Attila e Roma, Mattarella e i barbari.

  

Milano, 8 dicembre 2018 – Alcuni eventi – al di là di come e perché sono stati progettati – finiscono per assumere, quasi indipendentemente dalla loro specifica regia, un significato simbolico che travalica il senso proprio.
Pare così questa prima della Scala a Milano che mette in scena l’ Attila di Verdi che rievoca la storia per eccellenza dei barbari, ancora per poco una storia regolata dalla forza pur declinante dell’Impero romano.
E la serata ambrosiana, in ormai rara alta tenuta, va sui giornali questa mattina per il protagonismo del lungo applauso al presidente Mattarella, venuto da Roma nella Milano effettivamente calpestata dal “Flagello di Dio“.
A guardare le date della storia si capisce che, all’epoca, quell’ordine politico avrà ancora pochi decenni di sopravvivenza. E che una potente quanto lunga trasformazione era già alle porte. Tuttavia la forma “barbarica” trova l’ evidente rigetto borghese anche nella rappresentazione, salvo quando la narrazione diventa paradossale (l’ “Attila flagello di Dio” appunto di Diego Abatantuono di molti anni fa, immaginato nella riscossa delle periferie milanesi e attraverso mostruose gesta, che lo identificano con qualcosa che assomiglia all’invocazione, degli attuali barbari, del basso contro l’alto).
I vicepremier hanno disertato la serata, si capisce.
Mattarella ha rassicurato l’ Impero romano di occidente, che appunto aveva sede a Milano.
Il teatro ha fatto la sua parte allusiva. Magari l’opera era bellissima, la qualità della produzione coerente con la mitologia scaligera.
Ma resta questo segnale simbolico che oggi in Italia forse solo Milano – con tutti i limiti detti – può lanciare.

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