Comunicazione istituzionale in Europa. Scenario cambiato. Recuperare visione e strategia.

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Club di Venezia
Venezia, Palazzo Franchetti – 22 novembre 2018
Opening Statement

Stefano Rolando
Presidente Club di Venezia, Professore all’Università IULM di Milano,
già Direttore generale dell’Informazione alla Presidenza del Consiglio dei Ministri del Governo italiano

Autorità, Cari Ospiti e Invitati, Cari Colleghi,
si apre oggi la sessione autunnale – quella di tradizione a Venezia, di solito poco dopo l’acqua alta e poco prima delle grandi nebbie, magari quindi con un raggio di sole – ed è la 32° volta di questo appuntamento, essendo stato il primo meeting, qui a Venezia, nel novembre del 1986.

Un vivo ringraziamento a tutti coloro che hanno operato per l’organizzazione dell’iniziativa, in particolare il nostro segretario generale Vincenzo Le Voci e gli amici (correttamente dovrei dire “le amiche e colleghe”) del Dipartimento Politiche europee del governo italiano, come sempre sull’obiettivo. RIngrazio coloro che hanno portato un saluto istituzionale, a cominciare dal vicesegretario generale di Palazzo Chigi Eugenio  Madeo. Non lo dico solo per formalità. Loro sono espressione di un nesso forte della comunicazione pubblica. L’altro nesso forte e’ quello con i cittadini, non dobbiamo mai dimenticarlo. Altri partecipanti a questo tavolo rappresentano bene questo nesso. Penso a ricercatori come Sean Larskins, a colleghi universitari come Riccardo Viale, a esponenti di organismi a metà istituzionali e a metà associativi come il Centro internazionale per le migrazioni qui rappresentato dal presidente Michael Spindelegger, già Ministro degli Esteri austriaco, a esponenti associativi dei comunicatori territoriali, come Dominique Megard (Cap Com. Francia).

Come sapete io non sono mancato a nessun meeting qui a Venezia (per la verità dopo il primo ciclo decennale, nel 1996 facemmo una pausa con Venezia, riprendendo però presto questa tradizione nell’anno successivo). Avendo negli occhi il cambiamento dei volti di tanti amici e colleghi, avendo nella memoria la trasformazione del gergo professionale, delle parole più frequenti, del rapporto con le lingue veicolari, posso dire che la comunicazione istituzionale è, nella sostanza, cambiata in Europa molto più di quella commerciale e di impresa.
E’ vero che la tecnologia, la scrittura digitale, i format comunicativi hanno compiuto in questi trent’anni (il Club di Venezia si costituisce quasi dieci anni prima l’avvento di internet) una rivoluzione più forte di quella intervenuta dalla caduta dell’impero romano alla caduta di Napoleone. Ma se ci pensate la sostanza della comunicazione commerciale è rimasta ancorata a tre paradigmi:
• la reputazione del brand;
• la corrispondenza del prodotto a un bisogno simbolico oltre che materiale;
• la conquista di una quota di mercato più importante.

La comunicazione istituzionale in Europa invece ha trasformato scenari, motivazioni, destinatari, percorsi formativi dei suoi operatori, obiettivi strategici.

Provo a dire questo in estrema sintesi.

• Pensavamo a metà degli anni ’80 che l’Europa contenesse l’energia di un progetto visionario che avrebbe permesso di ridurre molto di più i nazionalismi che erano stati alla base di due guerre mondiali. E quel progetto non dipendeva più dai padri fondatori, ma cominciava ad essere patrimonio di intere classi dirigenti. Dunque era parte di un processo comunicativo vincente. La costruzione del mercato interno, poi dell’allargamento, poi dell’Europa della conoscenza, avrebbero ristabilito equilibri più avanzati tra Nazioni e Unione che rendevano la comunicazione strategica e la relazione con i cittadini una partita da costruire non retoricamente, dunque con nuove professionalità relazionali e con un’idea geopolitica che ci appariva vincente.

• Trent’anni dopo, quel progetto visionario è appannato. I dieci ultimi anni di crisi economica, finanziaria e occupazionale hanno rallentato entusiasmi e, nella crescente globalizzazione, abbiamo visto imporsi player globali che mettono più in difficoltà la nostra posizione. L’allargamento ha prodotto una condizione – non dichiarata ma reale – di “due velocità”, forse persino di “tre velocita'”, condizione che stride con la governance egualitaria. Metà Europa crede solo nel mercato, l’altra metà vorrebbe un’identità politica: così la domanda di comunicazione prevede due istanze contrapposte e l’effetto è spesso “comunicazione zero”. L’Europa era regola di tutto e per tutti. Oggi in vari paesi si vede scaricare sull’Europa la colpa delle crisi e questo mette in marcia dentro quello che dovrebbe essere un “euro-progetto” un fenomeno che viene chiamato “euro-scetticismo”. Ma soprattutto la comunicazione politica – quella delle “parti”, siano esse a destra, al centro o a sinistra – non si è mantenuta distinta dalla comunicazione istituzionale e ciò ha provocato un eccesso di giornalistizzazione professionale e una maggiore enfasi sul messaggio suggestivo, a discapito del ruolo di accompagnare la società nella spiegazione civile del cambiamento (compito supremo della comunicazione pubblica).

Per dare la misura del cambiamento di cui parlo vi dirò che insegnando da molti anni comunicazione pubblica all’università, sono di solito molto attento al tema dell’identità, cioè alla percezione sociale delle appartenenze, che riguarda gli occhiali con cui i cittadini ricevono e leggono i messaggi pubblici.

Trenta anni fa se si chiedeva ai giovani, agli studenti universitari, quale fosse la loro identità prevalente, uscivano risposte articolate: molti rispondevano “cittadino del mondo” o anche “cittadino europeo”. L’ultimo mio test è di pochi giorni fa: cittadini del mondo, anche se oggi i ragazzi lo sono più nella sostanza di quando avevamo noi venti anni, non lo dice più nessuno; e ben pochi affermano di sentirsi oggi cittadini europei. Ben più deludente il fatto che la maggioranza si rifugi nel rivendicare l’identità locale, lasciando in minoranza la pur diffusa identità nazionale. La parola “europeo” emerge per un esiguo 20% solo quando si chiede di esprimere “identità compresenti”.
Io non ho difficoltà a dire (non per vantarmi, ma per spiegare, debbo anche ricordare che il mio primo lavoro vero a 23 anni è stato con Altiero Spinelli in una attività di ricerca nel bacino del Mediterraneo) che, di fronte a ciò che hanno causato gli Stati troppo centralistici nel ‘900, la mia preferenza resta per la soluzione federalista per l’Europa e per la soluzione autonomistica nel rapporto tra territori e nazioni. Purtroppo non vedo che questo disegno, questa aspirazione, appartenga alla condivisione prevalente tra le giovani generazioni.
Pertanto temo che, anche professionalmente, in questi trenta anni noi comunicatori – lo dico impersonalmente e non per cercare colpevoli a senso unico – non abbiamo fatto un buon lavoro. Come ha detto il ministro italiano Paolo Savona nel suo videomessaggio, non si è forse lavorato abbastanza per spiegare i contenuti reali del complesso e a volte astruso funzionamento del sistema Europa.

Un segnale in più ci viene dalla Gran Bretagna (che nel nostro campo – quello della comunicazione istituzionale – ha un ruolo storico importantissimo in Europa e sottolineerei molto pregnante all’interno del Club di Venezia). I giovani britannici, dicono i dati demoscopici, erano in maggioranza a favore del “Remain”, ma sono andati a votare al 30%. Poi a fronte della complessità e forse anche dei rischi della Brexit ci hanno ripensato e di recente la piazza di Londra, che voleva porre un tema di ripensamento, prevedeva 100 mila presenze che sono state invece 700 mila.

Non mi sento di estrapolare grandi messaggi. Ma credo che senza vedere i rischi e i pericoli lo sguardo sulla nostra realtà resta vago e la partecipazione agli interessi generali resta debole. E francamente non si può augurare il peggio ai noi stessi per promuovere il cambiamento.
Ecco perché i comunicatori pubblici debbono riprendere l’obiettivo della spiegazione e della partecipazione (conoscitiva, critica, deliberativa) come il principale scopo, diverso dagli scopi della informazione. Non possiamo rifugiarci nel tecnicismo della pur importante rivoluzione tecnologica, ma continuare a difendere e fare emergere essenza e valori dei contenuti professionali, pur nella lealtà del lavoro istituzionale e nel realismo di una sostenibilità politica e sociale della nostra funzione.
Questo messaggio era quello di Venezia trenta anni fa. Subito dopo il dossier “L’Europa dei cittadini” approvato al vertice europeo di Milano del giugno 1985.  E credo sia mio compito quello di ricordarlo qui, di fronte alla complessità dei problemi che oggi abbiamo di fronte.
Introducendo i lavori della assemblea pre-estiva a Vilnius avevo detto: “Tra le iniziative europee inter-governative, oggi il Club di Venezia è il soggetto che ha forse il minor costo e il massimo rendimento. La nostra piattaforma continua a favorire interconnessioni professionali e armonizzazioni istituzionali grazie al suo carattere totalmente informale, che consente di scambiare migliori pratiche e studiare assieme come comunicare con i cittadini in modo chiaro, trasparente e credibile”.
Confermo questa valutazione e confermo l’apprezzamento dovuto a chi – anche con sacrificio personale – manda soprattutto avanti il nostro lavoro, lo dico con particolare riferimento al nostro Segretario generale Vincenzo le Voci.

Questo è anche il punto di vista nel nostro Steering Group e del nostro Advisory Board che ieri sera hanno fatto il punto della situazione in particolare attorno a questioni che sono state sollevate dal direttore generale della comunicazione del Consiglio UE, confermando l’indirizzo intergovernativo e il carattere informale e non decisionale,  essendo tutti convinti che proprio in un momento cruciale per l’efficacia anche sociale dell’azione europea, il contributo che possiamo dare ha le sue motivazioni e il suo senso. E merita quindi sostegno fugando ogni incertezza.

Dichiaro dunque aperta questa sessione plenaria del Club di Venezia.

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