un passaggio non convenzionale, accettando il CNEL – allora presieduto da De Rita – di farcelo svolgere a Roma nel luogo delle mediazioni tra impresa e lavoro perché l’intero quadro istituzionale ne avvertisse il senso per l’interesse del Paese. Quanto alla mia personale evoluzione (che ebbe anche una componente di sradicamento, ovviamente) la ripresa di contatto con le culture aziendale fu persino provvidenziale. Mi ero dimenticato che il lavoro del personale era un costo e, nel quadro statale, ragionavo di budget ma non di costi industriali. Quella esperienza mi fece tornare a un realismo che nello Stato tende a perdersi. Vidi da vicino le potenzialità della trasformazione tecnologica nel settore delle comunicazioni e sono tuttora grato della conoscenza fatta di figure come Elserino Piol, vicepresidente dell’Olivetti, che era una leggenda di un management che, coniugando finanza e tecnologia, guardava più avanti di tutti gli altri” (1) .

Se la comunicazione resta una professione che rappresenta sinteticamente ma anche alla radice ragioni, valori e interessi di soggetti tanto istituzionali che economici, l’esperienza Olivetti come ha sviluppato la tua evoluzione della comunicazione pubblica?

“Domanda giusta perché essa è collocata al tempo stesso in una vicenda tutta aziendale, ma anche in una vicenda pubblica e politica nazionale ed europea. Avevo gestito nel ’93 le campagne sulle privatizzazioni al tempo del governo Ciampi. Ora diventava più chiaro il tema, tutto europeo (perché gli americani lo avevano risolto da tempo), di un necessario spostamento culturale in Italia sul valore della concorrenza e anche sulla percezione involutiva delle tendenze a blindare ulteriormente condizioni di monopolio. Assumendo la comunicazione e l’organizzazione relazionale di Olivetti si toccava con mano, come ho detto prima, che il settore delle telecomunicazioni era il vero banco di prova per capire se l’Italia era matura per questa lezione. In realtà la nostra breve esperienza dimostrerà due cose: che l’Italia non era pronta e che una buona parte degli operatori privati che si sarebbero poi infilati in questa partita non erano maturi per contribuire agli interessi generali pour facendo bene e fino in fondo il loro mestiere di imprenditori del capitalismo”.

Foto
• In conferenza con i dirigenti del gruppo Olivetti (1995). Discussione con Eugenio Scalfari e Carlo De Benedetti Scalfari

• L’eredità professionale di Renzo Zorzi (qui con Carlo De Benedetti e Margherita Boniver)

• Due responsabilità progettuali portate a termine : il restauro della Cena di Leonardo a Milano e il restauro di Masolino da Panicale in San Clemente a Roma (con inaugurazione il 19 gennaio 1996 con il ministro BBCC Antonio Paolucci).

   

 

 

(1) Ricordi personali e professionali del periodo sono contenuti nella recensione di Stefano Rolando del libro di Paolo Bricco, L’Olivetti dell’Ingegnere, edito da Il Mulino (2014), pubblicata dalla rivista Mondoperaio n. 9/2015.

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