Dibattito politico: il rischio della sterilità

La rivista Mondoperaio (n. 10/2018) pubblica un ampliamento di un post recente attorno ad un articolo di Mauro Magatti sul Corriere della Sera (in nota)  con alcune riflessioni aggiuntive sullo spazio del dibattito pubblico connesso alle emergenze politiche di questo periodo e all’impegno della stessa rivista di cultura politica (l’unica a sopravvivere su carta nel panorama della sinistra italiana).

 

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modeste proposte

Il rischio della sterilità

 Stefano Rolando

Il richiamo di Mauro Magatti ad Antonio Gramsci sul Corriere della Sera[1] è giusto e delinea esattamente lo spazio in cui dovrebbe muoversi la politica di opposizione se avesse veramente la febbre di costruire la via di uscita. Ma il problema è proprio questo: che al momento di disegnare i punti credibili della fuoriuscita non ci sia un cantiere aperto che fissi un approccio consistente. Anche accettando che la critica radicale al “vecchio che muore” sia già il primo passo che per ora il grosso dell’opposizione non fa.

Né basta rimettere in fila sogni e buoni propositi: è necessario fare invece un ripensamento teorico, culturale e scenaristico sostenibile.

Lo stesso Magatti, costretto dallo spazio dell’editoriale, non fa cenno ai punti di quel ripensamento, pur essendogli la cosa possibile rinviando per esempio ad un suo recente scritto[2].

Così come, nel dibattito mediatico, tende a non farlo quasi nessun intellettuale chiamato da giornali e tv a picconare icasticamente la situazione in corso. E come non lo fa – in questa fase sospesa e drammatica – quasi nessun politico professionista in prima linea, sia a causa dello stesso adeguamento al format assertivo delle dichiarazioni televisive o dei tweet, sia, più profondamente, a causa della diffusa rottura grave tra politica e cultura.

Una rottura a seguito della quale pochi, pochissimi politici si dedicano ad andare nei cantieri probabili, spesso quelli che “non fanno notizia”, per fare quello che era il mestiere di un politico: capire i linguaggi difficili del cantiere e tradurli in una vulgata sensata e accettabile per smuovere e reindirizzare il dibattito pubblico. Almeno attorno alla riformulazione dello scenario europeo, contenitore di vecchi sogni e di recenti tortuosità, ora ci aspetteremmo questo lavoro imbastito. Il problema è che sia adesso, però.

Altrimenti le prossime elezioni confermeranno quello che ora temiamo: essere già assegnate e scontate nel far prevalere la deriva demagogica in corso, pletoricamente avversata da blande e retoriche rampogne. Concorrono elementi che tolgono un po’ del fardello dalle spalle della solita coppia (media e politica) fatta di ex-coniugi incapaci tuttavia di vivere l’uno senza l’altro per potersi incolpare a vicenda dei mali del mondo. Scontiamo in Italia in modo evidente il ritardo con cui abbiamo ammesso il Public engagement delle università come una parte essenziale della missione accademica.

E scontiamo anche il fatto che i grandi centri di studio e ricerca – come dice Giuseppe De Rita da anni – non hanno più committenza interpretativa appunto da anni, perché a istituzioni e imprese interessa solo il proprio posizionamento.

Chi pensa di poter dare un contributo politico in questo momento si deve insomma sintonizzare con questo rovello. Altrimenti – a sua volta – lo farebbe solo per “personale posizionamento”.

La rivista ha dimostrato di offrire spunti coerenti con il significato filologico del suo stesso nome: ovvero con una attenzione alla centrale trasformazione della cultura del lavoro Mondoperaio – pur nella sua voce a diffusione limitata – dallo scoppio della crisi finanziaria mondiale del 2008 ha assunto in modo costante il tema della ricerca di un “nuovo paradigma” (per dirla con il citato titolo di Magatti), dovendo indagare sulla crisi del modello socialdemocratico sempre più colpito dalla costante proletarizzazione del ceto medio: ma anche sulla progressiva criticità del modello neoliberista (che per l’appunto Magatti definisce nel suo libro “saturo”) incapace di dare risposte correttive alla finanziarizzazione e alla globalizzazione dei mercati.

La ricerca di una saldatura rigeneratrice tra l’insufficienza del modello socialista e l’insufficienza del modello liberale era parsa a fine Novecento una risposta al massimalismo della sinistra e una risposta al rischio di insorgenze nazionaliste (due tendenze rimaste vive, accanto a quella populista divenuta dominante).

Norberto Bobbio – su questa rivista – ne fece un’ispirazione che segnò gli orientamenti del pragmatismo riformista socialista degli anni ’80. E prima di lui Carlo Rosselli – in grande controtendenza con lo scavalcamento a sinistra di moda nella prima metà del ‘900 in Italia e in Europa – aveva scritto: “Il socialismo non è che lo sviluppo logico, sino alle sue estreme conseguenze, del principio di libertà. Il socialismo è liberalismo in azione, è libertà che si fa per la povera gente”[3] .

La cornice del pensiero democratico di Gaetano Salvemini[4] ha sempre indotto a pensare che questo “paradigma” sarebbe stato valido sia per uscire dal fascismo, sia per non tornarci mai più. Ma cosa mancava a questo approdo revisionista che pareva mettere al centro del futuro dell’Europa un saldo ancoraggio di due tradizioni maiuscole della nostra cultura politica democratica?

Forse un’idea integrata di sostenibilità.

Un’idea che solo verso la fine del ‘900 ha la maturazione per rigenerare l’utopia di rendere governabile il rapporto tra l’uguaglianza e le insufficienze strutturali (povertà, energia, ambiente, clima, acqua, lavoro, salute, migrazioni, eccetera)[5].

E quindi la necessità di cercare il nuovo paradigma anche fuori dalle radici culturali del ‘900 europeo, andando in quei cantieri capaci realmente di misurarsi con il laboratorio scientifico asiatico e americano, forse meno arroccato e più stimolato dai cambiamenti epocali che stiamo attraversando.

La rivista, comunque, rimane attenta ad una trasformazione dello sguardo interpretativo che possa reggere le scelte di una sinistra di governo. E proprio in materia di Europa ha dimostrato di offrire spunti coerenti con il significato filologico del suo stesso nome: ovvero con una attenzione alla centrale trasformazione della cultura del lavoro. Ma attorno ad essa quasi tutto è stato travolto: partiti, radicamenti territoriali, scuole di formazione politica, eccetera. E con una domanda divenuta così flebile di lavoro culturale, il rendimento rischia parecchio.

A chiosa dell’osservazione sull’invisibilità del “nuovo” – ovvero della scarsa domanda, della scarsa volontà di cercare i filoni più robusti della riflessione e di promettersi di spiegarne con il linguaggio della divulgazione significati e adattamenti possibili – parrebbe naturale mettere questa “superficie”, insieme al progetto di un’adeguata trasformazione in rete del blog connesso, a disposizione della possibilità che, ponendo fine alla rissa autoreferenziale, l’alleanza ampia contro l’insorgente “democrazia illiberale” possa tornare a esprimere quella domanda di lavoro culturale a noi, come ad altri idonei e disposti a farlo.

 

 

 

[1] Il vecchio sta crollando e il nuovo non si vede, in Corriere della Sera del 7 ottobre 2018.

[2] M. MAGATTI, Cambio di paradigma. Uscire dalla crisi pensando il futuro, Feltrinelli, 2017.

[3] C. ROSSELLI, Socialismo liberale e altri scritti, Einaudi, 1973 (prima edizione francese 1930).

[4] G. SALVEMINI, Sulla democrazia, Bollati Boringhieri, 2007.

[5] Una argomentazione compiuta in E. GIOVANNINI, L’utopia sostenibile, Laterza, 2018.

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