Milano 2018: come la vedo, come la vorrei, come la temo

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ArcipelagoMilano

(mercoledì 3 gennaio 2018)

Stefano Rolando

 

Rispondo alle tre domande del direttore con l’ottimismo della volontà e la prudenza anagrafica, che non è il pessimismo della ragione, ma caso mai l’allergia per il propagandismo.

 Milano, come la vedo

Introducendo il lavoro da poco edito “Brand Milano. Atlante della nuova narrativa identitaria” non ho avuto timori a scrivere: “Milano – a differenza di altre città ad alta intensità identitaria – ha operato nell’ultimo secolo un po’ “alla giapponese”. Tenendo alla propria storia identitaria, ma mettendola largamente sotto teca per spendere energie e rappresentazioni dietro il “fare” trasformativo. Ma i nodi di alcuni processi stringono: la globalizzazione assume ormai caratteri identitari che debbono trovare riequilibri locali rinnovati. Al tempo stesso la crisi dell’Europa e degli stati nazionali obbliga a soluzioni proprie ma anche integrando soluzioni con l’apporto, generoso e conveniente al tempo stesso, delle grandi città che formano quei due tessuti. Quindi riprendere in mano una storia e leggere criticamente gli sviluppi e le tensioni al futuro deve essere fatto anche partendo dai racconti che la città esprime. Molti ambiti hanno ora la responsabilità di aprire spazi nuovi a questa feconda discussione. Non solo per nostalgia (che di per sé è un sentimento consolatorio) ma anche per previsionalità (che è di per sé un sentimento competitivo)”.

L’innegabile cambiamento – agevolato, illuminato da Expo, ma in atto da alcuni anni – del rapporto tra città, comunità, percezione e funzione porta con sé l’uscita definitiva dalla protezione del proprio territorio. Comporta cioè la necessità di giocare partite aperte nel mondo; la programmazione delle sfide e delle risorse per tenervi testa; un progetto di nuova relazione con la doppia cittadinanza (storici residenti, city-users) e con i tanti mondi esterni (regionale, nazionale, globale); un’idea della condizione identitaria (e quindi della capacità di governare i prossimi cambiamenti) almeno a medio-termine.

Cette métropole brumeuse et réservée, aux trésors si bien dissimulés”: così Jérôme Gautheret corrispondente di Le Monde dall’Italia in un recente articolo che ha fatto il punto su Milano dopo Expo cominciando per qualche tratto noto e di tradizione ma ammettendo poi che “en quelques années, l’image de Milan, naguère, sévère et corsetée, a changé” .

Cavalcando il cambiamento il rapporto tra decisori e influencer, in sostanza la dinamica che appartiene alle classi dirigenti, ora non può né pendere sulla nostalgia, né accontentarsi del “fare”.

Ma deve ridisegnare le condizioni per approfittare del cambiamento e per mettere al proprio posto i fattori che il cambiamento ha proposto con la solita doppiezza: alcuni progettati dalle classi dirigenti, altri imposti dal destino, dall’imprevedibilità, dalla bizzarria della storia.

Pochissimi esempi. I caratteri competitivi della città che ci hanno fatto gareggiare brillantemente con Amsterdam e altre città in occasione di EMA si sono mescolati a una insufficienza di analisi dei caratteri competitivi di quella stessa città, tanto che Scoreboard 2017 – pur pregevole documento di analisi degli indicatori di attrattività messo a punto dal Comune con la collaborazione di Assolombarda – non aveva inquadrato Amsterdam nel novero del “competitive set” della città.

Il passaggio di proprietà di Milan e Inter ai cinesi, accanto alle opportunità, va disegnando anche una flessione di rendimento e di reputazione che sono parte di un problema più ampio, quello del delicato capitolo dell’equilibrio tra globalizzazione e tradizione. Equilibrio su cui bisogna investire tempo, studio e progettazione, non accettando di camminare con la corrente.

Milano come la vorrei

Sempre in Atlante Brand Milano, in un passaggio della sua prefazione, Gianluca Vago scrive: “La fine del ciclo storico dell’identità e dell’immagine della “città industriale”, l’inizio di un ciclo che ricomprende questa tradizione come viva e attiva in un consolidamento di nuovi indirizzi (molti attivati già da anni) che, nelle conclusioni di questo rapporto, Giuseppe De Rita definisce felicemente “multiscopo”. Ecco, dentro questo profilo (espresso per ora con questa brutta parola dal punto di vista comunicativo, la parola multiscopo) sta la palla di vetro di una narrazione che probabilmente è cominciata ma è ancora ambigua, non codificata, stop and go, non del tutto condivisa. Il quantum di continuità industriale insieme al quantum di immaterialità e creatività delle nuove funzioni che la città esprime richiedono di ragionare di più e con un migliore dibattito pubblico attorno a “come la vorremmo” questa città.

E per la verità non vediamo finora un dibattito all’altezza di questa difficoltà culturale.

La politica, stressata tra protesta e rassicurazione, non solleva una palla sull’argomento. I media sono casuali, troppo dipendenti dalla cronaca e poco propensi all’interpretazione. L’arte e lo spettacolo dividono in due il patrimonio energetico della città: alcuni soggetti monumentali (la musica, per esempio) non producono più molta innovazione; altri luoghi (soprattutto l’arte contemporanea) sono proiettati nella nuova narrazione ma in forma frammentata. Non possiamo difenderci con l’argomento che Milano non è città capitale e quindi quel che succede a Vienna, Berlino, Londra, Parigi non è “comparabile”. In campo culturale deve essere comparabile, altrimenti la partita del cambiamento è persa in partenza.

Questo è il filo rosso su cui “vorrei” Milano all’altezza. E la “vedrò” solo quando la tensione del dibattito pubblico avrà davvero ripreso quota. Non è solo la politica a volare bassa. Il sistema mediatico che la città esprime conosce molti punti di crisi (Il Sole è all’angolo, il gruppo Mediaset in difensiva, le strategie di Rcs ignote, la Rai a Milano rimasta alle chiacchiere, qualche luccichio in Sky e Discover, ma è presto per dire); così che la proiezione che si poteva fare qualche anno fa sul “potere narrativo” della città non è più né focalizzata né sostenuta da adeguati investimenti.

Anche la capacità di analisi e di responsabile proposta (non annunci ma progetti assunti) del sistema di impresa non ha fatto gli scatti previsti nel dopo Expo. La società civile organizzata resta all’altezza dei suoi temi (in particolare il settore del volontariato e della solidarietà) ma essa ha il diritto e il dovere di non subire la consegna del camminare a testa bassa, cioè deve dimostrare oggi più che mai una storia secolare: parlare, criticare, progettare.

Il sistema universitario ha ringiovanito i vertici, costruito l’evidenza della sua priorità, contribuito a progetti sul rilancio scientifico-tecnologico della città (che occupa i posti più alti nel dibattito sul futuro prossimo), ma sappiamo che in materia di “public engagement” e quindi di “terza missione” il vero salto di qualità deve ancora arrivare.

Non sollevo critiche alla gestione settoriale del sistema che amministra la città. Non ho nemmeno elementi, precisi. Avendo in generale la percezione di ambiti di dedizione e di problemi dichiarati (infrastrutturali, funzionali, ambientali, operativi) che reputo sotto controllo (a differenza di molte altre città italiane). La questione riguarda gli obblighi di nuova progettazione che il vasto cambiamento intervenuto comporta, passando da un trasparente ampliamento della condivisione degli approcci e non nell’aumma-aumma tecnocratico. Unico tema che solleverei – che assume obbligatorietà morale e sociale a fronte dell’impegno di stare nei processi globali – è quello di stare con dignità nei processi locali, ovvero rispettare l’impegno concreto per le aree periferiche rispetto ai centri storici (rivedendo anche il concetto di “periferia”). Non solo contro il degrado materiale, ma anche – cito qui don Virginio Colmegna – operando per l’aggiornamento identitario degli anziani che, in mezzo al degrado che confina con la città dei lussi, “non sanno più in che mondo vivono”.

Milano come la temo

Lo spazio di un semplice articolo è esaurito. Temo che si mantenga la prudenza di un mosaico di interessi “paghi” della reputazione generale di successo che ha investito la città. Temo che gli esiti elettorali regionali sostengano ancora innaturalmente la scarsa sinergia tra il ruolo e le risorse della Regione rispetto a ciò che le culture urbane rappresentano per il futuro di tutti (e auspico che l’intelligenza degli elettori si esprima nelle urne propendendo per una discontinuità ultra-necessaria). Temo che la cultura (produzione e consumi) assolva a rassicurare management e pubblici “di tradizione” ma non guardi alle sfide che nel mondo stanno coniugando grandi temi planetari (fa eccezione il progetto per la XXII Triennale del 2019 che investe proprio questi temi) e rivoluzioni scientifico-tecnologiche. Temo che il “fare” (verbo ineludibile) non si sposi abbastanza con il “pensare” attorno a cui Milano ha in questo momento più infrastruttura che commitment.

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