Un’opinione sulla “disubbidienza istituzionale” (oggi a Radio3)

  

 

Roma, 4 gennaio 2019 – Stamattina – con un tempo un po’ strozzato – “Tutta la città ne parla” (Radio3) mi chiede un’opinione sulla “disubbedienza dei sindaci” (citando, la conduttrice, anche una parte del mio colloquio di dieci anni fa con Marco Pannella, poi pubblicato da Bompiani). 
Lo spunto di Pannella era riferito al trattamento del caso Eichmann fatto da Hannah Arendt. Ho provato a ricordare le sperimentazioni (a seguito di quel caso) fatte nelle università americane negli anni ’60 (Stanley Milgram) sulla difficile disobbedienza di fronte all’ordine impartito in un quadro di apparente legittimità istituzionale. 
Ma nella sostanza ho cercato di distinguere legittime e a volte anche civilmente provvidenziali operazioni di “provocazione” condotte da soggetti istituzionali (come è il caso dei sindaci oggi) che più che pagare di persona tendono a spostare il conflitto su punti dello stesso sistema istituzionale che possono dirimere (in questo caso la Corte Costituzionale o un possibile negoziato PCM-ANCI) rispetto ai casi di “disubbidienza individuale” che comportano direttamente un evidente rischio personale (come furono i 12 professori universitari italiani che rifiutarono di giurare al fascismo e persero la cattedra). Nei casi di disubbidienza che hanno riguardato l’esperienza dei radicali italiani (dal “caso Margherito” della Mobile di Padova – di cui parla Pannella in quel libro – al “caso DJ Fabo” di Marco Cappato) la tipologia è una “via di mezzo”, ovvero comprende la proposta di auto-denuncia che sposta su terzi (la magistratura) il giudizio, ma pone un evidente rischio personale. In ogni caso è fuori questione la battuta sprovveduta e intemperante del ministro SalviniSe non sono d’accordo si dimettano“. Ormai la divaricazione sul concetto stesso di “democrazia” (con i contrappesi – ben inteso previsti dalle norme – ovvero senza contrappesi) è al cuore dell’agenda politica italiana. 

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