Lettera agli organi di Più Europa e di Partitodiazione (14.12.2018)

Roma, 14.12.2018

Ho ricevuto ieri la comunicazione di Più Europa (preannunciatami qualche tempo fa dal sen. Spadaccia) di essere stato cooptato insieme a 13 altre così definite “personalità del mondo della politica, dell’associazionismo, dell’accademia, della cultura e del lavoro” per l’ampliamento dell’organo di direzione del partito di cui è leader Emma Bonino e che va a congresso dal 25 al 27 gennaio 2019, in vista delle elezioni europee di fine maggio.

Avevo sottoposto questa proposta agli amici di Partitodiazione, nel chiarimento che essa non comporta per ora automatismi di confluenze ma una significativa commistione da parte di un soggetto politico che già rappresenta una certa articolazione, così da trasformare in “interno” un dibattito che ha già avuto un carattere “esterno”.

E che, in sostanza, si riferisce al modo con cui, magari superando la palude della disintermediazione che ha occupato un tratto importante della vicenda politica nazionale e internazionale, sia oggi sensato immaginare un modello del “far politica”. Ciò riferendoci ad un centrosinistra riformatore italiano ed europeo in cui la crisi dei partiti di massa di ispirazione socialdemocratica – parallela alla crisi del ceto medio di cui quei partiti sono stati principale rappresentanza – assume in Italia , pur nella rivendicazione di una grande storia, un carattere ancora più complicato dalla condizione di paralisi e per il momento di piena autoreferenzialità del PD. Che ci si augura evolva per svolgere, elettoralmente e parlamentarmente, un ruolo oggi ineludibile per ogni alleanza possibile.

Oltre a ringraziare il gruppo dirigente di Più Europa per avere avviato misure a suo tempo tra noi discusse e con la testimonianza di Emma Bonino, Gianfranco Spadaccia e Marco Cappato presenti da noi in alcuni momenti pur in una fase che lasciava aperto il dialogo senza ancora avere una forma di interazione concreta, il mio commento a fatto avvenuto è ora esprimibile in tre punti.

  • La necessità di operare ampliamenti partecipativi, recuperando dal civismo progressista, dall’associazionismo sociale, dal tessuto culturale e scientifico disponibile al public engagement, è il primo essenziale passo per qualunque disegno di prospettiva. Più Europa ha il merito di tentare questo percorso, mentre nessun altro è ora in grado di dare segnali. Lo fa legando questa apertura alla dimensione europea (anche con alcuni nomi importanti in tal senso) e ciò è non solo meritorio ma anche condizione essenziale per svolgere tra breve una proposta elettorale coerente e credibile.
  • I segni delle esperienze di molteplici culture liberaldemocratiche, liberalsocialiste e radicali sono visibili nelle scelte operate. Riguardano anche lo sforzo che il nostro progetto post-azionista ha intrapreso per superare la conflittualità interna a quelle culture, tra la prima e la seconda repubblica, andando a cercare basi comuni di valori costituzionali e repubblicani che si sono poi riverberati in diverse storie. Simbolicamente abbiamo immaginato anche noi la necessità di tornare a punti essenziali condivisi. E in questa convergenza c’è anche la constatazione che la presenza cattolico-liberale (originale in Più Europa e nelle scelte ora operate) è parte della convergenza anti-populista, anti-demagogica e anti-autoritaria che oggi, come ai tempi della Resistenza e della Costituzione, è collante evidente e naturale per difendere il bene primario e comune della “democrazia liberale”, ovvero della “democrazia dei contrappesi”.
  • Ho letto questa mattina la vicenda pur terribile di Antonio Megalizzi e sono venuto a conoscenza della sua trama fervida di europeismo e di rapporto tra professione e impegno civile. Sempre oggi ho ricevuto – con casuale sorprendente analogia – l’apprezzamento di alcuni miei studenti per la notizia dell’ampliamento degli organi di Più Europa, anch’essi volontari di un modo di fare radiofonia politica ed elettori a favore dell’europeismo lanciato da Emma. Mi sono confermato nell’idea che è possibile oggi incrociare le piste dei nostri giovani migliori, di non temere il rischio di un possibile nostro sguardo indietro, di riaprire la scelta del “patto generazionale” per dare una chance allo smarrimento e all’astensione che, allo stato, continuano a costituire il maggior partito politico italiano, quello del silenzio e dell’invisibilità.

Stefano Rolando

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