Gli “orizzonti selvaggi” di Carlo Calenda (nota sulla pagina di “Amici del Partitodiazione”)

Nota di Stefano Rolando

 

Ci si aspettava un libro da Carlo Calenda, manager laureato in giurisprudenza (Ferrari, Sky, Confindustria, Interporto Campano), poi in diplomazia (alla rappresentanza italiana a Bruxelles) e poi in politica (Italia futura, Scelta Civica, da ultimo il Pd), ministro nei governi Renzi e Gentiloni, abituato a un certa assertività negoziale?
Personalmente direi di sì perché, appunto, nella rappresentazione mediatica, quello stile – spesso più sulle conclusioni che sulle premesse – ha indotto una certa attesa di capire se le “premesse” fanno comunque parte della sua genetica. Nella tradizione, sarebbe questo un presupposto anche del saper far politica. Anche se è vero che l’onda gialloverde oggi emergente ha tagliato sia le premesse che la genetica ed è passata alla assertività spesso incompetente. Tuttavia Calenda sceglie un mondo e uno schieramento in cui certe regole resistono.
E direi in secondo luogo di sì, perché lasciato il “campo delle opere” – quello in cui un ministro parla per atti, per decisioni normative, per scelte sotto i riflettori – un libro resta ancora un modo di svelamento potenzialmente allargato, ancorché destinato soprattutto alla classe dirigente. Un modo per mettere “nero su bianco” che contiene, forse riduce, il galleggiamento e il possibilismo inevitabili in epoca di incertezze di quadro generale. Ma dal momento che la posizione politica di Calenda è appunto contro il galleggiamento e contro il possibilismo a cui il partito a cui è iscritto si è in questa fase ridotto, causa diatribe interne e difficoltà oggettive di strategia, un libro è già un passo avanti nei chiarimenti.

L’inizio suona così: “Questo libro cerca di ricostruire i perché della caduta dell’Occidente e delle sue classi dirigenti, di analizzare la consistenza delle paure globali e di suggerire un metodo per affrontarle partendo dal presente. Immergersi nelle inquietudini e definire i contorni dei nostri orizzonti selvaggi è il primo passo per ricostruire un pensiero politico progressista credibile e capace di coinvolgere e mobilitare i cittadini”.

Tre punti semantici (parole in cerca di nuovi significati): la caduta dell’Occidente, le paure globali, il pensiero progressista.  L’onda parrebbe quella del macronismo, ma il fianco non è scoperto in questa direzione a causa della crescente impopolarità in Italia del leader francese e del flop, per ora, del progetto di costruzione di una trama euro-progressista esplicitamente guidata dall’Eliseo. Tuttavia il filo del pensiero è sui tempi stretti di un quadro di alleanze possibili per non finire fuori strada da qui alle elezioni europee. Un quadro di alleanze che Calenda chiama comunque  ”Fronte repubblicano”.  In cui l’Occidente non è buttato alle ortiche come farebbe l’ala corbinista di un eventuale ampio schieramento progressista, ma che si smarca anche dall’evoluzione blairiana del laburismo.  “La Storia è tornata in Occidente – scrive ancora agli inizi Calenda – è un ritorno che genera paura, ma che riporta i cittadini all’impegno. Il campo tra populisti e progressisti si va separando in modo molto più netto e radicale rispetto a quanto accaduto tra destra e sinistra nel recente passato. Valori che ritenevamo acquisiti vengono messi in discussione. La battaglia per la democrazia liberale è iniziata, e i progressisti la stanno perdendo per mancanza di visione, progetti e iniziativa politica. Per cambiare le sorti di questo confronto occorre ragionare a fondo sugli errori commessi e definire i contenuti di un pensiero progressista adatto ai tempi burrascosi che stiamo vivendo. Identificare contenuti e valori di una “Democrazia progressista” capace di rispondere ai bisogni e alle paure dei cittadini delle democrazie occidentali è l’obiettivo di questo libro. Il futuro di paura e il presente di ingiustizia e di rifiuto dei valori e delle politiche seguite dalle democrazie liberali”.

Il libro segnala che l’autore è in viaggio fuori dalla crisi del Pd e forse anche fuori dal Pd. Aspetta le conclusioni del testo, ma poi non ricorre a perifrasi: “Il Pd è diventato una stanza di compensazione di interessi e rancori dove si litiga in pubblico e si fanno accordi al ribasso in privato. Nessuna elaborazione ideale, forza di mobilitazione, capacità di coinvolgimento può nascere in questo contesto. Qualsiasi tentativo di rianimarlo è di conseguenza miseramente fallito”.

Per questo l’analisi di paure e coraggi è possibile solo varcando i confini di quel dibattito interno. Non proponendosi di inseguire accordi con Cinque Stelle (dunque no alla prospettiva Zingaretti ma no anche al “terzo avvento” renziano) ma operando concorrenzialmente per cercare di “rappresentare” le paure cresciute nel paese.  Qui il  rischio di mantenere un’aura retorica sulle argomentazioni c’era, dato l’inevitabile contorno drammatizzato della situazione di partenza. Ovvero delle condizioni dell’Italia oggi, dopo un ciclo di tre governi a guida del PD con alcuni punti all’attivo ma anche con molti irrisolti (tra cui quello della governance del partito) e nel quadro di una deriva populista che sta incontrando una folgorante crescita di consenso (60% complessivo di fiducia diviso equamente tra Lega e 5 Stelle). Nel testo di Calenda sono indicati due controveleni:

  • far comunque prevalere lo stile manageriale, cioè conciso, dialettico, capace di rincorrere le contro-deduzioni del lettore;
  • scegliere il teatro del futuro prossimo e non del passato prossimo per adattare lo svolgimento.

Di che paure si tratta? Essenzialmente degli effetti estranianti di una mal digerita globalizzazione manovrata più dai codici degli interessi che dalla modernizzazione dei processi, così che anche quando essa opera a “fin di bene” (può succedere, tanto è vero che di successi l’autore ne conta almeno dieci) i più non ne capiscono la trama. Senza vedere in faccia il “nemico”, alla fine della scena – ovvero della giornata o del mese – la tua vita è peggiorata, le preoccupazioni sono aumentate, il rapporto tra bisogni e sicurezza si è ulteriormente sbilanciato. Dunque una paura soprattutto costruita nel quadro della “non comprensione” e soprattutto nel quadro del persistere del fenomeno che Calenda riferisce alle “ragioni antiche e profonde della separazione tra Stato e cittadino”. Argomenti a cui abbiamo dedicato anche di recente riflessioni aggiornate[1].

Circa il coraggio, il libro lo propone in quattro declinazioni:

  • smontare i modelli di politica che non hanno funzionato, tentare il passaggio storico dal format dei “partiti” (parti, anche piccole, costituite dal sedimento ideologico e identitario originario) verso il format aggregativo del “raggruppamento”; ovvero verso una certa cessione di sovranità ideologica in cambio dell’allargamento della forza d’urto;
  • non fidarsi della sola cultura liberale (nel cui ambito Calenda considera che la globalizzazione sia stata “dogmatizzata”) per tentare di tenere in vita la democrazia liberale;
  • recuperare cultura etica nel dibattito sulle tendenze attuali del capitalismo;
  • avere chiara la dinamica delle radici, ma non tradurla nel rifuggire nel passato.

E’ una ricetta sufficiente? Si per molti versi, col rischio che l’analisi di fattibilità di una possibile stagione post-partitica, federativa, plurale, del far politica è qui adombrata ma poco dimostrata (appunto, orizzonti ancora “selvaggi”). E tuttavia il mondo “multipolare” di cui parla Calenda dovrebbe contenere in effetti il rilancio di una cultura delle alleanze a cui lui fa riferimento metodologico. La domanda è se corrisponde anche ad una realistica percezione dei limiti dell’Occidente (argomento del citato Bill Emmott) per uscire dalla punizione subita nella crisi finanziaria 2008-2018. Comunque questi sono gli orizzonti di Calenda che non vuole fare un “libro esauriente” che contenga risposte per tutto. Vuole segnalare – ad un ipotetico raggruppamento di persone ed esperienze – il suo profilo di analisi su un certo apprendimento maturato e sull’idea di un nuovo indirizzo.

Il percorso stesso di Carlo Calenda (conta la formazione “tecnica” ma conta anche – con madre e nonno, i Comencini, registi di chiara fama – il pensiero “laterale” della creatività e dello spettacolo) potrebbe dirci che le sue non sono le radici della storia del PD (quella post-comunista e quella post-democristiana) come non sono quelle della destra di tradizione (sia berlusconiana che nazionalista).

Se rimane la “radice liberale” si capisce che essa ha bisogno di robuste spiegazioni perché nella vicenda italiana può significare una cosa e il suo contrario. Qui il libro e soprattutto il linguaggio aiutano un po’ e portano alla “battuta” che ha concluso il confronto che Calenda ha avuto, nel programma della Gruber, con Luciano Canfora (sinistra di tradizione, normalista, filologo classico e storico dell’antichità) convenendo i due che quel modo di cercare di tener coniugato un progetto progressista almeno con la scelta di schieramento e, più in generale, di tenere coniugate politica e cultura, significa nella vicenda italiana un richiamo all’azionismo. “Lì, si arriva” ha detto Calenda, quasi fuori campo e quindi poco percepito. Ora un progetto post-azionista è attivo in Italia da un paio d’anni. Esso parte dall’idea del “fare” concreto ma con lo stesso spirito che Calenda annota di corsa: “Le idee questa volta devono precedere l’azione”. Da qui la riformulazione dei famosi sette punti del 1942[2] e chissà che Calenda non lo intercetti dandogli energia per entrare nelle ipotesi di rimescolamento a cui il dialogo dei post-azionisti con Più Europa non ha prodotto, alle recenti elezioni, un’evoluzione concreta.

Disciplinarmente (come dicono i professori) il libro sta sul crinale socio-economico, non sbanda nel politichese, non si fa prendere da passioni storiografiche, non ha il taglio della politologia dell’etica pubblica, non si accoda alle predizioni filosofiche che hanno avuto un certo successo di recente. Sta dunque sul registro dei rapporti di analisi e previsione che animano la funzione scenaristica e, in generale, gli appuntamenti di background della classe dirigente. C’è un buon trattamento del rapporto tra tecnologia e politica; ha a cuore il tema trasversale della sostenibilità; manca forse – nel mix necessario, anche per leggere balzi e performances dei vincitori – uno sguardo più serio ai processi mediatici e comunicativi che comporterebbe aggiungere alle sue carte quella della chiara e netta lotta alla cultura della propaganda.

Qualche parola, alla fine, attorno al titolo scelto, che rimanda alla cinematografia degli anni eroici del grande schermo: Orizzonti selvaggi. Chissà se nella genetica familiare di Calenda abbia giocato una memoria di titoli cult, che potrebbe riguardare “Orizzonti di gloria” (Stanley Kubrik, 1957, con Kirk Doulglas) e “Uomini selvaggi” (western classico, del 1971, di Blake Edwards, con William Holden). Insomma una conscia o inconscia crasi di sostantivi e aggettivi adattata alla necessità immaginifica di promuovere uno sguardo lungo ma senza cedere alle buone maniere dei linguaggi felpati della convegnistica confindustriale.

[1] Stefano Rolando – Un fattore della crisi: l’insufficienza della cultura civile della spiegazione (al link https://wp.me/p9vAjS-pQ)

[2] http://www.partitodiazione.it/wp-content/uploads/2018/01/partitodiazione-i-sette-punti-programmatici-del-2017-e-lottavo-aggiunto-e-i-sette-punti-costitutivi-del-PdA-del-1942.pdf

 

Posted by Amici di Partitodiazione on Thursday, 18 October 2018

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