Gianni De Michelis (1940-2019)

Facebook, 11 maggio h. 20.00

Luigi Covatta

Se n’è andato Gianni De Michelis. Era mio amico da più di cinquant’anni, e da lui ho imparato molto. C’è da sperare che domani i giornali ci risparmino le chiacchiere da bar sulle discoteche e sui capelli lunghi e ricordino le cose importanti che ha fatto: o meglio, che ha tentato di fare. La sua vicenda politica dimostra infatti quanto sia difficile modernizzare questo paese. Le sue intuizioni sono state regolarmente boicottate dall’establishment, si trattasse di evitare la musealizzazione di Venezia o di applicare le nuove tecnologie alla valorizzazione del patrimonio culturale: per non parlare della miopia dell’establishment internazionale che a cavallo fra anni ’80 e ’90 non prese in considerazione le sue proposte per governare la dissoluzione dell’impero sovietico (dal sostegno a Gorbaciov alla creazione della Pentagonale). Negli ultimi anni stava molto male. Ora può finalmente riposare in pace.

Ad una conferenza del Centro internazionale “Pio Manzù” a Rimini, 1991.

Stefano Rolando

Mi associo in ogni parola al ricordo di Gigi Covatta. Insieme abbiamo visto e parlato con Gianni l’ultima volta a Roma per gli 80 di Gennaro. Guardava tutti con affetto, parlava poco e con una leggera, commovente e un po’ ironica autocommiserazione. Era prima della scomparsa di suo fratello – indimenticabile amico – e prima della recrudescenza che ha indotto Alvise a riportarlo a Venezia. Venezia gli deve molto. L’Italia gli deve un autorevole ancoraggio all’ Europa. Noi gli dobbiamo molti convincimenti e soprattutto la traduzione della cultura geopolitica nell’interpretazione della maggior parte delle cose che i più non sanno spiegare. Io gli devo la franchezza travolgente di una chiamata (lui ministro delle Partecipazioni Statali) a dirigere l’ Istituto Luce nel 1982 con queste esatte parole:”Bisogna fondere una azienda moribonda con una già morta, bisogna riportare l’azienda che nasce nella modernità e nell’innovazione, bisogna farlo subito e senza immediati fondi, ti troverai un cda a stragrande maggioranza dc e guadagnerai molto meno del tuo attuale stipendio. Ma sei tra i pochi che possono farcela”. Quest’ultima era una carezza opinabile per farmi dire si. Il resto era tutto vero. Fu una intensa esperienza di passaggio. Ma con quella classe dirigente   – lo dico e lo ridico forte – il tema non era di scaldare poltrone o guadagnare chissà cosa, era di cambiare e modernizzare – in ogni pezzo assegnato – il nostro paese.

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