Nel giorno del centenario della nascita di Giovanni Pieraccini (contributo ad una presentazione)

Intervento di Stefano Rolando

per la presentazione del QCR (Quaderno del Circolo Rosselli) n. 4/2018

diretto da Valdo Spini e curato da Alessandro Giacone sul tema

Giovanni Pieraccini nel socialismo riformista italiano

Galleria di arte contemporanea di Viareggio, 24 novembre 2018

 

    

Ringrazio molto Valdo Spini e Alessandro Giacone per avere portato in perfetta esecuzione, per il giorno del centesimo anniversario della nascita di Giovanni (che cadeva appunto ieri), questo libro che contiene più di venti contributi, che sono un vero inventario critico attorno al rapporto tra un italiano specialmente proteso alla cultura del cambiamento e la vicenda, entusiasmante e anche drammatica, del socialismo nel nostro Paese. Ma anche del rapporto – su cui si è mosso tutto l’intervento di Valdo – tra la cultura politica della Toscana e le sorti dell’Italia.

Porto il mio breve contributo con qualche tassello che si iscrive nelle cose fin qui dette e che comunque ho cercato di esporre nel testo pubblicato.

Ho conosciuto il sen. Pieraccini nel 1985, avevo 37 anni, 30 meno di lui, ed ero stato da pochi giorni nominato dal governo direttore generale a Palazzo Chigi, chiamato specificatamente da Giuliano Amato per occuparmi di informazione, editoria e promozione culturale. Non ero al momento riuscito a capire per quale “potere convocatorio” Giovanni avesse chiamato a casa sua a Roma (allora sul lungotevere del quartiere Prati) il più indaffarato politico d’Italia, l’allora sottosegretario di Stato alla Presidenza del governo Craxi in una fase per altro difficile, per ottenere da lui l’autorizzazione a mandarmi in missione nella sua Viareggio (e comunque anche nella mia Versilia, per ragioni di madre toscana e casa dall’infanzia a Marina di Pietrasanta) per cercare di ottenere, a nome del governo, il varo di un coordinamento efficace tra i comuni del territorio al fine di produrre un cartello programmato degli eventi culturali tutto l’anno, così da modificare offerta culturale e turistica da pochi a molti mesi all’anno.

Scoprii nell’occasione che Giuliano Amato (che, come è stato detto,  è tra i contributori del Quaderno che oggi si presenta) era stato a 26 anni all’ufficio legislativo dello stesso Pieraccini al Ministero del Bilancio e della Programmazione, avviando così la sua lunga e autorevole esperienza nelle istituzioni; e scoprii nei giorni successivi – come molti di voi sanno bene per esperienza personale – che quella era una mission impossible, per le tante ragioni di conflittualità che questo territorio esprime.

Ma una certa tenacia nel tentare di assolvere quel compito, mi conquistò un’amicizia per la vita, intessuta da tante iniziative, soprattutto connesse al suo rapporto con l’organizzazione culturale ma anche di disvelamento di tante vicende legate alla sua esperienza politica (con colloqui, interviste, convegni e altro).

Per questo in occasione del suo 98° compleanno e grazie alla nostra frequentazione che si era trasferita da Roma alla Versilia, gli misi davanti il microfono di un registratore nel tentativo di raccogliere una valutazione complessiva appunto sulla sua lunga vita.

In realtà lo spunto specifico riguardava l’anno che rimetteva alla ribalta la figura di Aldo Moro, presidente dei due governi di avviamento del centrosinistra degli anni ’60. Tutti parlavano e scrivevano del centro-sinistra nell’ottica di Moro e mi pareva utile e importante rievocare quel periodo secondo l’opinione dei socialisti e Giovanni era la persona più indicata. Non solo per le ragioni ricordate – dei suoi quattro incarichi ministeriali e su partite nella prima fase molto rilevanti (la legge urbanistica e la programmazione economica) –  ma perché lui fu anche in larga parte il negoziatore politico con la DC attorno alla formazione di quel governo, incarico che Nenni gli diede per non restare del tutto in prima linea in una tessitura complessa che poneva però anche problemi di equilibrio in ordine al rapporto (nel territorio, nelle collateralità sindacali e cooperative, eccetera) con i comunisti. E il viareggino Pieraccini trattava con l’aretino Fanfani in un quadro in cui la cornice profetica dell’evento era tracciata dal sindaco fiorentino La Pira e legittimata alla fine dal Presidente della Repubblica Gronchi, di Pontedera. Come vedete non è Renzi che ha inventato il “giglio magico”.

L’elemento politico rilevante di questo snodo (non l’unico naturalmente nel quadro di un libro-intervista che scorre lungo tutto il ‘900) era il giudizio su Moro, che Giovanni considerava il “nuovo Giolitti”, ovvero il frenatore, lo smussatore, il contenitore della difficile alleanza con i socialisti per una Democrazia Cristiana che faceva i conti con un certo elettorato e con certi rapporti prioritari con gli americani e con il Vaticano. Era caso mai Fanfani – che pur essendo segretario della DC non fu scelto per avviare quella formula di governo – il suo interlocutore nella logica di “fare le riforme”.  Moro ebbe poi nel decennio successivo lo stesso ruolo nei confronti dei comunisti, ma la storia ce lo ha consegnato come esponente della sinistra della DC e ha relegato Fanfani ad esponente della destra (anche a seguito dello schieramento sulla vicenda del divorzio).

Ancora una cosa vorrei dire a proposito di quel libro-intervista.

Sono un professore universitario e so che i miei colleghi storici – che è disciplina diversa dalla mia – non consigliano le interviste con persone molto anziane (specialità che io prediligo invece) perché temono due vizi: quello della confusione dei tempi e delle date e quello di un eccesso di auto-giustificazionismo.

Ora ha perfettamente ragione Valdo a ricordare che, anche molto anziano, Giovanni di date non ne sbagliava nessuna. E quanto all’autogiustificazionismo, era chiaro fin dalle prime battute di quel colloquio che il suo approccio era invece autocritico, ovvero attorno al fatto che in un periodo di molto potere non si era fatto abbastanza per riformare lo Stato. Da qui il titolo del libro sulla insufficienza riformatrice. Che lo stesso Sabino Cassese, nella prefazione, mitiga ricordando che le leggi fatte da quel centrosinistra hanno comunque contribuito a cambiare l’Italia.

Un solo elemento – sulle prime bozze da lui attentamente lette e integrate – ci fece discutere (ovvero “non” discutere). Quando lui, nell’incipit della narrazione, trovò scritto, più o meno: “siamo qui nella casa di Giovanni Pieraccini nella zona a nord della città, in una giornata nuvolosa e piovosa, tanto che il mare visto della sua finestra appare una grande massa grigia”. Questo è meglio che tu non lo scriva, mi disse,  perché poi si penserà che il mare a Viareggio sia grigio, mentre qui il mare è sempre blu. L’amor di patria insomma produce – come voi sapete bene – anche di queste meravigliose miopie.

Vorrei in conclusione ringraziare anche il sindaco della città, Giorgio Del Ghingaro, che ha dato l’annuncio della disponibilità dell’Amministrazione Comunale di dare presto vita, insieme a un gruppo di stretti amici di Vera e Giovanni Pieraccini (gruppo che mi comprende) di una Associazione, che poi diventerà Fondazione, per operare sulla memoria di una vita operosa e complessa e soprattutto sul suo sconfinato progetto culturale e civile a favore di Viareggio e della Versilia, che va ripreso e consolidato.

 

 

 

 

 

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