Partitodiazione verso la collaborazione con Più Europa

Lo svolgimento oggi della direzione del partitodiazione aveva lo scopo di riassumere il percorso che in oltre un anno ha portato alla costituzione di un soggetto politico con radicamenti territoriali, che, negli auspici di uno scenario convergente e unitario del  centrosinistra, ha optato per partecipare alla competizione elettorale con chi condivide il punto primario e strategico dell’Europa federale. La direzione ha quindi confermato la scelta di collaborazione con “Più Europa” con i cui dirigenti è in corso una verifica di modalità. Ai lavori della direzione, introdotta da Stefano Rolando (presidente del consiglio nazionale) e dai contributi di Gianna Radiconcini (presidente onoraria) e di Andrea Lorusso Caputi (coordinatore della segreteria), ha partecipato Gianfranco Spadaccia, “garante” del progetto “Più Europa. Con Emma Bonino”, che ha illustrato la genesi e le ragioni di questa iniziativa, le difficoltà che si sono superate e i temi di stretta attualità, con l’impegno a riportare favorevolmente in seno al gruppo dirigente le posizioni ascoltate.

 

 

 

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Direzione del partitodiazione

Roma, Sabato 20.1.2018

Stefano Rolando – Introduzione

 Ho visto ieri sera il film su Churchill. Un grande film, un grande successo di pubblico. Non credo sia una stravaganza tornare su alcuni fondamentali del ‘900, per mettere a fuoco meglio il nostro rapporto  politico con la storia. E quindi per dare contenuto alla politica di oggi. Ricordo al riguardo un’espressione che Ciampi usava a Palazzo Chigi per segnalare il dovere della politica rispetto alle crisi del momento: essere “res severa”. Il confronto con questo genere di passato ci fa sentire esagerate distanze con il presente. E offre spunti forti al nostro minuscolo tentativo di non stare a casa a sentire dalla tv che cosa la politica ha deciso.

Non è stravagante naturalmente. Ma il taglio della memoria ha riguardato trasversalmente tutta la cosiddetta “seconda Repubblica”. Si sono levate alcune voci contro. Ma tutti (o quasi) hanno preferito disconoscere radici. Un plauso va oggi rivolto  al presidente Mattarella che dedica la sua prima nomina di senatore a vita ad una straordinaria testimone dei campi di sterminio nazisti e di animatrice civile del mondo delle scuole, Liliana Segre.

Nella Seconda Repubblica è successa un’altra cosa inquietante. La rappresentanza ha ridotto pesantemente la quota di competenza (quella di modernità, di conoscenza dei processi civili, produttivi, culturali, professionali) per dividere  i posti di potere tra professionisti della politica a vita e improvvisazione.

E poi una terza cosa è da considerare inquietante. La quota di protesta nella rappresentanza in Europa non superava – anche nelle fasi di crisi economica – il 20% , talvolta il 25%, essendo fisiologicamente al 15%. E dopo il risultato alle presidenziali francesi inizia anche variamente a flettere. E’ mai possibile che in Italia questa quota – rispetto all’offerta di prevalente cultura di governo ormai, sommando destra e sinistra – arrivi a superare la soglia maggioritaria?

Il film su Churchill mi ha ricordato un pensiero di Hannah Arendt (che è stato in parte ripreso in Italia da Stefano Rodotà): il diritto di avere diritti in equilibrio con il dovere di avere doveri.

Chiudo qui gli spunti che hanno suggerito a molti di noi di rileggere, rivalutare,  riconsiderare la storia  interrotta dell’ azioniamo italiano. Costruito sui venti anni di coraggio militante antifascista di GL. La storia che riunisce tante diversità delle culture liberalsocialiste e liberal-democratiche in una straordinaria esperienza dal 1942 al 1947 che connette resistenza, costituzione e repubblica. Cioe’ il maggiore patrimonio simbolico e di paradigmi civili dell’Italia tornata alla democrazia. Una storia che si interrompe e  che torna a camminare, per pensiero defluito, con i socialisti, i repubblicani, i radicali, i liberali e anche con alcuni gruppi di cristiani liberali e sociali. 

E chiudo anche il nostro richiamo allusivo a quella storia. Abbiamo accolto sollecitazioni che ci sono venute da eredi reali di quel movimento, abbiamo frequentato il dibattito di fondazioni e di associazioni che hanno una identità post-azionista, abbiamo costruito un anno di dialogo nei territori per capire se il sentimento era astratto o reale, abbiamo riletto i sette punti del PDA storico e li abbiamo riformulati con sette punti (più uno trasversale) per parlare il linguaggio della politica del 2018.

 Ecco i sette punti del 1942:

    • Costituzione di una repubblica parlamentare con classica divisione di poteri.
    • Decentramento politico-amministrativo su scala regionale (Regionalismo).
    • Nazionalizzazione dei grandi complessi industriali.
    • Riforma agraria (revisione dei patti colonici).
    • Libertà sindacale.
    • Laicità dello stato e separazione fra Stato e Chiesa.
    • Proposta di una federazione europea dei liberi stati democratici.

 Ecco i sette punti del 2017:

    • Rilancio dell’idea federale dell’Europa.
    • Riforma istituzionale per la riqualificazione della divisione dei poteri e per assicurare efficienza pubblica al servizio dei cittadini, della giustizia e della sicurezza.
    • Equità e crescita progetto per l’economia, costruendo comunità di lavoro fondate sulla valorizzazione dell’impresa, sulla sostenibilità ambientale, sulla cittadinanza allargata e sul prioritario impegno per contrastare la proletarizzazione del ceto medio.
    • Lotta all’evasione fiscale per sostenere investimenti, consumi e spesa sociale.
    • Riforma delle condizioni di trasparenza e di rappresentatività dei partiti e dei sindacati.
    • Laicità dello Stato e separazione fra Stato e Chiesa.
    • Investimento sociale prioritario sulla conoscenza e sul rapporto tra merito e bisogni nell’accesso al mercato del lavoro.
    • Punto aggiunto: Inderogabilità della parificazione sociale del ruolo delle donne.

Nella crisi della politica della seconda repubblica non siamo tra quelli che caricano la croce solo sull’offerta politica. E’ evidente che un cambiamento profondo ha riguardato anche la domanda di politica, cioè le spinte profonde della società italiana, più impaurita, con un ceto medio – cresciuto per cinquant’anni – dimezzato e in parte proletarizzato, con maggiori disuguaglianze, senza guide ne’ politiche ne’ imprenditoriali per ritornare a crescere. Dunque slittato nella demagogia.

Pochi giorni fa, presentando un rapporto sulle dinamiche identitarie oggi a Milano, una giusta osservazione di Pietro Modiano (oggi presidente della SEA). Tra le cosiddette “classi creative” (non più del 20%) e le questioni migratorie (non più del 10%) si concentra tutto il racconto di media e politica. Di mezzo il grande maggioritario popolo laborioso che manda avanti le famiglie e il paese appare oggi privo di narrazione. Da pensieri di questo genere può ripartire una sociologia politica non  demagogica.

C’è poi il tema del ritorno dei fascisti, in Europa e in Italia. Razzisti, antisemiti, violenti. Una parte del nuovo Parlamento darà copertura a questo rigurgito. Penso, con molta semplicità , che se c’è un’Italia neo-fascista, per definizione ci sarà anche una Italia neo-azionista, per il ruolo ventennale di Giustizia e Libertà, per l’inderogabilità dei principi antifascisti sostenuti nella Costituzione e nelle fondamenta della nuova scuola italiana e per la determinazione con cui riprendere ora una pedagogia sociale sulle ragioni di questo rigurgito.

 Il momento di riprendere la cultura del riformismo e’ questo. Che ha bisogno di cose sparite: il tempo, il gradualismo, le frontiere ampie, la massa critica internazionale, una classe dirigente, il governo serio della pubblica amministrazione e delle politiche fiscali, la decisione di tornare a investire sul capitale umano (con esiti a medio e lungo termine e non con  la tasse azzerate per tutti). Se fossimo inglesi lo faremmo alle luce delle “lacrime e sangue” di Churchill. Essendo italiani  lo facciamo ricordandoci delle politiche dei redditi di La Malfa, delle riforme di profondità di Lombardi, dell’autonomismo di Lussu, del federalismo di Spinelli, della guerra alla corruzione e all’ affarismo di Ernesto Rossi, dei diritti civili di Baslini, Fortuna e Pannella.

Oggi è un giorno di decisioni. Che prendiamo come volontari di un progetto politico. Siamo cittadini per bene. Molti di noi hanno servito lo Stato anche per cambiarlo. Molti hanno svolto e svolgono oneste professioni. Cominciamo a intercettare l’attenzione dei giovani. Abbiamo cominciato a ridisegnare un raccordo tra la memoria e il futuro con questi pensieri e abbiamo cominciato a discutere se avevamo le risorse per camminare da soli. La risposta  è stata no. Ci siamo posti la domanda se aspettare il turno e lavorare per fare emergere il nostro punto di vista non prima del 2019. Ci siamo un po’ divisi su questo, ma è prevalsa la responsabilità di utilizzare l’ acutizzazione della campagna elettorale per velocizzare un certo consolidamento. Abbiamo guardato al nostro posizionamento e abbiamo detto che la priorità del tema europeo ( la cornice del grosso dei nostri sette punti)  sarebbe stata la stella polare.

Se è consentito un inciso personale, vorrei mostrare una fotografia. Essa sta sulla scrivania di due persone. Una è Emma Bonino (me lo ha detto anni fa), l’altro sono io. La data è aprile 1986, giorno di Pasqua, marcia radicale per la Pace, primi giorni del dopo settennato di Sandro Pertini a cui in quel settennato sono stato particolarmente vicino, tanto da accompagnarlo in quella marcia, come nel parallelo suo ritorno al mondo delle fondazioni legate alla cultura socialista e democratica.

Poi è venuto il nostro dialogo. Tenue forse. Forse anche un po’ tardivo. Ma coerente con quello condotto per i mesi precedenti con Giuliano Pisapia, che aveva accolto in via di principio la nostra proposta di contenuto. È vero che un concreto scambio di idee e’ avvenuto una volta che la membership a tre di “Più Europa” si era formata, ma avendo nei confronti di tutte le tre componenti del movimento una storia di buone relazioni, di esperienze, di fiducia.

Giusto, ritengo, e’ aggiungere che in sintonia con la rivista Mondoperaio – abbiamo espresso auspicio per intese e elettorali e postelettoali tra Più Europa e Insieme.

Abbiamo messo le nostre carte in mano a Gianfranco Spadaccia, garante di “Più Europa”  con assoluta certezza di trovare un ascolto sereno e disponibile.

 Non abbiamo negoziato nulla. Abbiamo  convenuto che la visibilità dei nostri  progetti e’ la maggiore opportunità di questa fase, breve e grave. Con infinite possibilità, che comprendono sia successi che insuccessi. Con la consapevolezza che il tempo è stato paurosamente eroso. E che siamo al limite del rischio tecnico. Tuttavia non regrediamo rispetto allo spunto di coraggio. E apprezziamo infinitamente che Gianfranco Spadaccia abbia accolto la nostra proposta di raccontarci il suo punto di vista e spunti utili di un programma che vorremmo comune.

 

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