L’anomalia italiana. Valerio Castronovo sugli ultimi trenta anni di storia economica

    
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Quando nel 1986 il ricalcolo del PIL portò l’Italia più avanti della Gran Bretagna (fatto epocale da cui parte Valerio Castronovo nel suo tanto pregevole quanto amaro libro “L’anomalia italiana“) ne abbiamo sentite di tutti i colori dalla stampa e dalla politica di paesi in competizione, tra cui naturalmente gli inglesi. Avessimo usato le suole delle scarpe (brandite di recente da un europarlamentare leghista in Parlamento europeo) anziché il rapporto tra statistica e umorismo, saremmo stati fritti.

Parto da questo spunto aneddotico per entrare nelle pagine del libro di uno dei maggiori storici dell’economia italiana, uscito per i tipi di Marsilio , che mette a disposizione una ricostruzione più che trentennale utile per ogni disegno di ricomposizione di una nuova e aggiornata “sinistra di governo”.

L’anima di un paese perduto
Come si vede, nel confronto tra contesti in difficoltà la preparazione della classe dirigente fa la differenza. Se uno storico reputato – già ordinario di Storia contemporanea all’Università di Torino – usa la parola “anomalia” nel titolo, finisce per essere questa la chiave interpretativa dei fatti e dei processi che hanno alimentato l’impasto delle nostre patologie e delle nostre virtù.
L’elenco nel libro è minuzioso. Diciamo per ora che anche l’approssimativa classe dirigente che sommando mele e pere (ma soprattutto sommando nord e sud) sta al governo e nei parlamenti nazionale ed europeo contribuisce evidentemente al perimetro dell’anomalia italiana.
Ma basta scorrere l’indice del saggio di Valerio Castronovo per leggere molti punti esclamativi che non riguardano l’ultimo miglio di quella storia: da quello che definisce l’abbaglio di un nuovo boom negli anni ottanta alla corsa al debito pubblico; dalla perdita di peso italiana dopo la riunificazione tedesca al tracollo della lira e della prima Repubblica; dalla slavina di Tangentopoli ai nodi inestricabili del sistema previdenziale; dal drammatico e burrascoso G8 di Genova ai “giri di valzer” del Cavaliere; dalle scalate bancarie al boomerang dei derivati; dall’ orlo del baratro del 2011 ai rischi della de-industrializzazione;  dalla crisi del ceto medio alla ingiustizia generazionale; dalla catena dei dissesti finanziari alle “secche” del sistema politico recente.

Dunque i guai non cominciano oggi, ma l’anomalia è cresciuta con il tempo. I punti di ri-partenza (chi a breve, chi a lungo, chi a lunghissimo termine) sono affidati – è questa la cultura degli storici – solo ad una robusta ruminazione del passato, fino a liquidare la sequenza delle coazioni a ripetere.
Ce ne sarebbe abbastanza per scrivere la parola anomalia con la A maiuscola. Ovvero non come sinonimo di eccentricità, ma come l’anima di un paese perduto (sulla scia di quel che sostengono anche altri intellettuali italiani, da Ernesto Galli della Loggia a Massimo Cacciari).
E infatti non vi è ottimismo nelle premesse del libro, in cui, anzi, il carico delle preoccupazioni è più esteso di quello che contiene l’indice (già, ci mancavano, altre note querelles: l’evasione fiscale, l’inefficienza burocratica, il rapporto tra scarso civismo e corruzione in larghe parti del territorio, il “finto” federalismo introdotto per fronteggiare formalisticamente la spinta secessionista di un certo nord, l’inaccettabile lentezza della giustizia civile).
Questo cahier de doléances contiene la cerniera dell’anomalia metaforica. Castronovo così la descrive: “Congerie di vischiosi retaggi e logori parametri ideologici, ormai incompatibile con le nuove condizioni in cui si trovano le democrazie più avanzate con le quali ci confrontiamo che ha reso più fragile le nostre abitudini pubbliche alimentando la sfiducia nei governanti, ha posto del piombo nelle ali del sistema economico penalizzando le sue potenzialità competitive nei circuiti internazionali e ha minato di volta in volta la stabilità e l’affidabilità dell’Italia agli occhi delle cancellerie europee e degli investitori stranieri”.
Resta sull’altro piatto della bilancia un fattore genetico, che tuttavia non riconduce necessariamente a condizioni di sistema: “Un paese vitale e dotato di eccellenti capacità individuali e imprenditoriali, che appare una sorta di perenne volo del calabrone, in quanto oberato da molte ipoteche interne ed esposto a ogni stormir di fronde esterne”.

Verso la fluida ed evaporante promettocrazia
Alla luce di questi antefatti potrebbe anche non stupire, in questa fotografia del trentennio, il crack elettorale che chiude la periodizzazione di una alternanza tra centrodestra senza cultura liberale e centrosinistra senza cultura riformista, periodizzazione che chiamiamo “seconda Repubblica”. L’anomalia italiana – in nome dell’art.1 della Costituzione, dunque per volontà popolare – passa così dalla “congerie dei vischiosi retaggi” descritti da Castronovo alla fluida ed evaporante promettocrazia dei populismi riuniti dell’inedita compagine gialloverde. Ora c’è il problema dello sguardo a dopo. La fotografia – diciamo la verità – non aiuta a generare soluzioni valide a breve periodo. Obbliga comunque a indurre nuovi cantieri – una teoria socioeconomica sostenibile e una visione geopolitica futura che punti a salvare l’Europa – che appaiono soprattutto costruzioni di periodo medio-lungo. Infatti da questo tipo di analisi – qualunque sia la nostra speranzosa indole – non si riescono a cavare lezioni per un pret-à-porter buono per la prossima primavera.
Per le date già in agenda parrebbe allora che servano soldati disposti alla sconfitta. Ma le “scuole di futuro” che costruiscono non ottimismo di maniera ma ipotesi sperimentabili di cambiamento nel quadro delle regole democratiche, partendo da questo genere di analisi dovrebbero lavorare su un piano che, per essere appena appena credibili, si dovrebbe chiamare “Italia 2040”.
Questa è la lettura realistica del ponderoso saggio di Valerio Castronovo, che si inquadra in un periodo di letture affrontate con più disponibilità a raccogliere sostenibili “punti di ri-partenza”. Come si sa, in ogni cantiere serio e che si rispetti in un fiducioso menu programmatico ci deve anche essere la “carta nera”.

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