Intervento a conferenza su “Donne, municipalità e governance territoriale” nella cooperazione Italia-Libia (Camera Deputati, Roma. 11.3.19)

Italia-Libia – Le donne nelle municipalità.

Governance territoriale e rafforzamento della capacità delle municipalità locali nell’attività di mediazione e promozione di una cultura di pacificazione dei conflitti[1].

Panel su: Visibilità e rilevanza del ruolo delle donne nelle municipalità: come garantire canali di comunicazione sociale e informazione su programmi e servizi

Intervento di Stefano Rolando (2)

Nel panel con: Najiyah Abdullah Jibreel Balah, Enaam Othman I Alturki, Angela Caponnetto, Hana K. Khalid Abudeb, Khadeejah Aktahir Alhashimi Alhabeeb

Montecitorio, Sala del Mappamondo – Roma, 11 marzo 2019 – sessione pomeridiana

Il frastuono culturale – un insieme di fatti e dicerie, di memorie e malinconie, di verità e menzogne – che riguarda l’esistenza della Libia per gli italiani contemporanei rende una conferenza, come quella aperta oggi a Montecitorio, un potente contrappunto.

Perché spiazza completamente rispetto a tutti gli stereotipi di quel frastuono: la guerra di Libia del 1911, il fascismo, la morte di Omar al-Mukhtar, la parabola di Gheddafi, le vicende del petrolio, il conflitto civile, l’instabilità politica, persino il grave notiziario che riguarda l’odissea migratoria e i campi di detenzione.

Tutto vero, tutto accaduto, cose che accadono anche ora. Ma anche tutto a confronto con la dinamica sociale che procede, con i media globali che entrano nelle case con narrative non imprigionabili, con parti della società che avanzano nella modernità come se fosse possibile un’altra pista evolutiva di una nazione. E forse è possibile. Perché è stata possibile in tante altre parti del mondo, in contesti di pari se non superiore gravità. Messi a prova da guerre, terremoti, catastrofi.

Quando si dice oggi “parti della società” si dice quasi sempre giovani e donne.E infatti di giovani e donne si è parlato oggi. “Donne custodi delle tradizioni, donne promotrici delle innovazioni“, ha detto Daniela Viglione questa mattina. Ed è su questo terreno che – senza sovrapporre l’immaginario alla realtà – si sono posti temi che appunto spiazzano lo sguardo basso che noi teniamo di fronte alle cose che crediamo irrisolte o irrisolvibili dello scenario contemporaneo.

Parto da qui per dire che non è un esercizio di retorica, stare in un colloquio che cerca misure di governabilità riformatrice, a favore di una società che cerca il suo futuro e che crede di poterlo fare con certi presupposti:

  • di farlo meglio sull’evoluzione urbana rispetto ai sistemi tradizionali rurali;
  • di farlo in modo più costruttivo attraverso il senso di responsabilità che le donne dimostrano d’abitudine nei contesti di crisi;
  • di puntare su una cooperazione con l’Italia che, da quel che si è sentito oggi, non è tanto figlia di una linea di tradizione, ma dello sguardo nuovo alla geopolitica, magari anche sovvertendo certi aspetti della tradizione.

Per quel che ho capito, per esempio non dipendendo strettamente dal rapporto tra poteri e interessi (dunque politica e petrolio, cosa che parrebbe una ingenuità e forse anche una inutilità) ma puntando alla forza della connessione tra vita, conoscenza, mobilità, informazione, responsabilità per vedere fino a quanto e come sono rovesciabili i destini catastrofici.

Minerva lavora in vari contesti del mondo su questa speculazione ottimistica. Mi è capitato di accompagnare tre anni fa una missione promossa da Minerva ai confini tra Turchia e Siria nel momento in cui la sola città di Gaziantep riceveva un milione e mezzo di profughi da Aleppo, quindici volte di più di quelli giunti nella mia Milano. E dove una sindaca, ferma e determinata a gestire quel processo, offriva una integrazione possibile a condizione di costruire insieme alla comunità immigrata le premesse di lingua, lavoro e collaborazione civile che venivano messe in discussione dalle resistenze comprensibili ad un processo di turchizzazione estraneo alle finalità di chi voleva tornare in patria a guerra appena finita senza modificare per sempre la propria identità. Un rebus culturale prima ancora che politico, affrontabile solo fuori da stereotipi e con mediatori pragmatici e convinti assertori degli interessi della pace.

Anche quella di oggi mi pare una lettura contestuale simile. Mi viene chiesto – come in quella occasione – di offrire qualche spunto in materia di processi di comunicazione utile, cioè scambio informativo di servizio connesso all’accesso e all’utilizzo di servizi e strutture per vivere, lavorare, convivere, curarsi, educare, assistere, orientare, eccetera.

Fuori dalla propaganda e con professionalità formate per dare alla comunicazione il valore che essa ha nei processi di rigenerazione urbana e di riorganizzazione delle condizioni di sviluppo.

Per le cose dette prima si suppone che questa inversione di tendenza sia possibile se messa in mani operose e non manipolatrici, socialmente fervide e non prepotenti. Non so se tutte le donne siano di per sé operose e fervide. Ma l’identità materna che è nelle donne è certamente un fattore al servizio concettuale della vita. E nei contesti di guerra o di grave conflitto essa si polarizza, come si polarizza d’altro canto l’aggressività, la barbarie, la primitività senza scrupoli. Dunque puntare sulla responsabilità delle donne mi pare una tesi “imprenditorialmente” accettabile.

Penso alla figura di una donna, qui a Roma, uscita da esperienze sindacali e femministe (aveva diretto il giornale storico “Noi Donne”), con grandi sensibilità culturali e civili, che venti e più anni fa, di fronte alla condizione completamente azzerata in materia di servizi di comunicazione istituzionale di qualità, prese in mano, nel Comune di Roma, quella impresa impossibile. Si chiamava Mariella Gramaglia, ha scritto cose bellissime nei suoi successivi viaggi-inchiesta in India, eravamo molto amici;  e fece l’assessore alla Comunicazione al Comune di Roma inventando, prima città in Italia, uno sportello interattivo per i cittadini (lo 060606) che rispondeva in tempo reale su qualunque bisogno informativo venisse espresso, magari in tempo due per le cose più difficili, ma ribaltando in modo rivoluzionario l’idea della catastrofe informativa che investiva da sempre quella Amministrazione capitolina. L’avvio di un processo di e-government che oggi – come ha detto poco fa la ministra libica per gli Affari istituzionali ImamM.A. Ben Younis – è sfida globale.Ecco, Mariella avrebbe detto qui oggi cose più precise, più responsabili, più verificate delle mie. Ma provo a immaginare alcuni piani di ragionamento che avrebbe avanzato.

La premessa riguarda la creazione di nessi che impegnino su programmi di formazione e scambi di esperienza operatori formativi (potrebbero essere le università, ma anche i sindacati e i loro patronati, ovvero alcune associazioni professionali, senza escludere spazi per interventi integrativi esercitati da media e da software house) per scegliere le modalità di sperimentazione.

Penso che il contesto urbano di questa sperimentazione metta in evidenza alcuni ambiti preferenziali:

  • i servizi pubblici territoriali , per la parte importantissima che riguarda la componente comunicativa e di spiegazione all’accesso e alla fruizione
  • l’educazione primaria
  • la lotta all’analfabetismo (anche funzionale)
  • i processi di alfabetizzazione digitale
  • la salute e le condizioni di presidio alla relazione di accompagnamento partecipato e consapevole dei malati
  • l’assistenza agli anziani
  • la protezione dalla violenza e dalla aggressività sociale
  • la condizione formativa e burocratica di approccio al mercato del lavoro
  • l’orientamento all’esercizio dei diritti anagrafici.

E altri che verranno individuati nel concreto quadro di bisogni maturati.

Qui dobbiamo ben chiarire che nel grande campo della comunicazione di pubblica utilità i media sono certamente preziosi, utili e simboli della principale libertà costituzionale, la libertà di espressione. Ma il sistema mediatico premia il “far notizia” e spesso premia la patologia della notizia rispetto alla fisiologia.

Dunque la costruzione di una rete esperienziale e di servizio in diretta con il cittadino è una responsabilità non delegabile da parte delle istituzioni. Spesso però usata male o lasciata all’occupazione della politica che rivendica un suo diritto alla visibilità. Così abbiamo lasciato che in Italia crescesse l’analfabetismo funzionale, che ha prodotto più danni della crisi finanziaria mondiale. Oggi vi è nel mondo il problema pubblico del coraggio di riprendere con forza, dal basso, territrorio per territorio la relazione diretta con i cittadini, nel rispetto del sistema mediatico da una parte e della rete dall’altra che esprimono fonti che a loro modo prendono parte all’agorà pubblico.

In questo quadro si situa un progetto possibile da parte italiana per il miglioramento del servizio pubblico di comunicazione in un Paese che qui sta dimostrando che l’immagine di paese derubricato da ogni governabilità possibile è in larga parte falsa e distorta, ovvero che vi è un segmento di classe dirigente – qui oggi interpretata egregiamente da donne nelle istituzioni nazionali e territoriali – che è un fattore concreto nel processo di rigenerazione interna ed è un fattore spendibile in un quadro di mediatizzazione internazionale su cui lavorare. Vedrete tuttavia che questo bellissimo nostro evento di oggi non farà notizia sui media, perché per “far notizia” avremmo dovuto non promuovere analisi acute e responsabili, ma – chessò – programmare che a un certo punto la moglie del presidente Serraji entrasse da una porta in questa sala mentre la moglie del gen. Haftar entrava da un’altra porta e si stringevano la mano. La via razionale della argomentazione si situa in una dinamica di processo, che non è quella per la quale i media vanno matti. Ecco, perché le piste comunicative per rigenerare sensibilità e partecipazione sono molteplici.

L’Italia – a partire dall’esperienza di oggi – potrebbe inventariare rapidamente soggetti sociali e para-istituzionali in condizioni di svolgere una partnership formativa programmata, eventualmente retta da un progetto istituzionale di cooperazione specificatamente mirato al tema della funzione comunicativa sociale e istituzionale con risorse da impiegare in avviamento e monitoraggio. In parte con esperienze dirette e in parte con esperienze in rete.

Il senso della specificità del campo operativo – la comunicazione – è oggi ampiamente corroborato dal ruolo che l’efficienza e l’efficacia costruite in contesti sviluppati dimostrano rispetto a tutto il quadro di conseguenze di una società più servita, di un accoglienza risolutiva in materia di accesso, di un intervento di riequilibrio in casi di deficit di condizione partecipative minime. La natura “gemellata” del periodo formativo dovrebbe costituire materia di affidamento con clausola di valutazione dell’investimento.

Oggi noi soffriamo di alcune criticità di restringimento di questo campo, causa l’invasione di pratiche propagandistiche o semplicemente di pura visibilità della politica in ambiti che dovrebbero essere rigorosamente impegnate nella logica di servizio pubblico. Ma è certo che abbiamo in operatività migliaia di operatori e operatrici, per lo più giovani e formati, certamente disponibili a concedere un segmento del loro tempo professionale a una causa di cooperazione nel loro specifico campo di lavoro.

Nel caso della Libia agiscono fattori storici – a questo punto sì da tirare in ballo – che possono facilitare la formazione di condizioni-quadro di progetto. E che possono aprire anche a settori professionali creativi la fase due di un progetto che riguardi i campi della cultura e del turismo, la mobilità formativa superiore, spazi di gestione di una sorta di micro-Erasmus mediterraneo.

L’Europa ha conosciuto stagioni di comunicazione pubblica asservita alla propaganda e alla pura organizzazione del consenso, pratiche che non sono terminate e che prendono piede anche nella condizioni diciamo così delle democrazie. Ma ha conosciuto anche altissime e qualificate esperienze di comunicazione al servizio dei diritti e dell’emancipazione sociale dei cittadini. Che soprattutto in ambito locale hanno radicamento in culture protette dalla tradizione, da istituzioni amministrative degne di lode, da aziende di pubblico servizio (che potrebbero essere una rete importante dei gemellaggi a cui ho accennato proprio perché riguardanti servizi primari, come l’energia, i traporti, l’acqua, la casa, la refezione scolastica, l’ambiente, i cimiteri, eccetera). Dunque nel convincimento che non abbiamo lezioni da impartire a nessuno, ma anche che non dobbiamo rinunciare alla responsabilità di un radicato civismo, reputo possibile un piano come quello accennato che andrebbe profilato da un piccolo gruppo di lavoro.

Nella mia università a Milano, opera un Osservatorio sulla comunicazione pubblica, il public branding e la trasformazione digitale (che cerca di tenere connessi servizi, reputazione ed efficienza nel rapporto tra città e cittadini) la cui direzione scientifica mi è stata affidata, e che sarebbe onorato di poter svolgere almeno il compito di profilare un piano di fattibilità, coinvolgendo ambiti propensi a questo genere di progettualità.

Ho letto sulla rivista Internazionale, a cui sono abbonato da tempo, una riflessione del regista libico Khalifa Abo Khraisse, che aiuta a capire cosa succede in un paese da cui spesso mancano notizie e che, al di là delle cronache da Tripoli, si riferisce alla tensione sociale che si va esprimendo in tutto il mondo arabo e cita il poeta tunisino Abu al Qasim al Shabby che ha scritto: Se un giorno la gente avrà la volontà di vivere / il fato dovrà obbedire / l’oscurità dovrà dissiparsi / e la catena dovrà essere spezzata”.

Come per dire che è possibile immaginare un tempo in cui non sia la volontà dei dittatori e degli sceicchi a guidare e in cui la volontà delle persone sia più forte di quella del destino. 

 

     

 

 


[1] Seminario organizzato da MINERVA e patrocinato dalMinistero degli Affari Esteri italiano, 11 e 12 marzo 2019 – Roma, Camera dei Deputati – Sala Mappamondo

(2) Direttore dell’ Osservatorio sulla comunicazione pubblica, il public branding e la trasformazione digitale dell’Università IULM di Milano.

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