Lettera di Vincenzo Camporini, Luigi Manconi e Stefano Rolando al gruppo dirigente e alla comunità politica di Più Europa (12.2.2019)

A Emma Bonino, Gianfranco Spadaccia, Bruno Tabacci, Benedetto Della Vedova, Marco Cappato, Alessandro Fusacchia

12 febbraio 2019

Scrivo anche a nome del gen. Vincenzo Camporini e del sen Luigi Manconi, con cui ho condiviso alcune riflessioni sugli esiti  del congresso di Milano, per  come ci sono parsi,  nonché sulle polemiche insorte, per argomentare la posizione di chi ha abbracciato la causa di Più Europa restando fino a qui in condizione di sostanziale indipendenza rispetto al dibattito tra le liste che comporranno l’Assemblea. Mettiamo a disposizione qualche argomentazione senza voler costituire né firme, né mozioni, né iniziative assembleari. Nell’auspicio di un rapido rasserenamento  e di una fattiva convergenza gestionale per la fase elettorale, evitando delegittimazioni interne che possano nuocere non tanto alla generica “immagine” quanto al percorso ben più importante che eviti trascinamenti di  conflitti passati tra “differenze” per andare verso la necessità di mettere mano – anche con adeguati documenti progettuali – alla profilazione del “nuovo” (ampliamenti compresi). Ogni uso di queste modeste parole è a discrezione del destinatari, comunque nello spirito di incoraggiare la condivisione verso questo obiettivo.

Auguri e cordialità a tutti. Stefano Rolando 

Lettera alla comunità politica di Più Europa                                                                                                                                                                                                                                                                        Roma, 11 febbraio 2019

Questa lettera è scritta con sincera autonomia di vedute rispetto alle criticità insorte a conclusione del congresso di Milano di Più Europa. Soprattutto perché, tra i chiamati a far parte dell’ampliamento degli organi direttivi che in tale assetto non si sono mai riuniti, chi scrive è rimasto per lo più collaterale alle discussioni sia tra i gruppi fondatori sia tra le liste che si sono disputate il voto congressuale. Tuttavia le ragioni di quell’ampliamento sono state accolte dagli scriventi con fiducia e apprezzamento, al di là dei risvolti personali. Ciò nella speranza che la costituzione di un realmente nuovo soggetto politico nel campo progressista fosse salutare rispetto a numerosi obiettivi:  il rinnovamento della cultura dei partiti; la rigenerazione della priorità europea nel dibattito politico interno;  la sottrazione della partecipazione politica alla culture delle clientele;  il richiamo alla competenza e al tempo stesso alla generosità del volontariato nella dimensione stessa del “far politica”; la potenzialità di un lavoro di superamento della separazione ideologica o identitaria di fermenti storicamente rilevanti nella vita democratica del Paese verso un nuovo comun denominatore.

Abbiamo creduto che esso potesse diventare il frutto di convergenze su battaglie per assicurare condizioni di visibilità e quindi diritto di parola del costituendo partito. Una ragione condivisa di quella fiducia e di quell’apprezzamento, è stata rappresentata dall’impegno di testimonianza e di immagine costituito da Emma Bonino che una parte significativa di donne ed uomini, di ogni età e condizione, del nostro Paese e anche dell’Europa e della comunità internazionale riconosce come storia virtuosa delle grandi battaglie per i diritti umani e civili e per lo spirito di animazione responsabile delle istituzioni pro-tempore affidate.

Da qui le riflessioni che, nelle criticità insorte, mettiamo a disposizione della comunità politica di più Europa.

Abbiamo limitato le firme ai proponenti, per lasciare una traccia simbolica circa la funzione a cui siamo stati chiamati, pur percependo altri consensi a questa istanza che non chiede sottoscrizioni, che non forma mozioni, che non sollecita voti. Solo la breve attenzione alla ragione primaria di non alzare la temperatura del confronto interno con reciproche delegittimazioni, ma al contrario a svolgere ora alcuni passi attorno a elementi valoriali a cui qui si accenna e che, nella sostanza, il congresso ha espresso.

  1. Le ragioni accennate le abbiamo riscontrate in un congresso vivo, partecipato, appassionato, non precostituito né ridotto a teatro a favore del messaggio propagandistico esterno. Certo quel congresso non ha dato tutte le risposte che oggi si chiedono a un partito con assetti compiuti e sperimentati: organizzazione, programma, elaborazione, qualità della proposta legislativa, radicamento territoriale, costruzione dell’ascolto, eccetera. Ma le premesse di un percorso di rinnovamento nel tessuto gravemente compromesso del sistema dei partiti italiani lo abbiamo percepito.
  2. Questo punto di qualità del percorso – con elementi acquisiti e fattori potenziali espressi – lo si deve a una domanda sociale intercettata, a partecipanti che hanno svolto rappresentanza moderna e per lo più civile di quella domanda e soprattutto a chi ha animato il dibattito, con tutto il gruppo dirigente che ha proposto la trama di metodo e di contenuto del confronto. Tutti hanno portato esperienza e vitalità. Il punto di novità nello sforzo intrapreso sta non nel riproporre lo schema storico delle differenze interne, ma di far leva su affinità per lavorare sul disegno del nuovo, anche nel quadro di ulteriori meditati ampliamenti.
  3. Non abbiamo l’ingenuità di fermare qui l’analisi e registriamo che sulla partecipazione integrativa e l’espressione di voto finale si è aperta una polemica. Abbiamo accertato che i fatti in questione non hanno avuto il potere di mutare nella sostanza gli orientamenti di base delle opzioni maturate nella fase precongressuale. Abbiamo capito che la scelta di un congresso di iscritti apre modalità che possono contenere miglioramento del radicamento sociale e in taluni casi anche fattori viziati da qualche tradizione di gregarismo organizzato. Ci sembra di poter dire che non si tratta di fatti che meritano di gettare ombre irrevocabili su una pagina di qualità della vita democratica italiana soprattutto in un momento di così evidente crisi e di forte rigurgito nazional-populista che deve responsabilmente indurre alla più rapida delle composizioni possibili.
  4. La coesistenza nella gestione appunto responsabile della battaglia elettorale – prima fase del percorso tracciato per questo 2019 – da parte delle figure più significative dello sforzo fondativo e in prima istanza dei tre candidati alla segreteria nazionale deve oggi essere indicata e considerata come ineludibile priorità.
  5. Chi scrive dichiara disponibilità – insieme a chi altri di quella compagine di “figure meritevoli dell’ampliamento degli organi direttivi” vorrà contribuire – ad ampliare queste stesse brevi considerazioni in una sorta di “carta dei valori” idonea a recepire ed esprimere sentimenti civili, metodologici e di finalità politica che questa prima dura fase, costituita dall’impegno elettorale, richiede di esprimere in condivisione unitaria degli aderenti e dei dirigenti.
  6. Gli esiti – senza prestare più il fianco al trasferimento esterno di un rischio di deterioramento reputazionale ingiusto rispetto al coraggio dimostrato dall’intero gruppo dirigente con il contributo di un ragguardevole numero di iscritti, espressione di larga partecipazione giovanile – diranno presto se questo sforzo progettuale sarà idoneo a proseguire nella sua seconda fase. Una fase legata alla definizione compiuta del modello organizzativo e partecipativo e soprattutto alla definizione compiuta di un programma capace di abbracciare la responsabilità di contribuire ad un vero e fin qui mancato cambiamento della qualità della democrazia italiana nel quadro dell’Europa e nelle forme e con le regole che appartengono alla cultura della democrazia liberale. Ovvero alle responsabilità dei contrappesi e alle libertà costituzionali contenute negli equilibri tra democrazia rappresentativa e democrazia partecipativa.

Vincenzo Camporini, Luigi Manconi, Stefano Rolando

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