Conferenza euro-mediterranea su comunicazioni e migrazioni a Tunisi (ICMPD e Club of Venice) – Interventi apertura e conclusioni di Stefano Rolando

Club of Venice

First Euro-Mediterranean workshop for communicators

Hotel Regency, Gammarth, Tunisia, 18-19 September 2018

Opening statement

Stefano Rolando

(Presidente CdV)

 

Signor Segretario di Stato alle Migrazioni della Repubblica della Tunisia Adel Jarboui, signori rappresentanti diplomatici di molti paesi che hanno in questa conferenza loro esponenti tra cui la capo-delegazione della UE per la Cooperazione qui in Tunisia e ora al tavolo della presidenza signora Sophie Van Haervwerbeke, signor direttore generale dell’ICMPD (e già ministro degli Esteri della Repubblica d’Austria) Michael Spindelegger, cari Colleghi e Amici, a tutti Voi il più cordiale saluto del Club di Venezia.

 

Il Club di Venezia è un organismo che fondammo appunto a Venezia nel 1986 per auto-coordinare – anche se in modo informale – i responsabili della comunicazione istituzionale dei paesi membri e delle istituzioni dell’Unione Europea. Allora l’Europa era a 9 ora è a 27; le istituzioni di rilievo erano 3 ora sono 9; a Venezia nel 1986 eravamo una trentina, ora all’ ultimo meeting di Vilnius siamo stati circa 100, aprendo anche a paesi che hanno chiesto l’adesione, come abbiamo sempre fatto fin dagli anni ’90 (tanto che a questa assemblea partecipano rappresentanti di alcuni contesti che saremmo onrati di avere stabilmente anche ai nostri incontri).

Il carattere informale del CdV – che ha comunque il suo segretariato generale presso il Consiglio UE e con il segretario generale Vincenzo Le Voci sono qui a questa conferenza – significa che non prendiamo decisioni, ma aiutiamo poi a prendere decisioni. E cerchiamo di “rubarci” l’uno con l’altro le innovazioni, le buone pratiche, i punti di vista soprattutto sulle criticità e sulle opportunità. Da alcuni anni non abbiamo mai avuto contrarietà interne nel considerare il tema delle migrazioni al tempo stesso una importante criticità e una importante opportunità. In questi anni la comunicazione istituzionale si è enormemente trasformata in Europa. Certo essa deve essere promossa nel quadro degli interessi nazionali e tuttavia tre principi fanno parte dei valori che l’Europa – dopo il disastro, in una parte del ‘900, dell’uso propagandistico della comunicazione pubblica – risultano acquisiti per tutti:

  • gli interessi nazionali devono coincidere con gli interessi dei cittadini;
  • alla cultura del segreto e del silenzio va sostituita quella della trasparenza e dell’accesso;
  • fare propaganda (rispetto alla verità dei fatti e della statistica) è contro l’etica pubblica.

Come si può immaginare, anche partendo da queste cose semplici, ci tocca discutere parecchio.

Il tema che ci connette tutti in questa conferenza, che si apre oggi, è l’infrastruttura naturale costituita dal Mare Mediterraneo. Vorrei fare una breve riflessione introduttiva. Questo mare si chiama così in età moderna. Quando l’impero romano era in pieno fulgore c’era una carta geografica che aveva al cuore le cosiddette Province senatoriali. Esse comprendevano Roma con tutta l’Italia, la bassa Gallia, il sud della Spagna, l’area greco-macedone, l’Asia minore, Creta e poi tutta la striscia nordafricana da Cartagine a tutta la Cirenaica. Tutto il resto del mondo conosciuto, pur dominato da Roma, era costituito dalle Province imperiali : tutto il centro-nord europeo, dalla Lusitania alla Britannia, fino ad est con l’Armenia, la Mesopotamia, la Siria, l’Egitto, eccetera, con regime giuridico diverso. Ecco perché il mare che univa la parte superiore e quella inferiore di quel sistema si chiamava allora Mare Internum. L’espressione Mare Nostrum nacque al termine dell’impero romano, quando ormai cambiava radicalmente la geopolitica internazionale. E chi lo ha ripreso e sostenuto è stato poi, 1500 anni dopo, il fascismo italiano. Ecco perché io penso che il nome Mare Nostrum, dato ad una pur molto meritoria iniziativa italiana degli anni passati riguardanti le migrazioni mediterranee, non sia stato molto appropriato e che invece, in un consesso come quello oggi qui rappresentato, bisognerebbe tornare a parlare di Mare Internum. I  nomi dicono molto simbolicamente e dentro la  parola “Internum” c’è forse la chiave per avviare:

  • sia una equa e umana politica europea di collaborazione e ricollocazione,
  • sia una seria e progettuale politica euro-africana di gestione responsabile di tutte le implicazioni.

Voglio anche dire che tra la Cina e l’Africa non c’è un Mare Internum. Nessuna critica, anzi. Ma stimoli all’Europa per fare di più.

 

La dinamica migratoria richiede moltissime spiegazioni pubbliche. Lo Stato e le Istituzioni non sono né una Scuola né un Pulpito religioso. Sono l’architettura che governa le regole. E oggi un principio severo ma giusto di applicazione delle regole diche l’ignoranza delle leggi non scusa. Già, ma se nei nostri stessi cosiddetti evoluti paesi europei una parte importante dell’opinione pubblica presenta un alto tasso di analfabetismo di ritorno. Ho i dati su questo, ma sarebbe troppo lungo leggerli. Intendo per “analfabetismo di ritorno” che non si è in grado di leggere la prima pagina di un giornale o di capire bene cosa stiamo dicendo adesso qui noi.  Ai comunicatori pubblici viene in mente tre cose sole: spiegare, spiegare, spiegare. Ciò significa almeno tre cose:

  • avere una forza di comunicazione statistica che non ersiste, perché spesso media e popitica preferiscono comunicare con i sondaggi, ovvero far prevalere la percezione sulla realtà. E’ in uscita il rapporto internazionale The Peril of Perseptiopn, con dati allarmanti. In alcuni nostri paesi europei si pensa che i migranti in arrivo siano quattro volte quelli reali, che la componente musulmana radicata sia due volte e mezza quella reale, eccetera;
  • sviluppare un’etica narrativa in cui scene di massa, fotografia di masse, dati generali impersonali – legittimi ma non sufficienti – vedano sempre più affiancarsi storie legate e vicende reali di persone, non necessariamente “buoniste”, ma comprensibili in ordine a motivazioni e progetti di vita; il pubblico è adulto e giudica, ma i media e soprattutto la comunicazione delle fonti pubbliche non devono produrre solo uno storytelling di allarmismo emozionale;
  • la contrapposizione tra iper-accoglienza e iper-resistenza alle migrazioni e antistorica e per un cristiano anche antibiblica; ma ciò significa che dipende da una cultura più di propaganda che di responsabilità sociale negare l’informazione che spiega l’affarismo, l’illegalità, lo sfruttamento che vi sono attorno ai processi migratori; gravissimi reati che sono peggiori quando essi hanno copertura in ambito istituzionale.

Ultimo punto di questo breve intervento, che tiene conto delle tante esperienze attive che governi nazionali e territoriali cercano di sviluppare con questo tema, riguarda uno spunto per una iniziativa comune. Se il Mediterraneo è il nostro Mare Internum proviamo a misurare insieme cosa converge e cosa diverge nelle tendenze narrative pubbliche (ovvero sia quelle mediatiche sia quelle istituzionali) lavorando su pochi e semplici punti (qualcosa ho provato a proporre).

Affidiamo il compito a un piccolo pool di studiosi, di università competenti e costruiamo un rapporto euro-mediterraneo su questa materia. Insomma promuoviamo presso le nostre opinioni pubbliche l’idea che la comunicazione non ha tutte le colpe ma neppure tutte le virtù in questa difficile storia e indichiamo – come si fa quando si vuol migliorare la vita di una famiglia o di una impresa – l’elenco dei punti di forza e dei punti di debolezza.

Ho visto l’ottimo Rapporto 2017 promosso da ICMPD, con razionale inquadramento di flussi e analisi delle criticità di sistema. Credo che l’analisi della rappresentazione comunicativa avrebbe una degna complementarità. La Fondazione di ricerca della mia università sta per pubblicare un dossier a più voci sull’esperienza di dialogo con università africane, asiatiche e latino-americane su questa materia.

Voglio rispettare il termine dei tre punti e di un saluto. E non andare oltre.

 

Club of Venice

First Euro-Mediterranean workshop for communicators

Hotel Regency, Gammarth, Tunisia, 18-19 September 2018

Conclusion of the meeting

Stefano Rolando

(Presidente CdV)

 

   

Cari Colleghi ed Amici,

torno a ringraziare tutti coloro che hanno contribuito alla riuscita di questo meeting.

Ho appreso molte cose. Soprattutto ho visto una nuova tipologia di operatori che – nelle istituzioni, nei centri di studi e ricerca, molti sul terreno – stanno lavorando alla creazione di un settore di specializzazione professionale attorno a un grande processo del nostro tempo: una immensa mobilità planetaria.

Ho ben notato il dato che ci ha confermato Paola Pace, che lavora in questa regione per conto dell’OIM: 258 milioni di migranti nel 2017 (un dato quasi omogeneo a quello dell’anno precedente) ovvero il 3,4% dell’umanità.

La fotografia satellitare che è stata collocata nella scenografia di questa sala (in Europa la conosciamo nel format tagliato in basso, cioè senza la riva nord del continente africano che qui c’è e che, fatta salva l’area del Cairo, presenta oscurità diffusa rispetto alla luce a volte magnetica che esprime l’Europa) ci rivela qualcosa delle ragioni, anch’esse epocali e dominate dalla velocità delle tecnologie della comunicazione, di questo grande flusso sud-nord: la ricerca di quel che si crede sia la vita. In quel “si crede” ci sta largamente anche il potere della rappresentazione mediatica e comunicativa.

In ogni caso questa specializzazione professionale, in particolare attorno alla regione mediterranea, è al tempo stesso antica e moderna. E obbliga ad una vera interdisciplinarità (spesso trascurata nelle nostre università) senza la quale – come ci hanno detto i giovani giornalisti premiati – non si potrebbe fare nemmeno un buon giornalismo. Il segmento della comunicazione in questa interdisciplinarità è fortemente trasversale e ha caratteri molto delicati.

La comunicazione influenza l’opinione pubblica, influenza i decisori, può confondere oppure al contrario rendere comprensibili gli eventi. E quando lo fa diventa materia di discussione civile e quindi di crescita culturale e umana. Ma quando fa il contrario, e si mette al servizio di interessi, di speculazioni elettorali, di un certo marketing mediatico fondato sull’allarmismo e la pura spettacolarizzazione, qualche volta anche diventando “disinformazione”, pone il problema di riconoscerla e di smascherarla.

Ecco il perché della necessità di un approccio rigoroso e scientifico a questo tema, possibilmente attenuando il conflitto politico che la materia legittimamente esprime.

Dunque davvero grazie a ICMPD, all’Unione Europea (che a volte si capisce che fa più cose di quelle che riesce a comunicare) soprattutto per la sua presenza su questa costa del Mediterraneo (consentitemi di dire che ho molto apprezzato sia le parole della signora van Haerverbeke capo-delegazione dalla UE per la cooperazione qui in Tunisia, sia quelle di ieri sera dell’amb. Bergamini, rappresentante della UE a Tunisi, che ha parlato – come si dice – non la “langue du bois”).

Insomma segnali di una cooperazione istituzionale e delle realtà dell’associazionismo sociale ispirato ad un approccio ai temi migratori senza pregiudizio, ciò che aiuta la conoscenza e la decisione possibile. Perché i principali pericoli sul tema restano quelli dell’ignoranza e dell’indecisione.

Annoto anche che aver visto ieri sera nel “Media Migration Award una generazione internazionale di giovani professionisti dell’informazione che racconta con libertà e umanità (e spesso con salari molto, molto contenuti) questa grande storia del nostro tempo è stato uno spettacolo civile.

Come Club di Venezia abbiamo parlato in questi due giorni con Julien Simon di futuro.

Ci siamo impegnati a cercare itinerari di collaborazione a partire dall’Assemblea plenaria che si svolgerà a Venezia verso la fine di novembre. L’esperienza di ICMPD e i risultati dei primi rapporti realizzati in materia di comunicazione e migrazioni saranno certamente apprezzati dai nostri partecipanti.

A proposito dell’intervento che ha appena svolto lo stesso Julien in questa parte conclusiva dei lavori, voglio sottolineare che il tema della “reputazione” (a cui io stesso, sotto forma di “public branding dedico una parte importante di attenzioni anche universitarie, nel senso di una naturale evoluzione della “comunicazione pubblica” attorno ad una tematica moderna complessa, quella dell’immaginazione e dell’attrattività, che comporta anche analisi di pregiudizi e stereotipi attorno ai fattori di stigma e repulsione) deve entrare di più nel nostro radar di valutazione. L’immagine delle migrazioni è diventato un tema critico e l’immagine dei paesi più convolti nel processo migratorio è parte della questione centrale della radicalizzazione nord-sud del pianeta.

Ancora grazie a tutti e agli interpreti, vi prego di considerarci buoni testimoni di questa preziosa esperienza.

 

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