Comunicazione istituzionale e identità nazionale

L’amministrazione questa sconosciuta. Chiavi di lettura della storia unitariaa proposito del libro Storia dell’amministrazione italiana di Stefano Sepe (Editoriale scientifica, Napoli, 2017-2019)

Archivio storico della Presidenza della Repubblica – Palazzo Sant’Andrea, via del Quirinale n. 30 – 00187 Roma

Martedì 16 aprile 2019, ore 15.00

Comunicazione istituzionale e identità nazionale

Relazione di Stefano Rolando

Professore di Teoria e tecniche della comunicazione pubblica, IULM, Milano

Francesca Sofia, Marina Giannetto, Stefano Rolando, Alberto Zuliani (assente al momento della fotografia il prof. Giuseppe Acocella)
Carlo Mosca, Marina Giannetto, Stefano Sepe
Il pubblico partecipante al seminario svoltosi alla Sala delle conferenze dell’Archivio storico della Presidenza della Repubblica
  1. Chiarificazioni
  • La comunicazione istituzionale è un segmento della comunicazione pubblica che si riferisce a fonti costituite da soggetti che la Costituzione riconosce come istituzioni.
  • Essere nel quadro della CP vuol dire interagire (e anche conflittuare) con altre fonti che, anch’esse, operano per prevalenti scopi di interesse generale, per lo più utilizzando fondi pubblici e con obiettivi diversi dalla comunicazione commerciale (malgrado alcune crescenti sovrapposizioni): la comunicazione politica e la comunicazione sociale.
  • In quanto espressione di fonti istituzionali essa è identificata largamente nei format espressivi e nei linguaggi della P.A. e ne segue virtù e vizi, accompagna riforme e si adatta ad assenza di riforme, dialoga con la società che esprime bisogni e rivendica diritti (bisogni normati) limitando il perimetro di iniziativa alla attuazione di norme e all’accesso ai servizi (non sconfinando nella narrativa etica in ordine ai comportamenti); essa si distingue dalla comunicazione politica (pur coesistendo spesso nel quadro di fonti connesse e coabitanti) perché si limita ad annunciare e a spiegare regole normate, mentre la comunicazione politica, anche esprimendosi da luoghi istituzionali, conserva una legittima faziosità o parzialità potendo esprimere annunci in relazione al bisogno di nuove e diverse normative.
  • Nel quadro di questi limiti la comunicazione istituzionale riconosce forme e procedure di iniziativa a loro volta normate e ove non specificatamente normate risalenti a vincoli di ordine generale fissati dalla Costituzione e da successive leggi.
  • Tutto ciò premesso, alla comunicazione istituzionale vengono concessi tre ambiti di iniziativa,  a partire dal disposto costituzionale (artt. 3, 21 e 97, in particolare) e poi con sviluppi normativi che in particolare si concentrano dopo il 1990:

– funzioni di servizio puntuale in ordine a trasparenza e accesso per informazioni dovute e orientamento dell’utenza;

accompagnamento, sempre inteso come funzione per soggetti richiedenti, sia nei percorsi cognitivi e di accesso individuali sia nei percorsi inter-amministrativi, inter-territoriali, inter-settoriali;

spiegazione – estendibile a ambiti sociali anche vasti – con forme comunicative tecniche ma anche semplificate, ruotanti nel quadro della pedagogia sociale comunque per chiarificare il rapporto tra norme e cambiamenti, al fine di combattere spaesamento civile e incomprensione delle regole generali della convivenza sociale.

  • Nei limiti dati –  che contengono tuttavia un grande spazio di possibilità e opportunità – sia per dialettica storica che per coercizione normativa, le pubbliche amministrazioni non possono:

–  svolgere funzioni di “propaganda” (trasferimento di informazioni e di narrative che esulano il quadro dei vincoli citati, ovvero a sostegno di progetti di legge o di desideri di parti politiche che rivendicano cambiamenti);

– agire di conseguenza in una interlocuzione che stigmatizzi opinioni che fanno parte del dibattito politico-parlamentare (salvo che allocate in espressioni di evidente illegalità);

ignorare il vincolo dell’art.97 relativo alla “imparzialità” che specificatamente non si riferisce tanto a contenuti quanto a non procedere con diverso trattamento dei cittadini relazionati agli stessi vincoli costituzionali;

  • Prescindere –  nelle attività di comunicazione, informazione e relazioni sociali –  dal vincolo generale espresso dall’art.97 Costituzione riguardante il fine del “buon andamento;

–  esondare esplicitamente dal quadro delle competenze assegnate;

– ignorare la grande quantità di normativa recepita espressione dei Trattati europei e della legislazione europea.

Finito questo noioso inquadramento, passiamo a parlare di un nesso più accattivante, proprio perché più discutibile.

  • Il nesso con l’espressione “identità nazionale”

Federico Chabod riconduce l’idea di nazione ad un principio di individualità che – cito – “sgorga e trionfa con il sorgere e il trionfare di quel grandioso movimento di cultura europeo che ha nome Romanticismo[1].

Quanti gira di boa conta questa collocazione trionfante – comprese le cadute drammatiche della storia – da quell’epoca alla nostra?

Soprattutto se leggiamo almeno il sessanta per cento di questo pur lungo e articolatissimo tratto con l’insorgere e a sua volta trionfare di quel movimento oggi in chiara rotta di collisione con l’idea di nazione che è la globalizzazione.

Nel suo ultimo “Identità perdute – Globalizzazione e nazionalismo[2] Colin Crouch – sociologo emerito presso l’Istituto Universitario Europeo di Firenze, autore di una “Post-democrazia” che sedici anni fa ci fece interrogare e forse anche indispettire e che ora ci pare largamente suffragata dai fatti –  racconta (tenendo conto di scritti di Bourguignon, Milanovic e Stiglitz) – quattro epoche dell’affermazione del “global” sul “local” , cominciando dall’età coloniale; poi nel dopoguerra a partire da Bretton Woods (e connesse spinte migratorie); arrivando alla fase neoliberista (contro l’idea di nazione) di deregolamentazione finanziaria che porta all’avvio anche di recenti crisi finanziarie; e infine alla fase in cui il Mercato europeo si impone anche a partire dal crollo del comunismo.

Non possiamo seguire la lunga marcia né di Chabod né di Colin Crouch. Non ci sarebbe il tempo. La fase unitaria e post-risorgimentale del Paese la ritroviamo nel libro di Stefano Sepe[3]; sul fascismo torna di moda scrivere e – Melis [4], Cassese[5], riproposte di Eco [6], Pasolini[7], Matteotti[8]; una indagine di successo del mio collega di ateneo Antonio Scurati sul fascismo che è in noi (ho apprezzato che abbia tolto Velia Matteotti dall’ultima pagina che tratta ambigui rapporti su Mussolini)[9], eccetera – ci danno molti spunti interpretativi.

C’è il nostro tempo. I cinquanta anni di prima Repubblica. I venti anni di disorientamento politico-istituzionale in cui poi ci siamo cacciati.

Provo a fare così qualche spicciativo cenno al nesso che il titolo assegnatomi propone. E cioè quello tra comunicazione istituzionale (racchiusa nei limiti ma anche nelle opportunità che ho descritto) e l’identità nazionale, racchiusa nel fenomeno di triplo declino nel caso italiano:

  • primo declino, di metodo: il logoramento concettuale provocato dal progressivo taglio della memoria che ha invaso i soggetti politici e non è stato adeguatamente contro-bilanciato dall’iniziativa istituzionale (pur con sforzi del sistema dell’istruzione e qualche caso di esemplarità soprattutto manifestato qui al Colle); se è vera l’affermazione di Benedetto Croce secondo cui “l’identità di un popolo non è altro che tutta la sua storia”, il taglio della memoria, divenuto sistema, significa immiserimento identitario;
  • secondo declino, di sottovalutazione : la spensierata passeggiata del sistema Italia nei processi di globalizzazione, che ha visto disintegrare la capacità produttiva di base e di grande trasformazione;  non utilizzare come know how “di sistema” la potente storia migratoria italiana; guizzare con velocità e intelligenza nelle viuzze planetarie dell’export ma non riuscire ad adeguare in senso competitivo il quadro di ricerca e di innovazione; alla fine non gestire e per lo più strumentalizzare le opportunità dei fenomeni immigratori; non vedere attivi (salvo pochi centri dediti, tra cui quello che a Milano è stato animato da Piero Bassetti nel tentativo di trovare un patto tra globale e locale[10]) ambiti di definizione di una teoria italiana del fenomeno (mettendo a frutto storia, esperienze, tradizione, creatività, talenti, a disposizione più di altri paesi entrati invece in partita);
  • terzo declino,  di coraggio: nel rapporto tra amministrazione e politica, cioè la debolezza di ruolo, di fronteggiamento critico e di netta sottrazione al fiduciarismo, di una parte consistente dell’alta amministrazione italiana che avrebbe limitato i danni dell’impoverimento culturale del ceto politico e più di recente del gravissimo spaesamento  strategico di buona parte dei governi che si sono succeduti; con un buco nero – vero e proprio – nel sistema regionale che, tra l’altro,  dopo la fiammata degli anni ’70 ha tradito il suo ruolo di “integratore” (tra le regole dello Stato e i servizi dei Comuni) mettendosi a fare regolette e troppa gestione.

Questo terzo punto non poche volte viene messo in discussione da figure che rappresentano radicamenti di etica civile che restano vitali e importanti nell’Amministrazione italiana. Lo dico di fronte al prefetto Carlo Mosca di cui tutti conosciamo note vicende di dirittura. Lo dico sulle notizie di oggi stesso riguardo alla posizione dei vertici militari a fronte di ipotesi di direttive del Ministro dell’Interno fuori dalle regole costituzionali e internazionali che regolano diritti inalienabili. E molti altri sono gli esempi che meritano ogni rilievo. Ma che lasciano aperta e possibile la valutazione di “declino” a proposito di comportamenti più anonimi ma più diffusi.

Va ancora detto che un fattore trasversale ha appesantito tutti e tre questi piani inclinati: il peso degli stereotipi in relazione al compiacimento degli italiani verso la loro esistenza e il non sufficiente lavoro politico-istituzionale per smantellarli. Scrive Marino Livolsi: “La lunga storia ha lasciato comunque una eredità: un carattere nazionale, i cui tratti sono facilmente riconoscibili anche se in continua evoluzione. Spesso sono divenuti stereotipi, come quando si parla della furberia, della estroversione urlata (con le tinte del melodramma), del sentimentalismo e dell’attaccamento alla famiglia, degli italiani. Tanto da pensare che siano vizi e non virtù[11].

  • Un giudizio di sintesi

Il giudizio generale che poi cercherò brevemente di chiosare su questo nesso (comunicazione/identità) è articolato nei seguenti argomenti[12]:

  • la comunicazione svolta come servizio pubblico dalla PA italiana è partita con grave ritardo rispetto ai paesi fondatori della UE perché l’uscita dal fascismo ha scontato due pesanti questioni che definirei entrambe “identitarie”: l’ombra del Minculpop su tutto (diventata alla fine un alibi) e la cultura del segreto e del silenzio imperante nella PA (un altro bell’alibi);
  • la comunicazione di accompagnamento è stataaiutata da un forte privato sociale e da alcune applicazioni della sussidiarietà; ha conosciuto esperienze importanti (integrate anche – rispetto agli anziani bisognosi – da un indirizzamento dell’immigrazione degli ultimi venti anni), ma lascia in mezza Italia più alle parrocchie che alle istituzioni la cura sociale dei giovani e per lo più non è adeguata ai bisogni – identitari e di vitalità – di un paese molto invecchiato che non sa trasformare la vecchiaia in risorsa, con tratti impietosi nei sistemi urbani;
  • la comunicazione di spiegazione è stata attardata, male elaborata, spesso autocensurata fino a produrre il disastro che i dati del Censis – già anticipati negli anni scorsi da Tullio De Mauro[13] – esprimono a proposito di un analfabetismo funzionale del 47%, che fa di un italiano su due un soggetto che non sa comprendere il senso e la portata dei cambiamenti in atto; con l’aggravante che – per il segmento giovanile, che ha cultura digitale e che potrebbe tentare di accedere a più fonti – vige la regola generale planetaria di un incremento vistoso di incapacità di distinguere il vero dal falso.
  • Le guerre vinte, le guerre perse

Rispetto alle tre volées funzionali della comunicazione istituzionale chi parla ha sentito qualche mese fa il dovere di una rendicontazione personale ma anche oggettiva del bilancio almeno trentennale che ci separa dalla legge 241 del 1990 che, sostituendo formalmente la cultura del segreto e del silenzio con quella della trasparenza e dell’accesso[14], deve ora di dichiarare se l’operazione è riuscita oppure no. Ho risposto a 170 domane del mio amico Stefano Sepe e per la stessa casa editrice che edita la sua Storia dell’Amministrazione italiana abbiamo scritto un libro che non casualmente si intitola “Il dilemma del re dell’Epiro[15], cercando di dire se è stata vinta o persa la guerra della comunicazione pubblica.

La mia risposta è reticente. Perché in quel libro dico tutto quello che qui ho espresso in sintesi. Ma non posso negare che alcune leggi ci sono, alcuni esempi sono stati generosi, alcuni laboratori hanno funzionato, da ultimo qualche trasferimento di conoscenza è avvenuto nelle nuove generazioni che – in modo insufficiente e non sistematico – i concorsi hanno prodotto a macchia di leopardo.

Cito poche righe della quarta di copertina di quel libro:

Ci sono stati passi avanti fatti dallo stato e da tanti soggetti pubblici (scuola, sanità, eccetera) per aiutare la società a sapere e a crescere con la verità. L’introduzione della trasparenza e dell’accesso ha formalmente derubricato il silenzio e il segreto. Ma c’è anche altro. Mistero, oscurità, reticenze, manipolazioni, soprattutto omissioni, di segmenti rimasti nella cultura comunicativa propria di un sistema autoritario, non evoluto malgrado la Costituzione avrebbe dovuto estirparlo. Il dilemma non è indecisione. E’ lo spaccato di due Italie in cui abbiamo vissuto, in cui abbiamo appartenuto a ragioni contrapposte, in cui abbiamo difeso principi oggi leggibili come un chiaroscuro. E che ci restituiscono l’urgenza di un moderno riformismo”.

Questo dualismo, questa contraddizione vede attorno a un punto decisivo una perdita di bilanciamento. Forse è questo il vero argomento che fa allora confessare la sconfitta in quella guerra: il rapporto tra l’amministrazione e la politica circa il controllo e la gestione delle funzioni.

Salvo qualche eccezione, la politica, nel momento di assumere responsabilità istituzionali, ha generato – purtroppo tanto a destra quanto a sinistra (e non parliamo di questa fase che si dichiara né a destra né a sinistra) – un eccesso di bisogno di visibilità, con una progressiva diminuzione di risorse finanziarie proprie della politica, finendo per invadere diffusamente la sfera dei compiti, delle funzioni e dei ruoli della comunicazione istituzionale affidando ad essa obiettivi impropri.

Lo sdoganamento è cominciato quando Berlusconi ha trasferito in Parlamento tre quarti delle sue eccedenze aziendali. Siamo ora arrivati alle “squadre digitali” a spese dello Stato che fanno culto della personalità e guerra ai nemici politici su Twitter e in generale sui social media.

  • Due rilevazioni agli antipodi

Proviamo così – avendo dichiarato un certo pessimismo interpretativo in ordine all’evoluzione del rapporto tra comunicazione e amministrazione – se è possibile rintracciare un percorso di merito, di senso, di significatività nella relazione tra quella comunicazione e il processo identitario nazionale.

Anche qui andiamo per sciabolate.

Cinquanta anni fa, nell’aprire con un saggio sul carattere degli italiani la Storia d’Italia edita da Einaudi, Giulio Bollati riportò la lapidaria definizione fatta da studenti di Princeton a proposito dei tratti salienti di quel carattere: appassionati, impulsivi, artistici[16].

Non molto tempo fa mi sono trovato davanti al Presidente della Repubblica Mattarella, proprio qui al Quirinale, nel presentare l’Atlante del Brand Milano redatto due anni dopo Expo e mi sono permesso di chiedergli quanti di quei tre caratteri si addicessero al primo degli italiani[17]. Abbiamo convenuto che nel suo caso il carattere che, per definizione, teneva era quello di “appassionato”. Ma poi leggendo l’ultimo rapporto Censis abbiamo capito che anche quello non tiene più rispetto alla tendenza che la ricerca sociale vede prevalere: paurosi, incattiviti, rancorosi.

Facciamo pure la tara sul senso e sul contesto di queste due rilevazioni.

Ma è nostra percezione quotidiana che qualcosa di profondo si stia muovendo nell’indole di un popolo che ha metabolizzato molte sofferenze e molti problemi (come Giovanni De Luna scrive nel suo bel libro “La Repubblica del dolore[18]), sia pure senza maturare a fondo ripensamenti critici e autocritici e quindi senza proseguire una strada di autoanalisi se possibile non auto-giustificativa e non sempre assolvente. Tra quelle due polarità, molte analisi sull’identità italiana inseguono due elementi con progressiva incidenza: l’urbanizzazione e l’indebolimento dei nuclei familiari; l’insufficiente modernità che avrebbe dovuto reggere l’unità del paese[19].

  • Forse una controtendenza

Possiamo dire che la PA ha una sua cultura della parola e della relazione coerente e allineata con questi tempi distinti e quindi con questi indicatori distinti?

A me pare che ci sia una curva nettamente declinante della qualità del carattere degli italiani, così che al tempo di una società “artistica, impulsiva e appassionata” corrispondeva una burocrazia “inerziale, per nulla creativa e opportunista”; mentre al tempo di questa società pressata dalla lunga crisi e impoverita da incomprensioni culturali e da riduzioni gravi di potere d’acquisto, la burocrazia (o per meglio dire il “lavoro pubblico”) esprima una certa risalita: con tendenziale ascolto, tal volta con settori che esprimono piccoli eroismi quotidiani (nelle scuole come nelle corsie), in grado di raccogliere qualche tradizione civica e cercare con ciò conciliazione, ferma restando una perdurante autoreferenzialità e un eccesso ancora di cultura giuridico-amministrativa rispetto alle necessità di culture economiche e soprattutto sociali visibile nelle superfici di contatto.

Non ho dati di ricerca aggiornati. Ma attorno a questo elemento ho il portato di analisi del lavoro dell’Osservatorio sulla comunicazione pubblica, il public branding e la trasformazione digitale che, con mia direzione, l’Università IULM ha istituito[20], che lascia intendere una leggera contro-tendenzialità – ripeto, leggera – in certi settori (penso all’area della sicurezza e dell’emergenza) persino socialmente sollecitata dal vedere scarsa competenza e frequente inconcludenza nelle responsabilità politiche.

L’assenza, come è noto, di una normata funzione di valutazione delle politiche di comunicazione istituzionale (due articoli all’origine previsti nel primo articolato della legge 150, furono derubricati, per intervento di un ministro che dovrebbe farsi l’esame di coscienza rispetto all’andamento di varie riforme attivate) rende oggi clamorosa la mancanza di dati certi da parte delle istituzioni per “correggere il tiro” in questo campo.

E un’ipotesi di ricognizione proprio su questo specifico aspetto è in fase di ragionamento tra l’Osservatorio prima citato e l’Agcom. La tendenza europea mostra la differenza oggi netta tra paesi che sottopongono l’output ad una permanente verifica di efficacia e paesi che si limitano ai controlli delle magistrature amministrative.

Questo spunto tuttavia permetterebbe di correlare in modo più scientifico e più laborioso i contenuti di un imponente – comunque imponente – lavoro di trasferimento informativo tra istituzioni e cittadini con il sentimento nazionale (attenuerei così l’espressione “identità”). Anche perché quella che chiamiamo “identità” è messa a prova – per effetto di quelle paure e di quelle ansie ormai più che congiunturali, da un accertato – questo sì – allontanamento soprattutto delle giovani generazioni dal dichiararsi e collocarsi nelle appartenenze globali o persino europee e persino dalle appartenenze nazionali, verso il rifugio di un crescente localismo che nel caso delle grandi dimensioni urbane si traduce nel riconoscere prevalentemente la dimensione dei quartieri. E’ chiaro che ci sono minoranze che viaggiano materialmente e culturalmente nel mondo intero. Ma oggi sono nette minoranze. 

  • Per concludere e completare: uno sguardo all’Europa

Malgrado tanti sforzi in direzione se non di una politica unitaria almeno generalmente armonizzata tra i paesi europei in materia di comunicazione istituzionale, in occasione dei 30 anni di attività di un organismo di coordinamento – il Club di Venezia – che ha operato per tener conto nella qualità del capacity building di queste strutture pubbliche anche dell’etica, del rapporto con la società civile, del territorio[21], è emerso però, al contrario, che oggi l’Europa ha una comunicazione istituzionale povera di narrativa, povera di  presa sui sentimenti popolari, tendenzialmente asserragliata nella cultura più resistente dell’Unione europea: la cultura delle procedure.

Questa situazione di impasse ha un profondo legame con la divisione proprio identitaria di paesi e popoli che credono gli uni che per identità europea non si debba andare al di là del mercato e gli altri, invece, che essa vada ricercata nell’identità politica.

Insomma come vi fossero due azionisti che – una volta fatto il mercato interno e l’euro – non siano più riusciti a trovare intese. Risultato: comunicazione invisibile e sondaggi in picchiata.

Come si sa oltre a questa spaccatura, che si è prodotta in circa vent’anni, questi ultimi anni di crisi ne hanno prodotta un’altra: tra coloro che magari con modifiche anche profonde credono in questa Europa, perché credono nei contenuti valoriali dei Trattati; e coloro che spingono per un ritorno all’identità nazionale come luogo affettivo delle scelte anche in materia di futuro dell’Europa.

Il dibattito tra queste prospettive è aperto. Ormai nettamente polarizzato.

Scrive Giordano Bruno Guerri: “Continuare a subire l’Europa unita (perché l’abbiamo subita, non voluta) senza cedere all’appiattimento che l’Ue vuole imporre a tutti i popoli europei per formarne un altro, gigantesco e astratto, senza radici e senza coscienza di sé[22].

Scrive Tomaso Montanari: “In fondo sappiamo tutti benissimo che l’Italia del 2100 sarà multietnica e dunque multiculturale, o non sarà: si tratta di capire che, in realtà, lo è sempre stata. Chi oggi lo nega sta solo cercando di mettere a reddito la paura dello straniero, sventolando le false bandiere di una identità inventata: senza passato, e senza futuro[23].

Dunque europeisti (alcuni anche federalisti) contro sovranisti-nazionalisti (alcuni anche nettamente anti-europeisti). Oltre a rendere le prossime elezioni assai importanti circa queste due polarizzazioni, si capisce che senza un ripensamento strategico proprio attorno al tema identitario (lasciato scioccamente coltivare in Italia e in altri paesi a movimenti di tipo secessionistico), con un esito di spiegazione che il caso del referendum inglese non è riuscito evidentemente a produrre, si potranno anche superare i rischi elettorali ma non si faranno passi importanti sull’Europa global player all’altezza di una geopolitica che ci dice che ogni giorno di ritardo è un pericolo per ciascuno di noi[24].


[1] Federico Chabod, L’idea di nazione, Laterza, 1961

[2] Colin Crouch, Identità perdute – Globalizzazione e nazionalismo, Laterza 2019

[3] Stefano Sepe, Storia dell’Amministrazione italiana, Editoriale Scientifica, 2019.

[4] Guido Melis, La macchina imperfetta. Immagine e realtà dello Stato fascista, Il Mulino, 2018.

[5] Sabino Cassese, Lo Stato fascista, Il Mulino, 2016.

[6] Umberto Eco, Il fascismo eterno, La nave di Teseo, 2018.

[7] Pier Paolo Pasolini, Il fascismo degli antifascisti, Garzanti, 2018.

[8] Giacomo Matteotti, Contro il fascismo, Garzanti, 2019.

[9] Antonio Scurati, M , Bompiani, 2018.

[10] Piero Bassetti, Svegliamoci italici. Manifesto per un futuro glocal, Marsilio, 2015.

[11] Marino Livolsi, Chi siamo. La difficile identità nazionale degli italiani, Franco Angeli, 2011.

[12] Stefano Rolando – I due pifferai e la crisi della spiegazione – in Rivista italiana della comunicazione pubblica (in FB – 8 settembre 2018; pubblicata in Post-Azionismo, Editoriale Scientifica, 2019.

[13] Tullio De Mauro, Storia linguistica dell’Italia unita, Laterza, 2011.

[14] Gregorio Arena, L’accesso ai documenti amministrativi, Il Mulino, 1991.

[15] Stefano Rolando e Stefano Sepe, Il dilemma del re dell’Epiro, Editoriale Scientifica, 2018.

[16] Giulio Bollati, Il carattere nazionale come storia e invenzione, Einaudi, 2011

[17] Stefano Rolando (a cura di), Brand Milano, Atlante della nuova narrativa identitaria, Mimesis, 2017.

[18] Giovanni De Luna, La Repubblica del dolore. Le memorie di un’Italia divisa, Feltrinelli, 2011.

[19] Ernesto Galli della Loggia, L’identità italiana, Il Mulino, 2010.

[20] Nel luglio del 2018. In operatività da gennaio 2019.

[21] Philippe Caroyez, Hans Brunmayr, Vincenzo le Voci (a cura di),  30 years of public communication challenges – Club of Venice 1986-2016, Belgian Sate-Chancellery of the Prime Minister, novembre 2016.

[22] Giordano Bruno Guerri, Cosa significa essere italiani?, Il Giornale,  13.1.2010.

[23] Tomaso Montanari, L’identità degli italiani. E l’uomo dov’è?, Il fatto quotidiano, 10.9.2018.

C[24] Nella vasta letteratura, un trattamento interessante attorno al rapporto tra Italia ed Europa sui questo tema in Enrico Letta (in conversazione con Sébastien Millard), Contro venti e maree. Idee sull’Europa e sull’Italia, Il Mulino 2017.    

La videoregistrazione integrale su Radioradicale

https://www.radioradicale.it/scheda/570913/presentazione-del-volume-storia-dellamministrazione-italiana-di-stefano-sepe-e-della

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