“Il Paese perduto”, viaggio per immagini di Ernesto Galli della Loggia

A margine di una discussione promossa dal “Cantiere delle Ragioni” a Roma

Stefano Rolando

Pubblicato da Linkiesta il 26 marzo 2017

Introduco a Roma la discussione su un documentario che ha non poche particolarità per fare sintesi su un tema che rischia sempre l’enciclopedisimo della sua complessità o lo sguardo indietro della sua retorica: l’identità italiana. La prima particolarità è quella di non svolgere “inchieste”, di non mettere in scena la chimica delle testimonianze, ma di scegliere un repertorio – spesso inedito o comunque poco consumato – che racconta l’Italia dalla ricostruzione in poi attraverso quello che potrebbe essere chiamato il “sentimento laico” del Paese. Vivere, consumare, conoscere, fare. La seconda particolarità è di lasciare in sordina il tema caro e consueto del suo autore, quello della responsabilità della politica e delle classi dirigenti, per comporre un disegno visivo sulla scomparsa di quel “sentimento nazionale” fatto di appartenenze, speranze e condivisione di un destino comune. La terza particolarità è di offrire una forma narrativa inconsueta a un autore di penna che non si attribuisce nemmeno il compito di analizzare con gli strumenti che personalmente possiede lo scorrere di immagini che gli permettono di intitolare il viaggio “Il Paese perduto”. L’autore è Ernesto Galli della Loggia, storico, analista politico, saggista specialista sul tema dell’identità italiana, editorialista del Corriere della Sera con alcune impietosità senza deroghe nei confronti di chi secondo lui ha le maggiori colpe per averci fatto “perdere” quel Paese. La regia è di un giovane toscano, Manfredi Lucibello, che ha non solo ben selezionato ma anche ben montato con un ritmo narrativo che corrisponde alla cifra dolente dello sguardo storico la quantità di immagini di repertorio, il produttore è Carlo Macchitella (con la sua Madeleine) per Rai Cinema con la collaborazione dell’Istituto Luce. Discussant di prestigio – nella presentazione organizzata a Palazzo Altieri a Roma da Andrea Lorusso Caputi nel quadro delle iniziative de Il cantiere delle ragioni che negli ultimi tempi va attivando nuclei di iniziativa civica per reagire alla palude della “seconda Repubblica” in una chiave scomparsa dal’offerta politica italiana, quella di tradizione non posticcia liberaldemocratica – sono Lucia Annunziata e Antonio Polito che aprono le considerazioni con la comune testimonianza per la prima nota dominante del filmato: la fine della “questione meridionale” intesa come una preoccupazione di tutti per ricomporre l’antinomia dell’Italia a due velocità, trasformata – lo dice lo stesso Galli della Loggia – da Mezzogiorno a Sud, secondo la profezia di Giustino Fortunato che l’Italia sarebbe diventata quello che il Mezzogiorno sarebbe diventato, ora con evidenza territorio corrotto, improduttivo e senza speranza”.

Seconda nota di commento comune, il significato del titolo. Antonio Polito ci legge la quantità di primati, o di strumenti per primeggiare, che l’Italia ha perso nel campo dell’economia competitiva. Quindi un film sul sentimento collettivo dell’impoverimento.

Lucia Annunziata ci legge lo schiacciamento dell’identità nazionale ad opera di iuna globalizzazione alla quale l’Italia e soprattutto gli italiani non erano preparati. Per quel che mi riguarda ho ricordato che l’aggettivo “perduto” riconduce l’immaginario letterario al Paradise Lost di Milton, attorno cioè alla maggior perdita, quella del Paradiso terrestre, per un autore che tuttavia cercò poi anche di riequilibrare la sua narrativa con un “Paradiso ritrovato”, detta come speranza che sia possibile immaginare prima o poi in Italia una nuova descrizione della “ricostruzione”. Condivisa è la scelta dell’autore di mettere in campo il ruolo strategico – anch’esso “perduto” – della scuola, che Galli della Loggia, intervenendo a conclusione, ricorda essere una competenza che dopo Luigi Berlinguer non è stata più affidata a un politico di qualche spessore.

Cosa non c’è nel racconto filmato? Secondo Lucia Annunziata non c’è il ruolo del sistema delle comunicazioni e non c’è la trasformazione tecnologica dei sistemi di produzione e consumo. Anche secondo Antonio Polito non è sottolineata abbastanza la velocità del processo di modernizzazione che tuttavia proprio le immagini diffuse di una ruralità pasoliniana del filmato fanno emergere per contrappunto immateriale. A mia volta vedo poco nord, poco riconoscimento dello sviluppo delle nostre industrie creative, poca Milano. Ma il punto di fondo, che ruota attorno al titolo, è quello di una traiettoria che, partendo da dolori e macerie, era possibile ma che non più stata sorretta da una politica che “ha abdicato”.

Qui il film si salda con il libro che di recente Ernesto Galli della Loggia ha dedicato proprio alla crisi e all’involuzione dell’Italia repubblicana, “Credere, tradire, vivere” (Il Mulino) e che – utilizzando a fondo le parole, la scrittura, la memoria, le citazioni – è una potente sintesi argomentativa attorno a ciò che, per insipienza o per tradimento, ci siamo persi quanto al “patrimonio morale della nazione”. Come dice concludendo proprio quel denso libro Galli della Loggia perché “è sopraggiunto un altro presente, quello di oggi, che sembra volere, e potere, fare a meno di qualunque passato, addirittura sul punto di troncare ogni rapporto con esso”.

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