Contro l’apriorismo storico

Nella serie, molto spesso di sorprendente attualità, che Il Foglio sta consacrando a importanti discorsi di figure rilevanti del ‘900, oggi tocca ad Alexander Dubcek, segretario del PC cecoslovacco dal 5 gennaio 1968 (perciò 50 anni fa esattamente) e protagonista della “primavera di Praga”, soffocata in estate dai carri armati sovietici. Nel 1988 – venti anni dopo –  il regime gli concesse per la prima volta il diritto di andare all’estero per ricevere la laurea honoris causa in Scienze Politiche a Bologna (nell’occasione di quel viaggio venne anche a Milano e in una serata alla Scala ebbi l’opportunità di conoscerlo e di parlargli).

Il discorso che Il Foglio pubblica oggi – intitolandolo “Ebbrezza di libertà” e segnalando la cultura di quella generazione attorno al primato della politica rispetto alla sfera economica – contiene un passaggio che a mia volta segnalo perché è parte di una riflessione tra volontà e destino che cerco di svolgere da qualche tempo, riconoscendo all’imprevedibilità uno spazio grande, ma non rinunciando, nelle forme che l’educazione ci ha concesso e che il contesto ci permette di svolgere, a coniugare memoria e progetto (esattamente le parole che usa Dubcek quando parla di “ricordare e valutare“) per tentare la costruzione del futuro.

Alla fine del discorso (talvolta con stili desueti) nell’Aula Magna dell’Università di Bologna, il 13 novembre del 1988, lo sconfitto Alexander Dubcek, che avrebbe terminato la sua vita quattro anni dopo, nel 1992, diceva:

I fatti e i momenti decisivi del ’68 cecoslovacco  parlano contro qualsiasi apriorismo storico, contrastano con ogni affermazione di fatalità e necessità già scritta. Al contrario: testimoniano in modo convincente a favore dell’esistenza di diverse possibilità e varianti, tutte dipendenti dalla volontà umana. E ciò non vale solamente per i singoli aspetti , ma in misura maggiore per ricordare, indagare, valutare le complesse questioni di fondo della problematica di quei giorni“.

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