Istituzioni e cultura – Intervento alla tavola rotonda nel quadro degli eventi sul centenario della nascita di Paolo Grassi

Casa della Cultura, Milano  2.2.19

 

 

    

  

 

Stefano Rolando [1]

 

 

Istituzioni e cultura, una premessa

Raccolgo l’invito di Mimma Guastoni a parlare degli anni della Rai di Paolo Grassi, anni difficili e anche preludio di una prematura scomparsa.

Ma prima consentitemi qualche parola sul tema stesso del nostro incontro: istituzioni e cultura.

Per prima cosa vorrei dire che per Paolo Grassi – come per molti milanesi – il concetto di “istituzione” era (e forse per alcuni ancora è) molto più ampio di quello delineato dal diritto amministrativo. Cioè compenetrato da rappresentanza, municipalismo, qualità riconosciuta di opere e management, domanda sociale, incremento dei pubblici, riconoscimento internazionale. Inoltre – in questa cornice – Paolo Grassi nel periodo di slancio della sua esperienza, quindi dalla Liberazione alla metà degli anni ’70, concepisce che – in quanto istituzioni – alcuni soggetti culturali debbono posizionarsi all’interno di un preciso patto funzionale. Un patto tra istituzioni, in senso ampio, imprese e intellettuali, che hanno il compito di agire contro la “censura”  non solo come prevede l’art.21 della Costituzione, reagendo dunque alla censura sui contenuti generata dal fascismo, ma anche in forme diverse, cioè attivando l’autonomia della libertà progettuale e lo spazio per geometrie finanziarie per contrastare le censure strutturali anche del mercato. Insomma, nella formazione del suo specifico culturale, Paolo Grassi intende che la cultura stessa si faccia istituzione per stare nella filiera decisionale e non per ridurre la relazione a questua. Da qui una idea pragmatica – cioè legata alla natura austera ma molto creativa – della spettacolarità, della interdipendenza delle arti, dell’organizzazione (severa e spesso francescana) e della comunicazione, cioè del modo con cui accompagnare narrativamente la sua vicenda. Anche contribuendo alla sua mitologizzazione.

Al Piccolo e alla Scala sostenendo soprattutto l’internazionalizzazione di quei teatri. Alla Rai, evidentemente, muovendosi anche su altri temi e con altri mezzi di racconto. In ogni caso Grassi persegue sempre obiettivi di grande riconoscimento, considerando ciò la garanzia del sostegno sociale anche a fronte del negoziato da svolgere su vari fronti con le istituzioni vere e proprie e con la politica. Ricordo qui le grandi tournée internazionali svolte dal Piccolo e dalla Scala, come ricordo i palmares di Cannes vinti in quegli anni sia da Rai1 (L’albero degli zoccoli) che da Rai2 (Padre Padrone).

 

La “terza avventura di Grassi, la Rai

Nel contesto della discussione che si è finora svolta parlando di editoria, teatro e musica, e naturalmente nel contesto di altri eventi del centenario (la mostra aperta a Palazzo Reale e il docu-film di Rai 5 stasera in onda) vado ora agli anni della terza avventura di Paolo Grassi, i pochi brevi e difficili anni della Rai, in cui sono stato suo quotidiano assistente. Il contesto è quello della seconda fase del dopo riforma della Rai (1975), finito il CdA guidato da Beniamino Finocchiaro, in una situazione speciale del rapporto tra azienda e politica. Il CdA costituito da autorevoli figure del mondo culturale (tutti i partiti), la coppia dei due milanesi alla guida della Rai (Grassi alla presidenza, Pino Glisenti alla direzione generale) nel tacito progetto di tenere entrambi autonomia dai rispettivi partiti (progetto che ebbe un ferita dopo sei mesi per le improvvise e mai spiegate dimissioni di Glisenti) e con il compito di realizzare il pluralismo, che dopo il 1980 diventerà di sistema, cioè messo nel quadro del rapporto tra soggetti pubblici e privati, ora ancora come liberazione di energie e di voci diverse all’interno della Rai. Consolidamento di Rai 2 e progettazione di Rai 3. Che per Grassi significa in quella fase soprattutto atto concreto per il decentramento dell’azienda verso il territorio.

In realtà questo progetto si colloca in anni in cui sta maturando – nella crisi generata dal terrorismo e dall’inflazione – un progetto di “compromesso storico” sostenuto soprattutto dal PCI e da una parte della DC, con molti avversari (in Italia e nel mondo). Anche la presidenza della Repubblica – che va al socialista Pertini – si trova alle prese con questa ipotesi di modifica stessa di certe regole della democrazia concorrenziale. Ma il potere di autonomia di Pertini dal quadro politico è naturalmente ben diverso dallo scherma in cui opera la Rai. Così che quando dopo il caso Moro la terza rete non può più essere il patto di perfetto equilibrio della presenza delle tre maggiori forze politiche italiane in Rai (Rai 1 alla Dc, Rai 2 ai socialisti e Rai 3 ai comunisti) la conflittualità sugli esiti realizzativi di quella terza rete si fa aspro. Se si va a vedere alla fine il risultato pratico fu una terza rete avviata in forma depotenziata: segnale che non raggiungeva mezza Italia, dimensione regionale ed educativa di una parte importante della programmazione, direttore della rete non un comunista ma un democristiano di filiera fanfaniana.

Pur essendo quindi riuscita una tessitura del “prodotto politico” che coglieva la trasformazione di scenario e lasciava il presidente della Rai come riferimento simbolico della realizzazione  della maggiore opera di industria culturale del tempo, il carattere stesso di Grassi (orgoglioso e polemico) e il sostanziale indebolimento del suo rapporto con il leader socialista (Craxi) e il grosso di quel gruppo dirigente portò a non incassare il successo ma, al contrario, a segnare a termine del mandato un divorzio polemico. Vicenda che segnò molto personalmente anche Paolo Grassi e forse anche il suo cuore malandato che un anno dopo, mentre era a Londra, cedette a soli 61 anni.

 

Dopo quasi quarant’anni, quali evoluzioni?

Accanto a questo breve racconto di questo intenso periodo, in cui l’incrocio dei mondi attraversati da Grassi (editoria, teatro, musica, cinema eccetera) fu visibile anche nella tessitura progettuale dell’azienda, che non riuscirà più ad avere quella qualità complessiva dei suoi organi di governance, la domanda che ci possiamo porre oggi riguarda che evoluzione presentano i punti essenziali che, nelle premesse e in questo breve racconto, ho pensato di segnalare come caratteristici della sua fisionomia di “operatore culturale schierato”, cercando di vedere quasi a 40 anni dalla sua scomparsa punti di paragone:

  • la domanda sociale di cultura: è cresciuta e forse ancora un po’ cresce, ma con evidenza in Italia  meno che in Europa;
  • le risorse finanziarie private nella cultura di qualità: una situazione di grande disparità nazionale, che anche Milano risente del decennio della crisi recente;
  • l’interlocuzione con la politica: non sembra modificata in meglio; forse ci sono meno vincoli ideologici, ma la priorità e la “posizione gerarchica” della materia nelle politiche pubbliche sono andate indietro;
  • la costruzione dei nuovi pubblici, nei campi dell’arte e dello spettacolo: come Fondazione Grassi abbiamo visto una diffusa  debolezza del nuovo management (salvo certamente alcune  belle eccezioni e quindi alcune realtà virtuose); ponendosi qui l’esigenza di un  bilancio che richiederebbe una iniziativa di ricognizione scientifica, che Fondazione Grassi ha cominciato a fare con il suo  convegno su “Riconoscere il nuovo” di cui proprio nei prossimi giorni escono gli atti;
  • infine la  Rai come perno dell’industria culturale nazionale, appare tema in una netta parabola rispetto alla  storia che tra gli anni ‘70 e ’80 sembrava fatta e in crescita; soprattutto rispetto a quegli anni si vede una  insufficienza di domanda delle autonomie sia territoriali che funzionali (cioè Comuni e Università) sulla governance.

In conclusione si può dire che si sono allentate le maglie del rapporto di subordinazione ideologica tra politica (e quindi istituzioni) e cultura, peggiorando invece la pura relazione di potere e di determinazione (nomine e produzioni), ma anche che non è migliorata la relazione sistemica per un posizionamento strategico della cultura e dell’educazione nel quadro delle priorità delle politiche pubbliche sia in Italia sia italiane nel quadro europeo. E in questo quadro di governo nel 2019 l’evidenza è clamorosa.


[1] Insieme agli interventi di  Carlo Boccadoro, Ferruccio De Bortoli, Luisa Finocchi,  Fiorenzo Grassi,  Tomaso Montanari,  moderati da Mimma Guastoni con le conclusioni di Salvatore Veca

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