Politici e giornalisti trattano la crisi sul pentagramma dei socialmedia.

Articolo pubblicato come nota editoriale di Rivista italiana di comunicazione pubblica (14.8.2019)
https://www.facebook.com/notes/rivista-italiana-di-comunicazione-pubblica/politici-e-giornalisti-trattano-la-crisi-sul-pentagramma-dei-socialmedia/2733046026714070/

Senato della Repubblica, 13.8.2019 – Un momento del dibattito parlamentare sulla calendarizzazione della crisi di governo

Stefano Rolando

Roma 14 agosto 2019 – Appena terminata la diretta della seduta al Senato – quella che ha aperto la parlamentarizzazione della crisi di governo – mi è venuto spontaneo annotare su FB l’evidenza di due linguaggi, di due rappresentazioni, in cui si ribalta la storica ma superata dicotomia tra politici (elucubrati) e giornalisti (semplificati).

Una volta, infatti, i politici ricamavano il loro lessico sì gergale ma anche arioso, con citazioni in chiaroscuro, apparizioni di spunti storici ancora in agguato, prudente disvelamento di strategie, affondi improvvisi eccitanti perché soavi, codici per la propria filiera nascosti nei rimandi ad alleati da consolidare e ad avversari da conquistare.  Ai giornalisti non restava che finire terra a terra, scuotere le piante a lungo fusto e pesare con poche parole i frutti cascati. Quindi poche e chiare parole per rimettere in careggiata lettori e spettatori, accomodati nel secondo cerchio, quello periferico all’arena. Perché nell’arena il lessico giusto era quello degli iniziati.

Dopo il robusto allenamento della seconda Repubblica, archiviabile nel grande capitolo intitolato “Il cielo in un pollaio, ovvero la politica al tempo dell’aria fritta”, una seduta parlamentare che in altra epoca sarebbe stata di pura liturgia costituzionale assume oggi completamente il linguaggio del nostro tempo.

Non tanto quindi il linguaggio della traduzione elementare ma in fondo ancora ideologica di un’Italia che nella seconda Repubblica è stata tendenzialmente bipolare. Ma il linguaggio che ora appartiene al format dei social media e al mescolarsi di soggetti, di posizioni, di trovate sceniche. Che è anche un linguaggio che – ci piaccia o meno – riaccorpa almeno una parte dei due cerchi, quello dei sacerdoti e quello dei devoti.

Salvini e Marcucci una volta messo in cornice il titolo del loro intervento (“Vi trovo belli abbronzati” dice il primo; “Il più abbronzato sei tu”, dice il secondo) potrebbero anche recitare la Vispa Teresa, perché non c’è molto altro da dire. L’importante è far cadere l’accento sull’ultima sillaba, come si fa negli studi televisivi per far scattare l’applauso. Cento anni fa l’interruzione scattava in aula come acme di un lungo crescendo narrativo drammatico (alla battuta sdegnata di Matteotti o all’arrogante ma in un certo senso solenne lapide messa da Mussolini sulla libertà del Parlamento). Ora ritma ogni tre o quattro secondi qualunque paroletta che allunghi il brodo di discorsi vacui. La Santanchè e la Cirinnà, che non sono tra gli oratori programmati, passano quindi a Instagram, consegnando le loro icone alle telecamere: la prima trattata da un coiffeur dell’antico Egitto che ne arrangia una nuova Moira Orfei; la seconda prosaicamente affidata a un messaggino formato semi-A4 su cui scrive “Salvini basta voli di Stato e basta vacanze”. Renzi segnala che se la cerimonia non sta attorno al suo ombelico, lui ne fa un’altra per conto suo e in un’altra sala mezz’ora prima. La capogruppo di Leu singhiozza sulla Costituzione. Il rappresentante di Fratelli d’Italia si sforza di arredare il suo testo esclamativo (“Votare subito!”) con altri aggettivi e altre locuzioni di cui nessuno afferra l’importanza.

Ed è così alla fine che gli inviati a Palazzo Madama di quotidiani, settimanali, agenzie e tv organizzano la contro-seduta: convocano i costituzionalisti per estrarre l’arcano dagli accadimenti, si interrogano a vicenda per dar corpo all’intelligenza invisibile o sepolta della politica, scomodano i loro stressi direttori che, prendendosi la barba tra le mani, inanellano i ricordi di passate crisi proponendo similitudini e rivisitazioni della storia.

Si capovolge insomma il ruolo dei principali narratori della politica: i giornalisti diventano specialisti dell’esegesi, i politici coristi dell’operetta. Una parte del pubblico si ritrova finalmente nella banalità dello spettacolo. Un’altra minoritaria parte di pubblico ringrazia i giornalisti che salvano quel che resta di un copione severo.

A fine giornata ritrovo due messaggi di amici non italiani sul mio telefono. Il primo chiede: “Ma in buona sostanza restate in Europa e nell’Euro o no?” (argomento rimasto del tutto eluso,  tanto dai parlamentari quanto dai commentatori). Il secondo (anzi la seconda) scrive: “Mi sono fatta forza e ho letto il Mussolini di Scurati: ma dove è finita l’Italia di Machiavelli?”.

A entrambi rispondo, al primo dicendo con convinzione che ci restiamo, alla seconda dicendo che quell’Italia ora è in soffitta. Ma ad entrambi aggiungo che eravamo stati preparati a valutare la testa degli italiani; ora siamo tutti chini sulla centralità della loro pancia. Lo schema del rapporto tra politica e società in sostanza teneva conto dei sentimenti ma faceva emergere le ragioni. Adesso nella forma apodittica di una battuta discutiamo di prodotti intestinali. Cari amici pazientate, il contro-ciclo arriverà.

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