Ricominciare a discutere sul carattere dei nuovi italiani (Linkiesta, 6 gennaio 2019)

Se si cerca una nuova offerta di politica, è necessario analizzare meglio la nuova domanda, senza limitarsi solo agli scontenti e ai rancorosi.

Un esempio? Affrontare, parlando di Europa, la natura vitaminica dei processi migratori.

Ecco un tema di comunicazione pubblica: raccontare meglio la “comunità di vita” di cui parla Sergio Mattarella.

 

Un articolo di Stefano Rolando

Pubblicato su

https://www.linkiesta.it/it/blog-post/2019/01/06/ricominciare-a-discutere-sul-carattere-dei-nuovi-italiani/27641/

 

 

(Milano, 6.1.2019) – L’affanno mediatico quotidiano – l’inseguimento cioè della “notizia” e la naturale regia agonistica legata alle posizioni, agli scontri, alla dialettica serrata – porta inevitabilmente a far prevalere l’attenzione sull’offerta politica rispetto alla domanda. Questo “teatrino” ci mette in una sorta di platea inerte, in cui rischiamo di passare le giornate dando le nostre personali pagelle allo sciame di dichiarazioni, soprattutto quelle lapidarie, apodittiche, polemiche. Quelle cioè fatte apposta per pattinare sui media stessi, provocare il nostro abbaiare alla luna e lasciare poi il tempo trovato senza spostare di un centimetro la realtà che non muta con lo schema ululati-coro. Forse muterebbe  solo grazie a ponderate analisi, esposizioni critiche, sforzo partecipativo e redistribuzione di diritti e di doveri. Ma il “copione delle responsabilità” pare si sia perso per strada (tema enorme per chi oggi vuol fare opposizione partendo dalla società e non dal palazzo). E i socialmedia hanno ampliato a dismisura la trama della nostra vita pubblica trasformata in operetta: solisti in libertà di stupire, folle smanettanti che distribuiscono quotidianamente milioni di punti esclamativi. Loro che parlano alla pancia, noi che replichiamo dalla pancia.

E’ evidente che così i sociologi abbiano vistosa materia per definire, aggiornare, comprovare quella che appare essere la prevalente “temperatura sociale” degli italiani. Facendoci tuttavia supporre – molti sono gli indizi – che di materia ce ne sia anche un’altra, semplicemente meno vistosa e quindi meno indagata.

Grazie a una gigantesca pantomima quella temperatura sarà sempre più colorata dallo strattonamento umorale implicato dallo schema dei “like” che promuove collateralmente infinità di guaiti dato che il format del social non prevede espressamente il tasto “I dont like” e la storia che viviamo richiederebbe proprio una quantità mostruosa di “non mi piace”. Senza sforzo di setacciamento, di vaglio tenace rispetto a ciò che oggi non è premiato nel negoziato politico sull’agenda (non bastano i ricercatori e nemmeno i media, ci vuole domanda dell’impresa e delle istituzioni) la “comunità di vita” raccontata dal presidente della Repubblica il 31 dicembre rischia di restare in ombra.

 

Un secolo di definizioni sul carattere degli italiani

Così la rappresentazione del “carattere degli italiani” si va pericolosamente trasformando.

Duecento anni fa Giacomo Leopardi nel suo “Discorso sopra lo stato presente dei costumi degl’Italiani” (rimasto poi non pubblicato per settant’anni) riscontrò la tendenza verso la tenuta morale e quindi mostrò l’avvio della polarizzazione tra responsabilità e sfiducia. L’approccio era interessante. A Massimo D’Azeglio, predecessore di Cavour alla guida del governo, è attribuita la constatazione imperitura sul “carattere incompiuto”: “fatta l’Italia, ora bisogna fare gli italiani”. Cinquant’anni fa Giulio Bollati introducendo la grande Storia d’Italia edita da Einaudi sul “carattere degli italiani come storia e come invenzione” provò a lusingarci (fino ad un certo punto) prendendo a prestito il paradigma di una indagine sugli studenti universitari inglesi che avevano espresso con tre aggettivi la percezione di quel carattere degli italiani: “impulsivi, artistici, appassionati”. Una risposta che correggeva lo stereotipo internazionale generato dal fascismo : “impulsivi, aggressivi, violenti”.

Eccoci così al 52° Rapporto Censis che, dopo avere, anno per anno, trovato varie qualità nella laboriosità, nel talento, nella creatività degli italiani, caratteri pur mescolati all’arte di arrangiarsi, consegna ora il modello identitario dell’ormai avviato terzo millennio a tre temi micidiali: “paurosi, rancorosi, incattiviti”.

Da Leopardi a De Rita è di noi che si parla. Noi in platea, nelle aule di scuola, nelle fabbriche e nei luoghi commerciali, negli studi e negli atelier, nei campi e nei marciapiedi. Noi, la domanda di politica – cioè di regole e governo, soprattutto di rappresentanza – che sta diventando adesso un problema di definizione molto importante per capire le vie d’uscita. In questo momento non ci si deve accontentare del visibile, circa i punti di riferimento di un’articolazione di sentimenti, di atteggiamenti e – sia pure in parte minoritaria – di consapevolezze per migliorare l’offerta. E’ in gioco la possibilità di tentare di saldare meglio risposte (che consentano ancora di parlare di democrazia) a bisogni (che consentano ancora di immaginare gli italiani con il sale in zucca). Già perché proprio il 52° Rapporto Censis nel constatare il cortocircuito diventato maggioritario tra sensazionalismo emotivo nell’offerta e nella domanda politica in Italia ha coniato (con successo mediatico) l’espressione “sovranismo psichico”. Lì per lì l’abbiamo presa sul ridere. Così come quando ci dipingono male e sotto sotto ce ne compiacciamo. Ma a rifletterci un momento questa è una espressione terribile, che condanna cinquecento anni di post-rinascimento e tutta la cultura post-dantesca che farebbe dell’italianità non un carattere di cervelli all’ammasso, di pecore senza dignità, ma al contrario di soggetti magari faziosi ma dotati di spirito critico.

 

Non c’è solo la “paura” per interpretare e raccontare

La prima cosa che viene in mente pensando alla necessità di fare emergere altri aspetti del carattere collettivo – sempre in vista della necessaria ricerca di una nuova proposta di politica che faccia uscire l’attuale opposizione dallo shock di defenestrazione e l’attuale maggioranza da un irresponsabile propagandismo – sta proprio nelle virtù culturali, psicologiche e civili del processo migratorio. Ci si riferisce alla somma del modo attuale di esprimersi delle migrazioni interne (soprattutto giovani meridionali verso il centro-nord per conquistare competenze ed entrare con meno asservimento nel mercato del lavoro). E ci si riferisce ovviamente anche ai flussi di un più ampio sud del mondo[1]. Che si svolgono tuttavia in modo spesso assurdo, reso sempre più illegale dalle regole che si dichiarano contro l’illegalità. Le immigrazioni internazionali verso tutti i territori italiani (sud compreso) sono al centro della principale polemica politica e culturale italiana, europea e globale di questi anni. Ma su di loro il paradigma della “paura”, rispetto ad altri che erano disponibili, si è imposto come quasi unico riferimento interpretativo e narrativo. La debolezza comunicativa dell’Europa avversaria del nazional-populismo non è riuscita finora a tenere in partita altri paradigmi.

Se tuttavia cerchiamo riscontri nell’esperienza di integrazione, gli altri paradigmi emergono. Al netto di inevitabili sacche di fannullonismo e delinquenzialità, non c’è insegnante che operi nelle nostre scuole multietniche o nelle nostre università (atenei che senza migranti non farebbero più la soglia vitale di immatricolazione), non c’è manager di impresa in cui la manualità sia di base, non c’è economia agricola oggi operante dalle Alpi alla Sicilia, non c’è organizzatore di servizi oggi bacino di incrementi occupazionali, che non dica le virtù di chi, avendo dovuto fare lo strappo dal proprio ambiente d’origine, si sia reso responsabile nell’apprendimento e nella dedizione in modo nettamente superiore rispetto a chi studia ed è avviato alla ricerca di lavoro nei propri tradizionali ambienti che ne continuano a rappresentare il contorno protettivo.

Il secolo e mezzo di tradizione migratoria italiana nel mondo ci racconta questa stessa storia e ci dimostra che lo sviluppo industriale, economico e culturale di alcune parti del mondo oggi moderne e competitive si è fondato su questa caratteristica di duro e virtuoso investimento sulla possibilità di farcela in una o due generazioni, partecipando generosamente anche alla causa di crescita del paese ospitante.

In più c’è l’esodo attuale nel mondo di giovani (con gli italiani dappertutto) che stanno impegnandosi nello studio e nel lavoro attorno a un coefficiente più alto della media interna sia per qualità che per quantità. Giovani che in parte sarebbero sensibili a riportare qui competenze e passioni, se il paese cambiasse la sua colonna sonora e accantonasse certe sue dequalificate discussioni.

Questi spunti devono tornare a essere al centro del nostro dibattito sulle migrazioni. Dibattito che deve cambiare verso, deve mutare sguardo. E deve tornare ad essere sostenuto da un’analisi del carattere non solo degli italiani di tradizione, ma soprattutto degli italiani cambiati, meticciati e comunque in trasformazione. Così stanno ragionando da anni i paesi che competono con noi (Germania e Gran Bretagna in testa) pur alle prese con spinte e controspinte in cui questo tema viene spesso piegato dai venti delle crisi, ma mantiene in fondo tenuta di analisi e di racconto a beneficio di una sociologia della speranza e non solo del declino.  Nel cruciale discorso di fine anno del presidente Mattarella sono stati riferimento, dall’inizio alla fine, due punti fermi: l’Europa (che vogliamo anche migliorare), l’Italia migliore (che dobbiamo riconoscere). “La dimensione europea – ha detto – è quella in cui l’Italia ha scelto di investire e di giocare il proprio futuro; e al suo interno dobbiamo essere voce autorevole”.

Questo cambiamento di sguardo lo dobbiamo, tra l’altro, agli oltre quaranta validi ragazzi italiani, come Antonio Megalizzi o Valeria Solesin, uccisi all’estero per mano del terrorismo.

Scrive Luigi Marattin [2]che “il grande shock chiamato globalizzazione” ha messo a dura prova il primato della democrazia rappresentativa. Vero. Ma nel momento in cui si aggiornano i “contenuti” della rappresentazione (non solo lo schema di posizionamento dei rappresentanti) ecco che le categorie di “alto e basso” non bastano più ad aggiornare i concetti di destra e sinistra. Serve anche tener conto delle categorie – visibilissime oggi nel mondo – di “avanti e indietro”.

 

[1] Appena uscito, a cura di Angelo Turco e Laye Camara, Immaginari migratori, Franco Angeli 2018.

[2] Destra?Sinistra?, Il Foglio 4 gennaio 2019.

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