Inevitabile discussione, il declino dell’Occidente

A margine di una discussione (in vista del Natale, tanto per gradire)… sul rischio della fine del mondo e quindi anche dell’Occidente, qualche breve sintesi ad uso delle nostre responsabilità elettorali prossime-venture, in una noterella oggi su Linkiesta

http://www.linkiesta.it/it/blog-post/2017/12/24/lettera-di-natale-sulla-possibile-fine-delloccidente/26406/

(anche in forma di commento al libro di Edward Luce, già speech writer della Casa bianca clintoniana e commentatore del Financial Times, “Il tramonto del liberalismo occidentale“, appena tradotto da Einaudi, con introduzione di Gianni Riotta).

 

Lettera di Natale sulla possibile fine dell’Occidente

Stefano Rolando

A seguito di una discussione tra chi giudica l’evoluzione storica con paradigmi prevalenti diciamo storico-politici e chi invece con paradigmi scientifico-naturali , di cui vorrei dare brevemente conto senza far nomi (che sono meno importanti degli assunti emersi), provo a segnalare alcuni elementi che mi sembrano una cornice necessaria per cose a cui va data risposta a breve. Per esempio il dilemma elettorale che c’è dietro l’angolo e la configurazione del Parlamento europeo che ci aspetta al secondo angolo.

Si parlava del contesto del “congresso di Vienna” (1815) e delle decisioni di restaurazione prese dagli stati che allora contavano (quelli europei) all’indomani della disfatta di Napoleone (ma anche avendo misurato la natura trasformativa della rivoluzione francese) cercando di fare ordine almeno per un secolo e comunque per tempi medio-lunghi.

Il vero tema essendo la necessità, in certi momenti, di gettare lo sguardo più avanti possibile (in quel caso a due secoli, cioè andando fino alla fine del millennio) per cercare un senso alle scelte immediate, altrimenti dominate dallo spirito smarrito di chi, nel breve, non legge più nemmeno la bussola. E quindi, ad un certo punto, si profila la micidiale domanda: “Ma allora come vediamo la situazione del mondo tra duecento anni?”.

La parola tocca dapprima ai “politici”.

Lo schema, per cominciare a rispondere, è quello di un consolidamento della cultura autoritaria, ovvero di pratiche decisionali più ristrette di quelle previste dalle condizioni “democratiche”. Con una affermazione di lungo periodo della Cina che conserverebbe a lungo il suo paradigma autoritario e accentrato ma consentendo l’arricchimento dei cittadini intraprendenti e quindi non perseguendo il modello bolscevico che, sognando l’uguaglianza e predicando la fine dello Stato, ha impoverito il popolo trasformando lo Stato in una nomenclatura blindata. La Cina, una potenza demografica, accreditata nel futuro prevedibile – in un mondo capace di vedere vive e da sfamare oltre 15 miliardi di persone – di averne la metà nei propri confini. In rete con la propria diaspora planetaria, altrettanto arricchita e intraprendente; una Cina ormai saldamente proprietaria delle economie di molti stati poveri (tra cui quelli africani); una Cina capace di trainare (e non solo di copiare) l’innovazione tecnologica; una Cina – come scrive Edward Luce (Financial Times) – guidata da quel Xi Jinping presentatosi quest’anno a Davos come “cittadino internazionale responsabile e rassicurante“.

Sul modello autoritario procederebbero negli anni anche altri contesti internazionali, in primis Russia e una parte consistente di mondo islamico (Turchia compresa), così da configurare un secondo anello planetario piuttosto estraneo alle regole della democrazia. E – nell’evoluzione di altri presupposti – un terzo anello costituito dal retaggio della tradizione democratica occidentale, capace di fare optare per questo modello anche una parte consistente dell’ex Commonwealth britannico (India compresa), mantenendo la relazione di principio tra Europa e Stati Uniti.

Questo scenario – più probabilmente delineabile in tempi assai più brevi che i “due secoli” simulati qui per prendere robuste distanze dal presente – porta alla inevitabile seconda domanda rivolta proprio al contesto di questo terzo anello, cioè al sotto-mondo che potrebbe conservare in qualche modo l’opzione democratica come filo conduttore del proprio sistema decisionale.

La parola passa a chi esprime culture “scientifiche”.

Lo sguardo “scientifico” non è agli istituti decisionali umani, ma ai fattori coercitivi superiori. E tra di essi innanzi tutto alla irreversibile crisi climatica, quella secondo cui il surriscaldamento del pianeta del 4% è segnale di una trasformazione strutturale dell’ecosistema capace di inabissare intere parti della geografia terrestre (come si sa il Bangladesh è destinato a scomparire nel 2050) a cui va unito un processo di mobilità che si annuncia esponenzialmente in crescita (malgrado un certo miglior controllo della demografia, nel senso delle nascite) che introdurrebbe variabili a loro volta quasi incontrollabili nel rapporto uomo-natura.

Naturalmente la pur debole e ora fragile possibilità del consorzio umano di invertire subito la rotta, viene giudicata come un grave principio di rottura proprio di quell’asse euro-americano che starebbe alla base del “legame democratico” immaginato come asse della ragione del futuro dagli altri interlocutori, a causa della posizione di strappo ora impressa da Trump, nel quadro di un tradimento dello stesso Trump per le regole antipopuliste di una democrazia liberale occidentale capace di reggere certe impopolarità decisionali.

Risparmio le infinite schermaglie su questi due scenari di partenza. Che, riportati al profilo a breve di un elettore europeo che sta per decidere le sorti dei propri parlamenti di riferimento (regionali, nazionali, continentale) accettando il principio dello sguardo lungo, comporterebbero un “lodo” morale contro la “possibile fine dell’Occidente”, che i due fronti della discussione hanno convenuto, con qualche intesa, almeno su questi punti:

  • accreditare la proposta politica di chi garantisce l’opzione metodologica democratica anti-demagogica;
  • accreditare chi tende a ricondurre proposte e potenzialità ad una rete politica almeno su scala europea e quindi a metodi in cui l’Europa unita sia una condizione non una risulta;
  • accreditare chi offre di assumere responsabilità di rappresentanza istituzionale a chi dimostra competenze culturali e interpretative per potere leggere la storia non solo con le abituali categorie del “politichese” ma anche di uno sguardo scientifico (natura, tecnologie, sistemi sociali) che sorregga la cultura delle priorità e in particolare delle urgenze decisionali;
  • accreditare chi – prendendo a prestito la divaricazione dei “sentimenti civili” che l’ultimo Rapporto Censis sulla società italiana (estendibile a tutto l’Occidente) individua nello scontro tra “nostalgia” e “rancore” – dimostri di avere una elaborazione progettuale per superare questo scontro e introdurre un principio di “speranza” nutrito programmaticamente da misure di etica sociale ed economica per una soluzione né retrogada né violenta;
  • accreditare la proposta di chi dimostra – anche a rischio del proprio successo – di preferire il combattimento contro l’astensionismo e per la partecipazione, introducendo contenuti e proponendo strategie a lungo termine, rispetto alla pura e autoreferenziale conservazione di ruolo;
  • accreditare chi, anteponendo l’etica nel rapporto tra politica e scienza, sceglie il percorso dei diritti e della educazione (spiegazione delle complessità) rispetto al paradigma (esemplare nei contesti autoritari) del segreto e del silenzio.

Ci si consola, qualcuno dirà, con poche “buone parole”.

Ma sentendo la responsabilità di non fidarsi solo della propria legittima nostalgia e di non cedere alle rabbie occasionali, a volte anche le buone parole possono diventare, se condivise, buoni propositi.

Anche in forma di commento al libro di Edward Luce (già speech writer della Casa bianca clintoniana , e commentatore del Financial Times), Il tramonto del liberalismo occidentale, appena tradotto da Einaudi, con introduzione di Gianni Riotta.

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