Il “sovranismo psichico” svelato dal 52° Rapporto Censis

Il dottor Freud richiamato in servizio a “furor di popolo”

Stefano Rolando

Testo pubblicato sul giornale on line La Voce Metropolitana (11.12.2018)

http://www.lavocemetropolitana.it/il-dottor-freud-richiamato-in-servizio-a-furor-di-popolo/

 

Ho sul tavolo il 52° Rapporto Censis sulla situazione sociale del paese, che è stato presentato al CNEL a Roma venerdì mattina (e per la prima volta non c’era Giuseppe De Rita, che pure sta bene di salute e di intelletto e che ha certamente contribuito all’elaborazione).

Come sempre questo Rapporto non si schiera ma si schiera. Non fa le pulci a questo o quel partito, ma cogliendo conflitti e irrisolti ne parla in modo vero e immaginifico al contempo. Ci sveglia dai sogni, ci sprona rispetto alle svogliatezze interpretative, ci propone parole per ulteriori narrazioni.

Così i rancori dell’anno scorso sono diventati, in una parte della società, cattiverie.

E come fa il mercurio, anche la cattiveria scorre velocemente e va lontano. O anche viene da lontano. L’incattivimento appare nella sua vasta geografia e ci riguarda profondamente. Al punto che nello stesso giorno i discorsi – in Italia e altrove – sul 70° della Dichiarazione dei diritti umani segnalano oggi (lo hanno sempre fatto ma ora il fenomeno varca una certa soglia) tante deroghe quante sono le affermazioni della politica del “prima i miei” (americani o italiani che siano), che di per sé (lo diceva ieri per radio Massimo Cacciari) è una affermazione contro i diritti umani, che per definizione sono “per tutti”. E nel momento in cui, dopo due giorni di commenti mediatici, l’espressione “sovranismo psichico” coniata dal Censis è passata sui media, ci rimane da ragionare su un territorio che ha popolato il dibattito pubblico quando i totalitarismi si affermavano: quanto c’è di psichico nelle degenerazioni della politica?

Il Censis fa il suo mestiere e non va a cercare la patologia nell’offerta, cioè nella politica.

La va a cercare nella domanda, ossia nella società. E siccome non si sta parlando di fenomeni appena insorgenti, ma di fenomeni stimati come maggioritari, in quell’aggettivo c’è un disagio grande che riguarda giovani e adulti.

Sovranismo è nei dizionari la preservazione o la ri-acquisizione della sovranità da parte di un popolo o di uno Stato in contrapposizione alle istanze e alle politiche delle organizzazioni internazionali.

Ma qui va letto, credo, come fenomeno di riduzione dello spazio attorno a cui potere esprimere la propria insopportabilità. Che il Censis quantifica: il 43,2 % non vuole convivenze tra persone non sposate; il 37,1% vuole l’uomo al lavoro e la donna in casa con i figli; il 22,7% % non vuole nemmeno sentire parlare di faccende domestiche in capo agli uomini; e poi il 69,7% dei nostri connazionali elenca tutti quelli che non vuole come vicini di casa; il 69,4% non sopporta chi dipende da alcol e droga;  il 24,5% non tollera chi ha un’altra religione.

In che mondo credevamo di vivere? Ecco alcuni caratteri della domanda. Inutile stupirsi della rappresentanza che la sta intercettando. Ma questa articolata insopportazione (a cui fa da cornice naturalmente la precarietà, la riduzione della capacità di consumo, l’ansia per il lavoro, eccetera) vede nei giovani un (terribile) bisogno di dipendenza (magari Salvini ti fa meno male alla salute dell’ecstasy); mentre negli adulti si scatenano disordinate pulsioni per l’ordine (eccolì lì i gilet jeunes – ma che coraggio! – a rovesciare l’auto di un povero bidello o a spaccare la vetrina di un salumiere, per far venire i brividi a Macron).

Non basta più discettare di economia e di politica per fronteggiare il cambiamento in corso. Meno che mai ci aiutano gli sciami di consulenti di marketing e di promotion. Il dottor Freud non ha finito il suo lavoro sull’incidenza dell’inconscio nella nostra individuale vita reale. Riprenda, appena può, il suo carteggio con il prof. Einstein e ci sveli un po’ delle sue passioni per l’archeologia, dato che consideravamo sepolte le categorie che vediamo riaffiorare sul nostro stesso pianerottolo di casa.

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