La genesi dei nuovi paradigmi della comunicazione politica. Nel dossier “Media e democrazia” di Le Sfide

Le sfide, periodico della Fondazione Craxi, diretto da Mario Barbi, con Nicola Carnovale, Sara Di Simone e Paolo Reboani in comitato di redazione, pubblica un ampio fascicolo di circa 200 pagine, accessibile in rete, largamente dedicato al tema “Media e democrazia” (http://www.lesfide.org/04_lesfide.html).

Questi i contributi riguardanti questa materia.

Antonio Nicita- DALLA “CATTIVA MAESTRA” ALL’“ALGOCRAZIA”: VERSO UN PLURALISMO 2.0?

Riccardo Pugnalin – DALLA TV AI SOCIAL: LA SFIDA DELL’INFORMAZIONE NEL MONDO CHE CAMBIA

Walter Quattrociocchi, Federica Biscardi, Antonella Vicini  -AL CUORE DELLA SOCIETÀ DELL’INFORMAZIONE

Andrea Staderini – “LOCATION DATA”,LA NUOVA FRONTIERA DIGITAL NELLA PROPAGANDA POLITICA

Alessandro Barbano – LE DEMOCRAZIE OCCIDENTALI AL TEMPO DELLA RETE

Simone Calzolaio – MEDIA, DAL VECCHIO AL NUOVO MONDO: I NUOVI ORIZZONTI DELLA REGOLAZIONE

Luca Mariani -INTERNET E DISINTERMEDIAZIONE: LA FABBRICA DEL “FALSO”

Maurizio Mensi – CYBERSPAZIO E REGOLE NEL “CAPITALISMO DELLA SORVEGLIANZA”

Stefano Rolando – COMUNICAZIONE POLITICA. ANNI’70-’80, LA GENESI DEI NUOVI PARADIGMI

E’ qui riprodotto questo ultimo testo nella versione originale

Testo per Le Sfide n. 4/2019

Media e democrazia

Tra politica e società come è cambiato il paradigma comunicativo degli ultimi cinquant’anni?

In particolare come, tra gli anni ’70 e ’80, gli anni dell’alternativa riformista dei socialisti, si sono costruite le prime forti discontinuità nella comunicazione del sistema politico italiano ?

Stefano Rolando

Gli anni Settanta sono stati oggetto di una lunga ambiguità interpretativa. La morsa tra involuzioni e rigenerazioni è apparsa così evidente – in Italia, in Europa, nel mondo – da rendere legittimi giudizi complessivi di segno opposto. Terrorismo, inflazione, pesante scricchiolio dell’economia industriale, inadeguatezza dei modelli di regolazione del conflitto sociale, oscurità nella gestione del potere e della narrativa connessa al rapporto tra politica e società. L’elenco delle malattie di un decennio dichiaratamente di transizione potrebbe continuare. E tuttavia questo decennio ha espresso anche profonde tensioni al cambiamento. L’economia separava sistemi a ciclo compiuto (in alcuni casi anche esaurito) da cantieri della progettazione post-industriale; e soprattutto agiva con ristrutturazioni, dolorose e al tempo stesso rigeneranti, che coinvolgevano alcuni ambiti dei processi produttivi. Sullo sfondo l’alba di un nuovo ambientalismo.

Il quadro sociale, poi, non arretrava attorno al tema dei diritti della persona e della legittimità della parità di genere. Rispetto alla perdita di controllo avvenuta negli anni ’70 causato da un estremismo figlio del ’68, lo stesso ’68 vedeva trasferita al decennio successivo anche la spinta collettiva (trainata soprattutto dalle donne) circa il rinnovamento dei diritti civili.  Nel 1974, per esempio, il fronte divorzista dimostrerà di sapere piegare il conservatorismo sociale delle due chiese della politica italiana, quella cioè di una parte consistente del mondo democristiano e del mondo comunista. La sinistra europea, poi, con l’Italia in prima linea, produceva filiera e superamento vero dei nazionalismi, soprattutto costruendo nella seconda metà del decennio la rete eurosocialista.

Ci si preparava insomma a contesti di legittimazione e di stabilità di questi cambiamenti. Che arriveranno con l’affermazione, negli anni ’80, di nuovi paradigmi: un mondo più governabile, un’Europa più progettabile, un’Italia più modernizzabile. In verità l’interpretazione politica e storiografica si dividerà a lungo su questo giudizio. Ma dopo la caduta del muro di Berlino, alla fine degli anni ’80, almeno la parte più avveduta di critici magari una volta legati più all’ideologia che al realistico riscontro sociologico, di fronte a certe evidenze rivedrà le posizioni. Come si sa, tra quei critici ne restano ancora tanti che non hanno rivisto un bel niente. Ovvero che hanno poi passato la vita ad auto-giustificarsi.

La prima modernizzazione

Ecco, è in questa cornice – qui descritta per sommi capi – che trova posto il tema che mi è stato proposto per questa opinione, riguardante le modifiche che il rapporto comunicativo tra politica e società (dunque tra dimensione della rappresentanza e cittadini sempre più consapevoli di essere al tempo stesso anche elettori e consumatori) genera a cavallo dei due decenni. Svolgendo una prima robusta modernizzazione rispetto allo schema “unilaterale” di buona parte del ‘900. E destinato ben inteso ad una seconda ancora più radicale trasformazione a metà degli anni ’90, con l’arrivo planetario del web, della interattività e dei processi comunicativi orizzontali.

La comunicazione politica che si era configurata negli anni ’50, a guerra archiviata e nel pieno della ricostruzione, viveva la febbre partecipativa della trasformazione a livello locale. Ma a livello nazionale, perdurante l’algoritmo dello Stato-Nazione, essa era in prevalenza doppiopettista, ministerialeggiante e, ovviamente, pre-televisiva.

Vero è che l’8 novembre 1960 si cambia marcia. È il giorno dell’elezione di JFK che modifica, per il mondo intero, il riferimento alla dominante del consenso elettorale. Sia rispetto all’epoca pre-bellica delle dittature, sia rispetto a quella post-bellica degli spartitori del pianeta a Yalta.  L’immagine diventa un fattore immateriale fattosi consistente che si comincia a produrre nella riduzione della realtà ai 19 pollici del tempo del televisore[1].

Questi due corni – chi buca e chi non buca il teleschermo – esprimeranno un conflitto almeno ventennale arrivando a rimescolamenti importanti giusto all’alba degli anni ’80. Ma, come ben sappiamo, di mezzo ci sarà stato il Sessantotto (anticipato al ’67 negli Stati Uniti, per via della guerra in Vietnam) che avrà prodotto una polarizzazione ancora più radicale. Da una parte il burocratismo comunicativo mescolato alle allusività galleggiative di linguaggi di un’epoca che non puntavano certo sulla chiarezza. Dall’altra parte l’ululato dei ta-tse-bao esotici, citazionisti, predicatori, incendiari che uscivano dello scontro sistemico marcusian-maoista[2]. Questa polarizzazione indica, grande come una casa, a chi aveva gli occhi per coglierla una autostrada della comunicazione politica allora poco frequentata. Quella dell’argomentazione analitica trattata con senso divulgativo, una sorta di giornalismo partecipativo che comprendeva più la testa dei destinatari che la propria autoreferenzialità. Comprendeva soprattutto che le riforme si devono prima spiegare e poi accompagnare nella metabolizzazione popolare. Già, appunto: gli occhi del riformismo, svincolato dai linguaggi complessi della retorica ideologica, ma anche dalle assertività dei roboanti e quotidiani cortei giovanili e, ben inteso, delle fumisterie burocratiche delle comunicazioni imperscrutabili.

L’alleanza argomentativa

Nel caso italiano sarà, per la seconda volta dopo gli anni ’60, questa alleanza tra i socialisti riformisti e i cattolici sociali a produrre una comunicazione politica argomentativa.

Per gli uni attenta al vocabolario popolare riconducibile alle parrocchie e comunque al buon senso operoso del ceto medio. Per gli altri riconducibile ad una generazione di amministratori pragmaticamente abituati a cercare nei luoghi del lavoro la trama di un consenso al miglioramento graduale ma persistente delle condizioni non solo legate al bisogno ma anche al merito e alla cultura competitiva.

Dalla seconda metà degli anni ’70 (ovvero il cambio di identità e di orizzonti che si produce nel Partito Socialista tra il ’76 e il ’78) fino alla conferenza programmatica di Rimini sul nesso tra merito e bisogno (1982), questa cornice generale costituirà anche il laboratorio linguistico, estetico, strumentale, simbolico (e generazionale) di una riforma della comunicazione politica che produrrà tanto consenso quanto dissenso nella lotta politica nazionale.

Normalmente sostenitori e critici, con motivazioni opposte, attribuiranno a Bettino Craxi, che si afferma come leader socialista in Italia appunto tra il ‘76 e il ‘78 e che prepara le condizioni per una svolta della cosiddetta “democrazia bloccata” con un quadriennio di guida del governo a metà degli anni ’80, la personificazione di questo mutamento dell’indirizzo della comunicazione politica.

Senza togliere nulla – come si dirà ancora – a chi riconduce a sé inevitabilmente molti dei segni di una stagione di vistosi mutamenti, alla luce delle cose dette dobbiamo allargare la rosa dei protagonisti di quel mutamento di indirizzo. E comprendervi anche una generazione di dirigenti e intellettuali che accompagnano elaborazione e responsabilità della stagione, con saperi nuovi e con luoghi di sperimentazione inediti[3]. Dobbiamo comprendervi le convergenze di quella trama eurosocialista, che avvicina esperienze e avvicina un vocabolario a storie che convergono in una vera ineludibilità dell’Europa. E, in Italia, dobbiamo comprendervi la  figura di un capo dello Stato, il socialista Sandro Pertini, eroe della Resistenza italiana,  che dal 1978 al 1985 non legge più i discorsi di fine anno agli italiani ma parla a braccio con il filo logico della “conversazione”; esprime il potere simbolico della sua comunicazione istituzionale in una chiave al tempo stesso valoriale d emotiva ben compresa dai cittadini;  riporta il senso della storia e delle radici comuni  alla necessità di temperare il nuovismo; compie – malgrado le distinzioni a volte persino conflittuali con la nuova leadership socialista – il miracolo di persistere nella scelta dello sblocco della democrazia portando alla guida del governo prima La Malfa (tentativo che non riesce), poi Spadolini e infine Craxi che ha la forza, ma anche il sostegno del Quirinale, per superare non poche insidie.

Una ricerca di dieci anni fa

Alcuni anni fa ho dedicato una ricerca, proprio svolta con l’egida della Fondazione Craxi e poi pubblicata da Marsilio, ai caratteri dell’evoluzione della comunicazione politica del Partito Socialista dal 1976 fino al 1994[4], largamente centrata sull’affacciarsi nella democrazia italiana della rappresentanza anche di una componente (immensamente cresciuta nel futuro) della democrazia italiana della rappresentazione.

Cioè democrazia perché plurale e conflittuale; ma anche capace di reagire alla comunicazione “allusiva e astrusa” di un potere che si nascondeva dietro il “non si può fare” perché “ci sono problemi complessi” dando la sensazione (questa per esempio un’intuizione di Giuliano Amato espressa in quel  testo ) che finalmente quella complessità la si poteva capire, spiegare e governare.

Ma al tempo stesso quello stile comunicativo (che per Giuseppe De Rita corrispondeva ad una netta alternativa di tipo verticalizzato e decisorio al ruolo di perenne mediazione e di “aggiustamento” di ogni cosa proprio dei democristiani) il grosso degli interlocutori di quella ricerca (a cominciare da Gennaro Acquaviva) lo giudicava insufficiente a modificare al tempo i rapporti di forza tra i soggetti politici, cosa che i socialisti avevano la necessità di ottenere in tempi rapidi.

Di quelle trecento pagine di indagine cito solo questo spunto bipolare perché quella che nella citata indagine Valerio Zanone avrebbe chiamato, con una certa ammirazione, “la frattura semantica” provocata dalla comunicazione politica dei socialisti, altri interlocutori la hanno messa in relazione ad una percezione nell’opinione pubblica, per alcuni alimentata da un insufficiente sostegno del sistema mediatico, di quella che poi sarà chiamata l’idea di rappresentare una “certa arroganza di casta”.

Si può essere profeti, si può essere anticipatori, si possono percepire istanze latenti nell’opinione pubblica ancora non accolte (e certo la lettura della società italiana che faceva Craxi oggi viene largamente considerata più corretta e dinamica di quella che al tempo faceva  Berlinguer[5]), ma non è detto che –  in un sistema regolato anche da irrazionalità, emotività, interessi radicati, clientele –  lo spostamento di consenso prodotto dalla comunicazione porti strutturali e perduranti vantaggi. In particolare rispetto a fonti più opache, più vaghe e soprattutto meno assertive in ordine alle necessità di governare in forma non demagogica alcune questioni chiave della vita collettiva.

Insomma la “frattura semantica” era, al tempo, più inquadrata nella responsabilità di assumere alcuni coraggi magari anche impopolari pur assicurando soprattutto difesa alla crescita del ceto medio e della stabilizzazione in senso socialdemocratico della vita sociale del paese, rispetto alla lusinga populista che serpeggia da sempre nelle società meridionali ma che le maggiori forze della prima Repubblica (in modo diverso tra di loro) hanno saputo a lungo tenere a bada.

In quella ricerca i caratteri della “frattura semantica” erano stati compendiati in cinque eterogenei punti:

  • l’anticipazione della funzione della leadership in rapporto alla verticalità narrativa;
  • la percezione di un contesto di competitività internazionale che richiedeva un racconto più aggiornato dell’identità nazionale;
  • la limitazione del modello di rappresentazione interna, svolto dalla televisione di Stato con una cultura essenzialmente pedagogica, verso lo sviluppo (così nel mondo anglosassone) di un modello misto pubblico-privato e dunque anche con dialettica culturale-commerciale;
  • l’accettazione (difficile) di una relazione con il sistema dei media, compresa nel profilo proprio della democrazia liberale di una certa conflittualità  (qui nel senso sia anti-sovietico che  anti-collateralista);
  • il recupero di un filone evolutivo della comunicazione pubblica simbolica legato ad una idea post-risorgimentale della patria, per rivendicare  la tradizione ottocentesca e quindi antica del socialismo democratico.

Si potrebbe dire che in quella fase di trasformazione si superano effettivamente le stagioni della popolarizzazione basilare della comunicazione politica costruita – a partire dalle elezioni spartiacque del 1948 – sull’effetto totalizzante della guerra fredda, quindi sull’eccesso di semplificazione  e sull’abbondanza di stilemi propagandistici. Ma non si intravedono ancora  molto quelle che, diciamo una decina di anni dopo, sarebbero diventate le vie maestre regolatorie delle campagne elettorali permanenti: la dominanza del marketing (inteso come una sindrome sondaggistica permanente capace di posizionare le opzioni dell’offerta politica in forma flessibile e spregiudicata per assecondare l’ondeggiamento demoscopico);  e poi la dominanza della trasformazione tecnologica capace – come si sa negli ultimi venticinque anni – di inverare la massima di McLuhan secondo cui “il mezzo è il messaggio[6].

Che sono gli eredi di quella stagione?

Proviamo a riassumere così. Per i socialisti europeisti, riformisti, post-risorgimentali, che offrono al nord la liberazione di risorse comunicative (il raddoppio del sistema televisivo) per ampliare il mercato interno e l’export a favore di migliaia di imprese e al sud la certezza di appartenere ad una identità nazionale che non intende fare a meno della loro storia, non è la comunicazione che traina la politica. Essa è un fattore che discende da una lunga marcia che per cinquanta anni si è identificata con il lavoro e l’antifascismo e per altri cinquanta anni si è identificata con la libertà, l’Europa e l’emancipazione sociale.

Dunque una dominante valoriale che deve dimostrare agli italiani che si possono battere i comunisti sul terreno ideologico e si possono battere i democristiani sul terreno politico. Questi due obiettivi sono riusciti? Evidentemente no. Salvo comprendere questo esito nella dissoluzione dei partiti politici della prima Repubblica e nella rigenerazione di altre aggregazioni, piuttosto anomale in Europa, tendenzialmente capaci di produrre tre cose che il socialismo italiano (da Nenni a Craxi, da Pertini alla redazione di Mondoperaio o di Critica Sociale) non avrebbero mai accettato: il taglio della memoria, il ripudio della storia, la mobilità della proposta costruita sulle flessibilità del marketing.

Nella seconda Repubblica tanto Berlusconi (ovvero l’intero centrodestra con Forza Italia malgrado alcuni propositi non in grado di generare una forza liberale e una Alleanza Nazionale recuperata come soggetto di governo solo ripudiando la sua storia) quanto l’evoluzione convergente post-comunista e post-democristiana (non a caso riluttante a comprendere nel suo progetto anche solo tracce allusive dell’esperienza socialista) non esprimono neppur marginalmente quella eredità. Ne rappresentano alcune tracce caso mai forze deboli: i radicali che divengono così il più longevo partito italiano, ma nella disperata battaglia per esistere; i leghisti, quelli di allora, almeno nella pur confusionaria battaglia dei primi anni per le autonomie territoriali.

La riduzione della comunicazione politica come “teatrino televisivo” costituisce infatti un format distante dal percorso sostanzialmente narrativo e identitario che i socialisti avevano tentato puntando sulla centralità del progressismo gradualista e riformatore dei ceti medi da stimolare contro l’astensionismo e la sfiducia.

Quanto alla terza Repubblica la distanza appare abissale. La disintermediazione prodotta dalla convergenza del sistema dei socialmedia, evoluzione del primo web “funzionale” in una dinamica ormai conflittuale con la logica dei corpi intermedi, della territorialità, della rappresentanza, si va costituendo come una valanga omicida sia riguardo all’idea di partito come corpo intermedio sia riguardo alla cultura dei contrappesi e della divisione dei poteri che appartengono alla democrazia liberale. Non so altri, ma almeno quanto ai percorsi di formazione personale che riguardarono la biografia di Craxi siamo agli antipodi.

Dunque quella storia rimane senza eredi apparenti, salvo la fermentazione di un percorso di responsabilità pubblica e di formazione delle classi dirigenti che, ai margini dell’attualità, si comprende nel patrimonio cognitivo civile del Paese e fa parte di un lascito che non è escluso che si metta al servizio del futuro. Per questo esistono le fondazioni[7], per questo esiste la scrittura, per questo esistono le Università, per questo esiste una memoria intrinseca ineliminabile che è parte genetica dell’evoluzione stessa delle istituzioni.

Una breve chiosa su “media e democrazia” come politica pubblica del governo di quegli anni

Chi scrive, proposto da Giuliano Amato e nominato dal governo Craxi nel 1985 direttore generale dell’informazione e dell’editoria alla Presidenza del Consiglio dei Ministri (alla guida di quella struttura che ereditava una storia passata pesante e una storia recente evanescente) , ebbe il mandato da quel governo di promuovere una riorganizzazione di prodotto e di processo (cioè esempi e regole) tesa ad abbattere la cultura del segreto e del silenzio nella pratica relazionale e  comunicativa della pubblica amministrazione italiana sostituendovi il paradigma della trasparenza e dell’accesso. Ed ebbe in pari tempo il mandato – in epoca di assenza di un ministero moderno delle Comunicazioni (allora confinato a gestire le Poste) ma anche di grande rivoluzione del sistema mediatico e tecnologico –  di assicurare un legame europeistico all’evoluzione del sistema, operando per dare basi al pluralismo, trasformare l’assistenzialismo in leva incentivante alla modernizzazione, costruire il principio della concorrenza reale e dell’antitrust.

L’opposizione al governo allora ebbe su questo fatto qualche asprezza e intolleranza (“le mani di Craxi sul sistema dell’informazione”) ma poi nel tempo convenne anch’essa sui risultati che – legislativamente – premiarono il progetto (che chi scrive assecondò con grande dedizione per dieci anni e con dieci governi).  Nell’impossibilità di proporre qui anche fugacemente una sintesi di quella vicenda intesa come un banco di prova di un’idea delle politiche pubbliche in materia di media e comunicazione, si rimanda al recente libro intervista che risponde a 170 questi che raccontano e contestualizzano quell’esperienza[8]

Traendo solo questa lezione che ha forse qualche senso a conclusione dell’opinione fornita su un tema più generale. Non è sempre vero che la storia la scrivono i vincitori. Il più delle volte la scrivono i vuoti di memoria, le omissioni forzate, la perdita di un sostanziale diritto di parola, il vuoto di parole che è preferito dai vincitori pro-tempore per pattinare meglio nell’indistinto. Il campo dei media e della comunicazione in una democrazia liberale dovrebbe essere essenzialmente soggetto contro la propaganda e per le garanzie di libertà. A differenza di tante dicerie, va detto a chiare lettere che i socialisti italiani hanno dato il loro contributo nell’ambito e nel limite di questo indirizzo. E in quell’ambito se si scrivesse nel dettaglio tanto la progettazione quanto l’attuazione delle politiche questo capitolo ancora marginale sarebbe un piccolo monumento contro il propagandismo dei regimi che il ‘900 ha conosciuto e un forte antidoto contro il propagandismo che il nuovismo ammantato da democrazia diretta sta proponendo in avvio del terzo millennio.

Note


[1]Così Vittorio Zucconi, corrispondente dagli USA di Repubblica, raccontò l’episodio cruciale di quell’archetipo della nuova comunicazione politica: “Seguite la goccia di sudore, che divenne un torrente, che divenne una marea, che sospinse Kennedy alla Casa Bianca, che travolse Nixon e trasformò le democrazie occidentali in teledemocrazie. Spuntò sul mento del vice presidente Richard Nixon la sera del 26 settembre 1960, alle 20 e 45 circa, dopo 15 minuti di dibattito in diretta con John F. Kennedy. LA SI vede brillare come un diamante carogna sotto le luci primitive e roventi dello studio tv, una gocciolina di sudore nella fossetta sul mento di Nixon che diventa il punto focale dell’attenzione dei 40 milioni di americani sintonizzati sul primo match in diretta fra aspiranti alla Casa Bianca nella storia della comunicazione politica. Non le parole, gli argomenti diversi, le proposte, ma “la goccia”, invano e ripetutamente detersa dal fazzoletto bianco di Nixon, è il messaggio. Un uomo che suda non può essere un buon presidente. Un uomo che suda ha qualcosa da nascondere. E infatti ce l’aveva” (Quando con Jfk e Nixon nacque la teledemocrazia, Repubblica,5 settembre 2010).  

[2] Naturalmente la Scuola di Francoforte nel suo complesso ha costituito uno dei grandi laboratori per la costruzione del “pensiero critico” anche in materia di media, informazione, opinione pubblica e comunicazione. Ma qui si fa riferimento all’uso semplicistico e quindi strattonato e propagandistico che il movimentismo di quegli anni assegnò non tanto ai pensatori della Scuola di Francoforte (tra i quali Herbert Marcuse) quanto alla fascinazione di un’opera di Marcuse che si intitolava “L’uomo a una dimensione” che riletta oggi meriterebbe comunque il suo posto al di fuori di tante iconizzazioni. In ogni caso il campo di analisi con cui lo stesso Marcuse inizia il suo racconto (“Una confortevole, levigata, ragionevole, democratica non libertà prevale nella civiltà industriale avanzata, segno di progresso tecnico“) resta ancora oggi una pratica di ricerca controversa e dunque opportuna.

[3] Il rapporto tra politica e cultura, affidato in quegli anni alla responsabilità di Claudio Martelli, conosce ad esempio  una revisione profonda di segno liberalsocialista che non a caso ha in Norberto Bobbio un punto di riferimento distintivo e che nel rapporto tra media e comunicazioni immagina modernizzazione del settore pubblico e rianimazione dell’iniziativa privata, con sforzo di costruire nessi e interazioni tra settori separati (cinema e televisione, per esempio, ma anche  politiche culturali e politiche educative) che assegnano ai socialisti un ruolo di traino che penetra anche egemonicamente nel quadro politico. La sintesi di quell’esperienza in Nello Stato spettacolo. Cinquanta idee, dieci proposte per la cultura italiana, a cura di Vittorio Giacci, Bruno Pellegrino e Stefano Rolando, con le conclusioni di Claudio Martelli, Guanda, 1983.

 [4]Stefano Rolando, Una voce poco fa. Politica, comunicazione e media nella vicenda del Partito Socialista Italiano dal 1976 al 1994, Marsilio, 2009.

[5] E’ giusto ricordare che proprio nella presentazione organizzata dalla Fondazione Craxi e introdotta da Stefania Craxi alla Camera dei Deputati nel luglio del 2009 di quel libro e di quella ricerca, nel panel dei presentatori Walter Veltroni fu tra i primi a fare questo genere di affermazioni, come scrisse Andrea Garibaldi giornalista del Corriere della Sera, il 15 luglio 2009, nel resoconto di quella presentazione, intitolando “Veltroni su Craxi: «Innovò più di Berlinguer».

[6] Il sociologo canadese Marshall Mc Luhan in Gli strumenti del comunicare (1964) sosteneva in fondo la necessità di studiare i media non soltanto in ordine ai contenuti ma soprattutto in ordine alle modalità impiegate, arrivando all’implicazione che resta valida e attuale: i media non sono mai neutrali..

[7] Chi scrive ne presiede una legata al nome di uno storico liberaldemocratico italiano (Francesco Saverio Nitti) che fu grande modernizzatore, modello di apertura alle istanze socialiste e cattoliche nel governo dell’Italia che avrebbe potuto salvarsi dal fascismo, sconfitto dal populismo montante (nelle forme del dannunzianesimo e poi del fascismo) e costretto per più di venti anni all’esilio.

[8] Stefano Rolando con Stefano Sepe, Il dilemma del re dell’Epiro. Vinta o persa la guerra della comunicazione pubblica in Italia?, Editoriale Scientifica, Napoli, 2018.

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