Casalino, adesso basta.

Solo gli sprovveduti possono titubare davanti alla guittesca difesa di Rocco Casalino ampiamente ospitata dal Corriere della Sera il 10 novembre. Anche volendo concedere che sia vero quel che dice  (la recita, la patetica storia dell’emigrato “pane e cioccolata”), si fatica ad accettare l’idea che uno si presti a fare recite di quella natura. Ma soprattutto,  rispetto al ruolo che ricopre, appare privo di pertinenza l’insieme delle cose che lui dice, i toni e i modi che utilizza,  il racconto di sè stesso come fosse sempre nel dietro alle quinte del “grande fratello”. E appare grottesca l’occasione scelta per  comunicare la sua omosessualità. Insomma è l’insieme di queste esternazioni a rendere inconcepibile lo svolgimento di ruolo di portavoce del capo del governo italiano. Sia ben chiaro: non perché sia omosessuale, ovvero ex-emigrato, ovvero ex-tuttofare della tv-trash. 

Rispetto a una grande quantità di giovani che hanno messo mattone dopo mattone energia e umiltà, studio e cantiere, nel percorrere esperienza di servizio alle istituzioni (si pensi a medici, insegnanti, militari, magistrati, ricercatori, vigili del fuoco, funzionari leali, eccetera)  – la narrativa di questo “esponente istituzionale”, retribuito otto volte più di un ricercatore universitario, è fatta dalle recite che oggi rivendica a scusante delle stupidaggini che non ha più importanza se pensa o non pensa in cuor suo.

Quel che è evidente e’ che uno così ha il diritto di fare molte cose in un paese libero, di appartenere alle stravaganze dello spettacolo, di avere il successo dell’anticonformismo, di non dovere per questo rendere conto di ogni sillaba agli italiani, ma – appunto – non da lì, non dallo svolgere, con la parola, la credibilità personale, la storia dei propri comportamenti, la competenza comprovata attorno alle proprie esternazioni, un lavoro “al servizio delle istituzioni “. Esse, non la politica, lo retribuiscono straordinariamente. E ci si aspetta che esse pretendano rigore, competenza e discrezione.

Se M5S non coglie il rischio mortale di coprire in silenzio questa vicenda e se il presidente del Consiglio accetta la tesi del complotto politico-mediatico dell’opposizione per continuare la sua legittimazione insostenibile, una parte importante delle indignazioni di quel movimento che hanno prodotto voti e consenso evaporerà, come successo tutte le volte in cui la politica che si fa istituzione  non ha capito che la credibilità si conquista solo con millimetriche coerenze, non con l’abuso dell’autocompiacimento o della autodifesa. 

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