Reconnecting Europeans

Come riconnettere identitariamente e valorialmente i giovani europei?

Stefano Rolando

(pubblicato sulla rivista Mondoperaio, n. 3/2017)

La domanda del doppio panel saggiamente promosso dalla Rai in occasione del 60° dei Trattati di Roma e  del 30° dell’avvio di Erasmus [1] è: come possono collaborare i sistemi crossmediali pubblici europei per fermare la caduta valoriale dell’Europa e, anzi, per rilanciare soprattutto verso i giovani un’idea di Europa ancorata alla parola “speranza” anziché alla parola “paura”?

Il progetto Erasmus a lungo non ha fatto notizia

Parto da un aneddoto per segnalare una prima riflessione. Il progetto Erasmus era contenuto in un più ampio “dossier” dedicato all’allora considerato urgente e serio (sic) problema di riavvicinare istituzioni e cittadini che costituì, accanto al più noto e discusso dossier sul mercato interno, il vertice UE di Milano del 1985.

Era il cosiddetto “dossier Adonnino”, dal nome dell’europarlamentare italiano che lo aveva coordinato (e lo dico in questa sala) che era stato reputato consigliere di amministrazione della Rai. Quel dossier finì sul mio tavolo tra le prime cose del lavoro che iniziai appunto nel 1985 come direttore generale dell’informazione alla Presidenza del Consiglio dei Ministri al fine di “mettere in pratica” le sue articolate proposte  nella consapevolezza che esso non avrebbe fatto notizia sui media (Eramsus compreso) a fronte dell’unica notizia che interessava i media allora che era quella dello scontro degli europei (Craxi in testa) con la signora Thatcher appunto su ciò che poi diventerà il Trattato di Maastricht. La prima riflessione che svolgo è che la libertà di informazione è la base di ogni democrazia e la conoscenza delle cose è primaria per la partecipazione dei cittadini. Ma la regola dei media è di pubblicare ciò che “fa notizia” e l’Europa è rubricata come una fonte che “non fa notizia”, salvo drammatizzare le trame, con le note conseguenze in atto. Potere e ruolo dei servizi pubblici è quindi anche quello di non puntare solo sulla giornalistizzazione, ricordandosi che i palinsesti consentono spazi culturali, di intrattenimento e spettacolo importanti per operare non su fatti ma su processi che, in particolare in campo identitario, hanno bisogno di tempi lunghi.

I giovani e la distinzione tra vero e falso

La seconda riflessione provo a svolgerla attorno alle mie abituali attenzioni disciplinari. Attraverso cui cerco soprattutto un senso per la “comunicazione pubblica” non legata all’idea della propaganda.  Un monumento ideologico e organizzativo dei regimi totalitari del ‘900.  Ma anche un paradigma penetrato nella cultura e nelle prassi dei modelli di democrazia del ‘900 (anche la nostra) anch’esso arrivatoci in eredità. Ora cultura della propaganda e cultura della partecipazione sono state scodellate dal ‘900 nel nostro terzo millennio come due facce della stessa medaglia. Verità e inganno sono aspetti mescolati come una miscela molte volte non distinguibile. Lo sappiamo da anni che questa miscela esiste. Hannah Arendt scriveva che “il perfetto cittadino di uno stato totalitario non è un nazista irriducibile o un comunista irriducibile, ma uno che non sa distinguere il vero dal falso”.  E qui sta uno dei temi critici nello stabilire (o ristabilire) una fruizione vera e costante nei pubblici giovanili da parte della Rai. L’università di Standford ci ha provocato di recente affermando che l’80% della gioventù europea, apparentemente informata sui fatti, non è sostanzialmente in grado di comprendere la natura vera o falsa dei fatti e della loro concatenazione. Ora la polemica sulla post-verità è in agenda. Forse è un’ipocrisia bella e buona, che ripropone il tema della falsificazione ammantata da una parola confusiva. Ma verrebbe da dire che i servizi pubblici radiotelevisivi hanno così un obiettivo valoriale importante, massiccio, per pilotare le loro strategie su tre grandi irrisolti:

  • affrontare insieme il tema di come recuperare i target giovanili che in buona parte hanno preso le distanze dalle forme tradizionali della comunicazione televisiva;
  • prendere loro stessi le distanze dalla pressione della politica e dei sistemi di interesse attorno alla necessità (diciamo “di Stato”) di avallare forme di propaganda e, con insidie più sottili, anche forme evidenti  nei media di omissione informativa;
  • costruire su questo doppio percorso l’autostrada del racconto valoriale dell’Europa come scudo rispetto alle peggiori tendenze del nostro tempo; una volta si diceva  per “la pace”, poi per “progettare il futuro e investire sulla conoscenza”, poi abbiamo sperato che l’offerta dello scudo – riguardando la moneta e il libero commercio di merci, persone  e capitali – bastasse; alla fine abbiamo visto che bastava e, in attesa di nuovi profeti e nuovi comunicatori, abbiamo subìto l’involuzione identitaria dell’Europa impaurita per le crisi finanziarie e per le minacce migratorie e terroristiche.

Una certa indipendenza per affrontare il silenzio originato dalla spaccatura dei governi sull’identità UE

A guardar bene sistemi radiotelevisivi pubblici europei sono, messi insieme, la più grande e potente agenzia comunicativa d’Europa, forse del mondo. E questa conferenza potrebbe essere il “calcio d’inizio” di un progetto di elaborazione degno della più grande agenzia di comunicazione del mondo.

In cosa potrebbe consistere?

Il punto di partenza è che Eurobarometro ci segnala che proprio la “comunicazione identitaria” dell’Europa è ferma per una ragione in realtà “democratica”. Mezza Europa – governi e popoli di un certo tipo – ritiene che l’identità europea sia solo e unicamente il mercato. L’altra metà – governi e popoli di un altro tipo – ritiene che l’identità europea debba intendersi come politica. L’equilibrio, precario, dei due veri azionisti del Consiglio UE paralizza nel veto reciproco la domanda comunicativa di fondo. Il tempo passa e la comunicazione si limita agli aspetti tecnici, abbandonando il terreno valoriale. Pare evidente che ricucire almeno in parte questi due commitment non è più un progetto su cui la politica riesca a far da sola. Anche se per entrambi i commitment ricucire vorrebbe dire salvarsi[2]. Sembra proprio questo il momento in cui servirebbe un avvicinamento culturale tra queste due opposte versioni. In cui, per esempio, l’arte, la letteratura, la musica, il cinema, lo spettacolo e la cultura dell’immagine potrebbero soprattutto fare la loro parte. E le tv sono ancora il mezzo più forte a disposizione di queste arti. Ma i fatti che possono consacrare l’Europa come scudo rispetto al peggio che l’Europa stessa può generare, vanno cercati e raccontati. Se non lo fanno le news, lo possono fare altri generi di programmi.

Prenderei per esempio la piazza dei giovani a Bucarest che – compostamente, intelligentemente, pacificamente – ha raggiunto di recente 300.000 ragazzi, provenienti da tutte le città e i villaggi della nazione, formata sera dopo sera assumendo persino i colori della bandiera europea, per imporre al governo di ritirare un decreto legge che voleva imporre la necessità e l’urgenza per depenalizzare le sentenze passate in giudicato nei confronti di politici corrotti. Ragazzi che hanno cantato ogni sera l’inno nazionale che dice tra l’altro “dobbiamo mostrare all’Europa e al mondo la nostra faccia migliore” e che hanno ottenuto il ritiro del provvedimento, mentre la posta ora è diventata anche il ritiro di un governo che non ha capito il suo popolo. La notizia è stata data, ma trattata nella rubrica “piazze&proteste” non in quella “nuovo cantiere Europa”.

Quanto alle migrazioni, non è difficile verificare ormai la criticità che tra i nuovi migranti e il nostro modo di non disporre di un piano europeo di integrazione ci sono grandi irrisolti comunicativi. Dovuti al teatro politico che c’è attorno alla paura di perdere voti in tutta Europa con un problema purtroppo ormai mal gestito. Forse la politica non ha più uno storytelling adeguato. Ma dobbiamo rifiutarci di pensare che un tema così non mobiliti la creatività degli operatori delle tv pubbliche europee. Che sanno che l’identità europea è costruita dalla migrazione come valore: dalla Bibbia alla movimentazione dei popoli che ha connesso la fine dell’impero romano e l’alto medioevo, dalle scoperte fatte dagli europei del nuovo mondo alle stesse grandi migrazioni europee che hanno popolato e sviluppato le economie del nuovo mondo.

Davvero su questi e altri spunti un team work creativo dei servizi pubblici europei, senza burocrazia, senza paure delle chimiche elettorali, senza temere il maggiore vizio dei gruppi dirigenti europei che oggi è la variante sterile della prudenza (la “prudenza” possiede anche una variante feconda), potrebbero tentare di fare proposte. Il Festival di Eurovisioni a Villa Medici potrebbe dedicare la sua prossima edizione a questo tema. Un progetto per decidere che è venuto il momento di smettere di raccontare l’Europa con macchine blu che scaricano ministri mentre le bandiere stupidamente sventolano, ripopolando invece telegiornali e programmi con le nuove storie dell’Europa per tutti coloro che ancora la invocano come una speranza.

 

[1] Si è svolta a Roma il 3 marzo una conferenza, promossa dalla Rai insieme all’European Broadcasting Union (EBU) con i contributi di Monica Maggioni, Sandro Gozi, Silvia Costa, David Sassoli, Antonio Campo Dall’Orto, Ingrid Deltenre (direttrice generale EBU) e molti altri  sul tema “Reconnecting EuropeansThe Role of Public Service Media” a cui chi scrive è stato chiamato a portare un  contributo che  questa nota riprende.
[2] E’ questo il filo conduttore del recente bel libro di Antonio Armellini e Gerardo Mombelli, due europeisti di lunga esperienza che hanno cominciato con Altiero Spinelli, Né Centauro né Chimera – Modesta proposta per un’Europa plurale (Marsilio, 2016), in cui la prefazione di Giuliano Amato coglie qui il punto saliente a cui si può ora tendere, riconnettendo queste due Europe (per semplificare, quella di Altiero Spinelli e quella di Margaret Thatcher) : “non sarà la realizzazione del nostro federalismo, ma basterà ad evitare la disgregazione”.

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