Congedi. Maria Bettetini (15 febbraio 1962, 13 ottobre 2019)

Una più giovane collega di ateneo, incrociata tante volte nei consigli di facoltà e nelle assemblee all’Università IULM, ma con più rade occasioni di scambi di qualche profondità, se ne va a 57 anni, per una malattia di tipo immunitario e lascia sgomenti per il carattere prematuro  di questa scomparsa che ci priva di un’intellettuale e di una ricercatrice nel pieno delle sue attività di docente di Estetica e Filosofia delle Immagini, pur se con segnali di aggressione del male che aveva creato in noi apprensioni.

Quelle “occasioni di scambio” non erano state frequenti perché docenti in facoltà diverse (lei in Arti, Turismo e Mercati, io in Comunicazione, relazioni pubbliche e pubblicità) ma con alcuni momenti segnati da intensità.

Per esempio per la scomparsa di suo padre Gianfranco Bettetini, pioniere degli insegnamenti di Comunicazione e semiotica in Cattolica, ma per me “vecchia leva” della Rai che avevo ben conosciuto negli anni lontani della mia stessa appartenenza a quella grande azienda. La morte del padre fu certamente una occasione per lei di grande sofferenza. E più di recente nostre conversazioni c’erano state per la pubblicazione di suoi importanti libri sulla distruzione delle immagini: Contro le immagini. Le radici dell’iconoclastia (Laterza, Roma 2013) e Distruggere il passato. L’iconoclastia dall’Islam all’Isis (Raffaello Cortina 2016).

Articoli, ieri e oggi, la ricordano, con una certa ampiezza di argomenti. E domina in tutti la sua grande competenza (aveva insegnato Storia della Filosofia Medievale all’università Ca’ Foscari di Venezia) circa il pensiero di Sant’Agostino. Così che Armando Torno sul Sole 24 ore ricorda che aveva curato il De Musica (La Vita Felice, 2017) e Le Confessioni (Einaudi 2000), scrivendo inoltre una Introduzione a Agostino ((Laterza 2008) e collaborando a lungo con Giovanni Reale in numerosi progetti.

Scrive oggi Francesco Ognibene su Avvenire un pensiero meditato sul suo carattere e la sua vivacità: “La sua intelligenza viva e penetrante, la spontanea disposizione a creare e mantenere relazioni profonde, la libertà di pensiero, la fede sempre intensamente vissuta hanno fatto di lei una figura di pensatrice originale e apprezzata e l’hanno resa naturalmente prossima al pensiero del vescovo di Ippona, del quale è stata instancabile divulgatrice, fino agli ultimi giorni prima di una morte prematura”.

Ma anche il mio collega Mauro Ferraresi – cogliendo invece elementi apparentemente minimali – segnala un tratto forte di quella personalità: “Ricordare Maria significa anche ricordare i colori con cui si vestiva: le sciarpe, i golf, le gonne che indossava e che non erano mai banalmente grigie o nere. E mi piace pensare che quei colori riflettevano la sua gioia di vivere. Mai una lamentela nonostante la malattia, mai uno sguardo cupo o triste, Maria era così e sia i colleghi in IULM sia il Centro Interuniversitario per la Cultura di Genere la amavano proprio per questo, per la sua disponibilità, per la sua positività, per il suo impegno e per la sua passione”.

La interrogai sulla sua ricerca riguardante l’iconoclastia perché i suoi libri erano usciti in concomitanza di eclatanti eventi di “distruzione” generati da violenze, guerre e conflitti ideologici e religiosi, di cui mi stavo occupando. Ma entrambi percepivamo l’esistenza di una cultura distruttiva che ci circondava in forma meno eclatante appartenendo ad una indifferenza collettiva alla cultura e al patrimonio che davano e danno senso soprattutto ad un modo di insegnare l’interpretazione critica di notizie del nostro tempo.  

Comprai nel 2012 il suo libro Breve storia della bugia, edito da Bompiani (in un periodo in cui pubblicavo con quell’editore), che aveva avuto dieci anni prima la curatela dell’opera di S. Agostino Sulla bugia. Ne ricavai solidi argomenti per cogliere caratteri imperituri dell’arte di governo. Dopo secoli in cui i bugiardi rischiavano il rogo, insieme a ladri e falsari, Maria scriveva che a partire da Machiavelli e dai manuali sull’arte di stupire, la bugia divenne un’arte. Ben inteso anche un arte di governo. Riportando in auge storie rimaste un po’ in ombra: “Ulisse mentì per salvarsi la vita, ma anche per il piacere di farlo. Platone consigliava ai governanti di mentire nell’interesse del popolo”.

Questa mattina nella moderna chiesa di San Francesco al Fopponino, in via Paolo Giovio, dalle parti di Porta Vercellina a  Milano, con la sua strana pianta ad esagono asimmetrico, in  un congedo concelebrato da sacerdoti che ben la conoscevano c’erano quasi tutti i suoi colleghi di università, con in testa il rettore Gianni Canova, ma anche i mondi editoriali che hanno seguito il suo percorso di scrittura e tanti gruppi di amici che hanno voluto ricordare “il suo acume e il suo sorriso”.

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