Un giudizio sulle liste elettorali nazionali (29 gennaio 2018)

Dal giornale on line La Voce metropolitana

http://www.lavocemetropolitana.it/un-giudizio-sulle-liste-elettorali-nazionali/

 

Mi si chiede un giudizio di massima sulla chiusura della formazione delle liste elettorali nazionali (lunedì 29 gennaio). Provo a darlo attorno a tre punti.

 Il primo giudizio riguarda l’incidenza della legge elettorale in rapporto ai costumi vigenti.

La legge elettorale ha riconsegnato integralmente ai gruppi dirigenti dei partiti la composizione delle liste, senza bilanciamenti sostanziali per le minoranze interne e per un giudizio autonomo sui candidati da parte degli elettori.

Ci sono alcuni momenti storici in cui questo accentramento decisionale potrebbe migliorare la governabilità. Altri momenti in cui questo irrigidimento può provocare un vulnus grave al diritto di rappresentanza. La prima impressione è che qui prevalga la seconda ipotesi. Così da dire che, una volta vista la lista degli esclusi – quando sarà compiutamente accertata, non solo tra i nomi noti ai media, ma anche con i nomi noti alla società civile, del lavoro e della solidarietà sociale – si potrà dare un giudizio definitivo sul punto di equilibrio che deve avere un parlamento tra competenza tecnica (cioè  esperienza, che appare forse un filo meglio della precedente legislatura) e qualità della rappresentanza (che pare peggio della precedente legislatura).

Il punto di fondo è capire cosa sia più importante nel “far politica”: avere l’accreditamento per assumere il diritto alle scelte (grande libertà, grande responsabilità) o essere eletti? Sta prevalendo in molti l’idea che dimostrarsi proni, quieti, fedeli, disponibili per garantirsi l’elezione elargita (in cui gli elettori sono una sorta di notaio di massa) sia più importante che una vera battaglia sulle idee in cui, presidiando posizioni serie e argomentate, ti assumi il diritto di decidere anche adattandoti a leggi elettorali farlocche. Questo passaggio (2018) costituisce una diminuzione strutturale della qualità democratica. Speriamo che almeno i più giovani trovino nella campagna elettorale il coraggio dei “pensieri liberi” e poi abbiano voglia di essere coerenti. Ho già scritto (a proposito di Milano ma vale dappertutto) che il dibattito sulla “res publica” è generalmente flebile. Una delle cause è lo starsene zitti per convenienza.

Secondo argomento che interessa segnalare, dopo il primo sguardo alla composizione delle liste, è quello dell’offerta politica 2018. La soglia dell’offerta di protesta  – rispetto a quella ispirata a un serio programma di governo – è troppo alta per stare ragionevolmente tra i  paesi che contano. La soglia fisiologica dovrebbe essere del 15%. La crisi nata nel 2008, da poco considerata al termine, ha spostato la soglia al 20%. Ma in Italia è più del 50%. Così che 5 Stelle ha riequilibrato in senso neo-democristiano un po’ le liste, LEU ha generato (con disaccordi interni e con le ire di Napolitano) la prospettiva di aderire alla soluzione del “partito del Presidente” (D’Alema), FI sta facendo prove di sganciamento da Salvini (per ora mormorando con Juncker) per contribuire a tornare verso un’offerta di legislatura ragionevolmente orientata alle culture di governo. Giochetti, si dirà. Ma da cui dipendono le sorti di provvedimenti cardine per continuare a parlare di “riforme” e per continuare a stare in Europa. L’equivoco è che il perno di questo equilibrio resta il PD con Renzi – che è stato il regista assoluto delle liste del centrosinistra – che si mantiene in equilibrio instabile tra le due modalità. Non essendo più lui un esponente della generazione di quelli che erano “di lotta e di governo” e non essendo più lui il candidato in pectore a guidare il governo, si capisce che la tendenza non è solo verso la stabilità, ma anche verso forme diverse di instabilità.

Terzo tema è quello delle sorti dell’offerta politica liberalsocialista, cioè quella più annegata nelle paludi della seconda Repubblica, più essenziale alla ripresa del riformismo, più sintonica con le novità europee, più legata alla miglior tradizione della riconquista democratica italiana dopo il fascismo.  Molto difficile decifrare questo carattere nelle liste del PD costruito sulla comunicazione “à la carte”. Quasi inutile cercare segnali in Forza Italia alleata a tutto e al contrario di tutto e che ha azzerato l’esperienza di Parisi comprandoselo per una missione impossibile, quella del Lazio, obbligandolo a fare alleanze con tutte le derive di destra della politica italiana. In rete nel dibattito tra socialisti i più immaginano che la lista Insieme faticherà a restituire al solo Nencini il suo seggio, ma il Psi strappa un certo “diritto di parola” in campagna elettorale e magari potrà ottenere qualcosa in più.  Da registrare che la lista Più Europa non è riuscita a fare spazio ai post-azionisti (tanto che a Milano, dove doveva annunciarsi la novità della combinazione tra Bonino e gli europeisti, la chiamata la farà il post-demitiano Tabacci) mentre l’ardimento di Bobo Craxi con LEU è stato spento rimanendo lì in lizza una pattuglia di esperti del ruminamento rancoroso e non del pragmatismo responsabile attorno ai cantieri delle riforme. Insomma situazione di frammentazione con rischio di azzeramento, che lascia solo aperta la speranza che Giorgio Gori – rilanciato dal rigurgito razzista del candidato del centro-destra – sappia trovare la dimensione di cucitura almeno in Lombardia per questa essenziale componente della migliore cultura politica italiana.

 

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *