Umberto Eco, una lettura alessandrina (di Gianluca Veronesi)

Gianluca Veronesi, già dirigente della Rai e qui in particolare come ex-assessore alla cultura ed ex-sindaco di Alessandria (Piemonte), per altro anche città di origine di mio nonno paterno Alessandro Rolando (che fu ragioniere capo del Comune di Milano e tra i primi sindaci dell’Ente Fiera di Milano), ha la cortesia di inviarmi questa nota dedicata ad uno dei due alessandrini più noti del ‘900 (l’altro è probabilmente Gianni Rivera), che riporto sul blog per la qualità e l’interesse del testo. Riproduco anche una mia foto dell’affollato funerale di Umberto Eco al Castello a Milano, a un passo dalla sua casa milanese, mentre parla il sindaco Giuliano Pisapia.

Io sono uno che apprezza le persone che si adeguano all’ambiente e alle circostanze.
Questo non vuol dire che esse siano doppie, ipocrite o prive di personalità. Anzi sono ben strutturate, in pace con se stesse e semplicemente non hanno canoni da rispettare.
Succede invece che uomini famosi, noti per un’atteggiamento pubblico particolarmente severo, colto, intellettuale, ritengano di non potersi lasciare andare neanche in privato, per non venir meno alle aspettative dei presenti e alle presunte caratteristiche del loro personaggio.
Dire che Umberto Eco non era uno di questi è troppo poco.
Egli era uno dei pochi (a mia conoscenza) che andava oltre: scherzava quando faceva sul serio, usava ironia e leggerezza trattando di filosofia scolastica e storia medievale, mentre al contrario aveva una grande attenzione e concentrazione quando giocava, si divertiva e intratteneva.
Nelle rare incursioni in città erano famose le sue rimpatriate con i compagni del liceo; vederli era uno spettacolo: un misto di goliardia, parrocchia e ballo delle debuttanti, rigorosamente in dialetto. Ma appena si usciva dalla rimembranza ogni frase poteva essere un tranello nel gioco di parole, di doppi sensi, di citazioni colte usate come slogan di carosello. Era una sciarada, difficile e impegnativa, ad alto tasso alcolico.
È inutile che vi ricordi che egli è stato, nella seconda metà del XX secolo, uno degli Italiani più conosciuti all’estero, prima nel ridotto mondo scientifico, poi in quello più vasto della letteratura e che è stato insignito di non so quante decine di lauree ad honorem ovunque nel mondo.
Ho avuto l’occasione di incrociarlo molte volte in un periodo della mia vita, quando facevo l’assessore alla cultura della sua e mia città. Non posso dire che diventammo amici ma certamente non a causa di distanze, sussieghi, vanità da parte sua, bensì per soggezione e senso di inadeguatezza da parte mia.
Tutti sanno che Eco era molto legato ad Alessandria e che fu uno dei primi teorici in Italia (ma non solo) della cosiddetta “industria” culturale, del fatto cioè che la cultura poteva essere un grande volano economico per i territori, a condizione di sapere programmare eventi di grande qualità intrinseca e di dimensione organizzativa e comunicativa nazionale. Questo combinato disposto, invece di migliorare la mia posizione, la peggiorava: se non sapevo fare tutto ciò non solo deludevo lui ma rovinavo anche la nostra economia.
Per la verità non era pretenzioso verso di noi: fece molto discutere (per decine di anni) un suo articolo sull’Espresso, credo in occasione dell’ottavo centenario della città, dal titolo: “pochi clamori tra Tanaro e Bormida” dove sosteneva che sono fortunate le città (noi) che non hanno mai avuto bisogno, nella loro storia, di eroi e santi (che di solito compaiono come conseguenza di guerre, soprusi, devastazioni e intolleranze). Ci fu una tavola rotonda con tutti gli alessandrini allora famosi nel mondo e c’era una certa delusione e crollo di autostima in questi “emigranti di lusso” che non potevano esibire nessun eroe nel proprio pedigree mandrogno.
Il culto di Eco cominciò in me giovane con la lettura di “Apocalittici e integrati”. Non sto a riassumere ma era la scoperta della modernità: era la fine della sacralità della cultura, la laicizzazione dell’Accademia, l’ingresso dei cartoon del jazz e dell’arte contemporanea nell’Olimpo del sapere. Uno svecchiamento e una svendita che poteva essere permessa e perdonata solo ad un enciclopedico ma non erudito.
Eco era, secondo me, molto professore, in aula e nella vita. Apparteneva alla categoria dei burberi benefici. Quelli aperti, dialoganti a condizione che si abbia qualcosa di originale da dire, che accettano scherzi, insubordinazioni e provocazioni purché geniali, che diventano però inconciliabili se si accorgono di trascuratezze, imprecisioni, furbizie ma soprattutto banalità. Ho avuto modo di vederlo alle prese con gli allievi a Bologna: ogni lezione era una lectio magistralis , non a caso frequentate anche da chi non era neanche iscritto. D’altronde era persino difficile capire chi erano i destinatari ufficiali. Eco, senza volerlo, ha praticamente rottamato una disciplina nata meno di un secolo prima (sociologia) in favore di nuove specializzazioni come scienze delle comunicazioni, semiotica, DAMS (ovvero la laurea in scienza delle arti e dello spettacolo).
Venne il momento in cui tentammo di conquistarci l’università. Lo facemmo all’italiana, l’unico modo che conoscevamo. Partimmo senza aspettare programmazioni, permessi, autorizzazioni. Ovvero come decentramento delle facoltà torinesi, ben contente di trovare finanziamenti per nuovi insegnanti, laboratori e collaboratori tecnico-amministrativi, grazie anche ai generosi contributi della Fondazione della Cassa di risparmio.
Ovviamente Novara e Vercelli fecero altrettanto. La “tripolare” sembra un mostro giuridico e pratico ma qualunque università nelle città metropolitane ha la stessa estensione e distribuzione. Il riconoscimento dell’autonomia fu possibile grazie alla tumultuosa nascita delle lauree brevi, un’esigenza imprescindibile per smaltire l’enorme massa di fuori corso e ridurre l’abbandono scolastico.
In mezzo a questa infinita complicazione decisi di consultare il Professore. Mi ascolto’ attento, per un tempo interminabile (quindi non aveva fretta) e rispose telegrafico: mi raccomando, fate nascere facoltà nuove, con insegnamenti inediti, uniche in Italia e possibilmente nel mondo.
Lo ringraziai calorosamente e me ne andai. Non lo raccontai mai a rettore, senato accademico, direttori di facoltà e dipartimento che già litigavano sull’ampliamento delle loro cattedre. Naturalmente aveva ragione Eco e non era una risposta megalomane. Esistono decine di università nel mondo che hanno saputo trovare la loro “nicchia” all’avanguardia, originale ed esclusiva (perché il mercato non ne regge due); la loro specializzazione aiuta chiunque a riconoscerle, producono una ricerca molto “applicata” e quindi facilmente finanziabile, trovano immediata occupazione ai loro limitati laureati.
Da noi conta invece il numero di iscritti e posso confessarvi che dopo 20 anni finalmente tiro un sospiro di sollievo e nutro fiducia: 12, tra facoltà e specializzazioni, garantiscono ormai la sopravvivenza del polo alessandrino.
Un ultimo, indelebile ricordo: la presentazione del “Nome della rosa”. Credo che quella di Alessandria sia stata la prima di una lunga serie, grazie a Cesarino Fissore che, avendo ancora la libreria, si era interessato. Il libro era uscito pochi giorni prima e non erano ancora stati pubblicati gli articoli dei critici letterari. Nella sala al solito affollata, solo due persone lo avevano letto: l’autore ed io che presentavo. Ma non ero in grado di rendere l’emozione da me provata. Non sto a spiegare, tanto lo avete letto tutti ( insieme a oltre dieci milioni di lettori nel mondo). L’emozione era doppia: per il fascino del libro e per la presenza di Eco lì di fianco che era, a mio parere, il libro incarnato.
Una sorta di autobiografia impossibile ( a proposito: vi ricordate le “interviste impossibili”?).
C’è tutto: il bibliofilo che cerca di salvare invano la biblioteca dal fuoco, l’intellettuale di formazione cattolica che fa i conti con i fratacchioni sporcaccioni ma soprattutto con gli eretici, la serena esibizione del suo enciclopedico sapere, attraverso lunghissimi elenchi di veleni, eresie, volumi e incunaboli rari e perduti.
Ma soprattutto, fondamentale e centrale, la lotta contro una cultura retrograda e oscurantista che vede nel ridere, nell’ironia, nella spregiudicatezza il grande nemico e che è pronta a uccidere e distruggere purché il mondo non si diverta, non apra gli occhi e non scopra la felicità.
Ovviamente non dissi nulla di simile, mi avrebbe detto che sognavo e che tutto era unicamente funzionale al racconto. Anche i complimenti gratuiti, generici, le iperboli provenienti dalla sala furono respinte al mittente, come infondate, imprecise, immeritate.
Finisce qui il mio viaggio. Lo lascio alcuni decenni fa nella sua nuova casa di Milano, non ancora terminata, di fronte al Castello, mentre sistema migliaia di libri in una biblioteca in realtà ordinata ( un quadrato che circonda un cortile) ma che a me sembra un labirinto per esoterici adepti.
Il destino ha poi voluto che io, negli ultimi quarant’anni, mi sia occupato di media, televisione, comunicazione (nel diabolico triangolo marketing, promozione e propaganda), tentando di applicare con alti e bassi (più bassi che alti) quello che avevo studiato all’università, sui libri scientifici del Professore.

Gianluca Veronesi

 

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