Scienza e democrazia. Attenti alle nuove derive.

Articolo pubblicato sulla rivista Mondoperaio n. 5/2019 con il titolo

“Scienza e democrazia – La Repubblica di Platone

Uno scontro appare decisivo e da esso può dipendere la morte o la trasformazione genetica della parola chiave della politica del ‘900. Anche gli scienziati si dividono tra chi non si fida più della democrazia e chi la vuole radicalmente riscrivere.  

Stefano Rolando

Libertà e democrazia. Il paradigma del ‘900

Nel ‘900 ci fu un fenomeno evidente, interpretato dagli intellettuali e soprattutto dagli scienziati ebrei (in particolare tedeschi) che a fronte delle persecuzioni razziali e della trasformazione totalitaria della Germania nazista scelsero (fin che furono in grado di farlo) la via dell’espatrio con direzione – nelle valutazioni del tempo – per le più solide democrazie dell’Occidente: gli Stati Uniti e la Gran Bretagna.  Vi fu chi scelse paesi minori; ho avuto grande amicizia per uno dei fondatori della psicoanalisi in Italia, Emilio Servadio, che finì in India. Ma i casi di Sigmund Freud che riparò a Londra e di Albert Einstein, già Premio Nobel, che fin dal 1933 giunse negli Stati Uniti, ebbero grande clamore e ripercussione. Tenendo magari in ombra il limitazionismo che nel Congresso USA non cessò mai di agire per contenere ed ostacolare queste forme di esilio, tanto che lo stesso Roosevelt fino a guerra avviata si mantenne spesso nel vago al riguardo.

A buoni conti gli scienziati europei – comunque gli studiosi di fama – che avevano a che fare con paesi ormai antidemocratici sceglievano il modello della libertà e della democrazia.

Quanto agli italiani, Mussolini promosse una sua emigrazione, operaia ma anche intellettuale in America (Giuseppe Prezzolini fu una bandiera di questo movimento); mentre l’antifascismo italiano più si andò verso la stretta razzista e liberticida più intensificò la porta atlantica verso la sicurezza, uno per tutti Gaetano Salvemini, che non a caso ebbe a polemizzare con Prezzolini che gli sbarrò il diritto a parlare alla Casa della cultura italiana costituita in seno alla Columbia University[1].

Casi famosi furono ovviamente a ridosso della guerra quello di Enrico Fermi, Premio Nobel nel ’38[2] e verso la fine della guerra – in un quadro con molte note contraddizioni – il caso del tedesco von Braun che si consegnò agli americani diventando un fattore essenziale della politica spaziale USA.

La tradizionale scienza teorica universitaria allarmata

Cito rapidamente e solo indicativamente riferimenti di una vicenda complessivamente rubricata nel ‘900 come quella degli scienziati (comunque degli studiosi) che optavano per la libertà e la democrazia intese come garanzie essenziali del loro stesso lavoro di ricerca, per cogliere un fenomeno ora di delusione e sfiducia in alcuni ambienti scientifici verso la crisi della democrazia che ha prodotto negli USA il fenomeno Trump e sta producendo in Europa un populismo dannoso per tutti, ma ai loro occhi naturalmente anche velenoso, perché la politica degli annunci e delle promesse al vento è quanto di più lontano dal bisogno di certezze programmate, pianificate e razionali che il mondo della scienza si aspetta dalla politica.

Non posso far nomi ma colgo, per esempio,  in recenti incontri europei con esponenti della cultura e della pratica scientifica, soprattutto nei campi della ricerca teorica e quindi universitaria, in campi diciamo così tradizionali, questa cocente delusione per gli esiti della politica americana e per il declino di autorevolezza e di unità della politica europea, che sta sorprendentemente portando a dimenticare quelle storie prima accennate che hanno costituito per oltre mezzo secolo una base mitologica di fiducia nei confronti dei paesi democratici fino a un limite che sembrava impensabile raggiungere. E cioè il limite che ci riporta verso il successo nell’età antica – in particolare quella della civiltà greca – negli ambiti del sapere, verso i modelli oligarchici rispetto a quelli democratici, ben inteso con la connotazione platonica, dell’essere cioè “oligarchi illuminati”.

Queste stesse parole le ho sentite ripetersi sulla bocca di persone moderne, competenti, informate.  Ma cocentemente deluse dal populismo che sta prendendo piede in Occidente. Sentendo minacciato a fondo il loro tempo stretto in percorsi abitualmente lenti e difficili.  Per non parlare della vera e propria rivolta contro l’attacco alla meritocrazia e il tentativo di ideologizzare l’uno vale uno. Persone che ora vagheggiano, per l’appunto, il “dittatore illuminato”. Il Cincinnato con pieni poteri che metta ordine nel trash al potere, nella sottovalutazione del ruolo della cultura e dell’educazione, nel trattamento marginalizzante nei confronti di insegnanti e ricercatori. Per non parlare dell’assoluta perdita di dialogo tra la politica (anche quella che resta minoritaria ma di tradizione) e la scienza.

Ho sentito queste espressioni ricorrere in italiani, tedeschi, francesi, polacchi, belgi. Ho sentito l’incosciente ipotesi di un cincinnatismo che ”metta ordine in forma illuminata” e riconsegni la nazione (o le nazioni) ad una classe dirigente che riporti, dopo il tempo necessario, l’ordine democratico depurato dalle diffuse ignoranza e incompetenza annidate al potere. Immaginando – in una evidente mancanza di consapevolezza storico-politica –  una sorta di modello di automatismo nel rapporto tra libertà e illibertà come fosse un semplice bottone on-off, manovrato da un altissimo servitore della verità.

Credo di non aver trovato sempre le parole giuste – pur citando casi noti di golpe militare (come il Brasile) – per ottenere immediati ripensamenti, salvo produrre il garbo di qualche punto di domanda. Garantisco che non volevo credere alle mie orecchie. E garantisco di aver pensato nell’occasione di essere di fronte ad ambiti in realtà magari poco rappresentativi e troppo accecati dall’elenco delle nefandezze che Il N.Y.T. dedica con paginate intere alle gesta di Trump oppure che da noi il molto più marginale ma vivace Foglio argomenta con furore verso la pochezza dei nostri gialloverdi. Alla fine ho dovuto arrendermi all’idea che ci sia invece un venticello “sincero” che sta scorrendo in certi mondi. E in quel momento ho ritenuto necessario cominciare a parlarne.

Il conflitto interno tra tradizionalisti e innovatori (ricerca applicata e primato delle culture digitali) si proietta anche sulla politica

Sembra tuttavia evidente che questo mondo sia in piena rivoluzione identitaria e culturale.

Avevo cominciato a raccogliere indicazioni quando ho scritto per questa rivista in materia di disintermediazione[3]. Ma lì gli argomenti di base erano molto affollati e ho rimandato un pur breve approfondimento. L’attacco di metodo (e quindi anche di velocità e di indipendenza nel processo di ricerca) che è stato condotto negli ultimi venti anni dalla componente informatico-digitale della ricerca scientifica ha spaccato almeno in tre parti un sistema che è comunque ormai tutto pervaso dal cambiamento della strumentazione.

  • Da un lato vi è appunto questo segmento innovatore e molto orientato alla ricerca applicata che risulta, rispetto a molti parametri, anche progressivamente disintermediato, prima di tutto il parametro della dipendenza dalla politica circa i fondi stessi di ricerca.
  • Dal lato opposto si trova la ricerca teorica, regolamentata dalle carriere accademiche che pur se non regolate direttamente dal potere politico con esso negoziano ancora perché il paradigma organizzativo del lavoro resta principalmente quello normativo.
  • In mezzo c’è – in questo schema forse un po’ troppo semplificato – il vastissimo e decisivo mondo della medicina che si riconosce in entrambi i lati. Dipendendo esso dal doppio contesto gestito dal quadro istituzionale (legislazione rispetto ad accademie e ospedali) ma anche sempre più sollecitato e coinvolto dall’industria e dalla ricerca farmacologica che, per evitare condizioni di nicchia, ha scelto le sfide della globalizzazione e quindi si è affrancata (almeno in parte) da condizionamenti riconducibili ai poteri frammentati degli stati nazionali.

Lo scivolamento in parti significative del mondo della politica in questi ambiti nazionali verso il populismo, cioè verso il contesto più repellente di qualunque organizzazione scientifica, sta aprendo la battaglia finale di una dialettica che è esplosa negli anni ’90 (dopo tante scintille innescate dall’evoluzione militare successiva alla seconda guerra mondiale) e che finora è rimasta in sordina, ovvero stemperata dagli adattamenti che il sistema di gestione degli interessi ha saputo produrre in tutto il mondo.

  • La prima componente, come abbiamo visto, arriva persino ad invocare modelli autoritari per mantenere un primato sostanzialmente perduto sia in campo economico-finanziario, che in campo culturale.
  • La seconda componente sta facendo laboratorio post-democratico, senza ancora tirare un’equazione definitiva che comprometterebbe la fase di accumulazione non del tutto e dappertutto terminata.
  • La terza componente – forte di successi decisivi rispetto alla guerra contro le malattie del secolo – al momento del salto di qualità rispetto alla possibile ulteriore riduzione della mortalità del cancro, incassando quindi un incremento di potere carismatico universale,  si prepara a mediare lo scontro stellare attorno ad un possibile compromesso che passerebbe attraverso un lodo politico sul disegno della “nuova democrazia” tanto più libera quanto più vigilata, di cui qualunque facoltà di Scienze Politiche sta catalogando nel mondo definizioni, sperimentazioni, spunti.

Esistono poi i fuoriclasse della scienza, così dotati di creatività scientifica e di spessore cerebrale, che da sempre non fanno parte di nessuna divisione funzionale. Per certi versi camminano fuori dal tempo e dallo spazio, appartenendo filosoficamente solo al tempo e allo spazio del dubbio.

Questo nostro spunto, pur anchilosato dall’ignoranza scientifica che gronda da ogni riga ma sollecitato da ultimo da Carlo Rovelli che ragiona sul naturale sfondamento dei confini da parte della ricerca scientifica (“la grande scienza e la grande poesia sono entrambe visionarie, e talvolta possono arrivare alle stesse intuizioni[4]), ha lo scopo di allargare la discussione sui modelli di cambiamento delle culture democratiche. Ovvero di afferrare il lembo di un mantello tanto visibile quanto cangiante che rende chiara almeno la premessa ineludibile: senza capire questo nesso, le vie d’uscita del dibattito politico che abbiamo da tempo attribuito prima alla filosofia, poi alla finanza, poi alla comunicazione, adesso cominciamo ad intravederle attorno al nodo che dall’età classica al medioevo alla controriforma si è sempre dimostrato il più complesso, quello degli orientamenti della scienza.

Nella consapevolezza che sul tema di chi deve decidere della scienza quando la scienza riguarda tutti e ha ricadute precise sulla nostra vita, si impiantano da moltissimo tempo dibattiti incessanti che fanno da scenario culturale rispetto al tema qui appena accennato, così da non potere, a margine di questa breve riflessione, almeno rimandare a qualche trattamento più dedicato. Anche qui la complessità tematica è forte, sia che si riproponga la questione del controllo sociale sia che si indaghi, al contrario, sul nuovo e inquietante controllo sul sociale[5].


[1] Gaetano Salvemini, Lettere americane 1927-1949, a cura di R. Camurri, Donzelli, 2015.

[2] Si deve a Edoardo Amaldi il più ampio racconto della vicenda, in Da via Panisperna all’America. I fisici italiani e la seconda guerra mondiale, a cura di G. Battimelli e M. De Maria, Editori Riuniti, Roma, 1997.

[3] Stefano Rolando, La politica digitale, Mondoperaio n.2/2019.

[4] Carlo Revelli, Ci sono luoghi al mondo dove più che le regole è importante la gentilezza, edizioni del Corriere della Sera, 2018.

[5] Molti riferimenti sul primo più tradizionale tema. Per esempio Marco Mamone Capria, Scienza e democrazia, Liguori 2003 (il controllo sociale e la tendenza elusiva dei ricercatori); Scienza &Società, Nuovi diritti per una nuova cittadinanza, EGEA 2914 (raccolta di scritti sulla interdipendenza necessaria); Pierluigi Barlotta, Scienza e democrazia, Carrocci 2016 (scienziati e cittadini nella democrazia liberale); l’articolo di Alberto Berretti, Scienza è democrazia, in Stradeonline 10.8.2018  (breve e utile trattamento sulla eventuale degenerazione di un regime democratico in una dittatura della maggioranza)  tocca questioni anche recenti in Italia di attacco alla scienza. Riferimenti sul fronte della cittadinanza digitale: Stefano Rodotà, Il mondo nella rete. Quali diritti, quali vincoli, Laterza, 2014; e anche più recente Antonello Soro, Persone in rete. I dati tra poteri e diritti, Fazi, 2018.

1 thought on “Scienza e democrazia. Attenti alle nuove derive.”

  1. Ciao Stefano, è interessante da parte tua aver aperto questo nuovo, appassionante, filone d’indagine.
    Che peraltro, indirettamente, riconoscerebbe (se ho capito bene) la fine dell’egemonia della comunicazione (dopo filosofia e finanza) come paradigma operativo che guida la prassi (ma siamo sempre nell’ambito della filosofia morale, a mio avviso). Allora il punto è: se la comunicazione (proprio nel momento del suo massimo trionfo e massima liquidità) cessa di essere il paradigma operativo “safe heaven” perché inficiata da non-comunicazione, fake etc. (per tutti: Trump) e la Scienza (con la maiuscola) ne prenderebbe il posto, fatico a riconoscere nella medicina il paradigma di questa nuova centralità, come tu dici, perché è l’ambito in cui maggiormente si gioca la contraddizione tra interessi sociali, istituzionali e di mercato. Tra l’altro, anche il rapporto tra Pharma e Med (che mi sembra tu consideri quasi equivalenti) andrebbe indagato, perché non sono la stessa cosa. Non ho una risposta, ovviamente, sono solo considerazioni aperte.
    Da ultimo: visto il vento nuovo nel sociale, penso piuttosto che Clima e Ambiente possano forse in futuro assumere una nuova centralità, in cui si compongano o scompongano tutti i giochi: grande politica, mercato, costo sociale del cambiamento climatico, sostenibilità non ideologica ma efficiente/efficace, e (perché no?) ancora comunicazione (vedi allo scopo il rilievo mediatico Greta/Schwarzenegger a Vienna, proprio ieri).
    In tutto ciò il tuo tema di partenza, del Demiurgo che risolva i conflitti e riporti il sistema a un equilibrio “democratico” è a mio avviso da considerare a latere, perché troppo complesso, anche nell’intreccio con l’altro tema che tu sollevi. Che può anche essere semplificato da: “vincerà Huawei o google?” Tu che ne pensi? Parliamone…

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