L’identità lombarda. Una storia aperta al mondo

Articolo pubblicato su La Voce Metropolitana (giornale on line di Milano) la sera di lunedi 5 febbraio 2018.

 

Per presentare qui  un incontro a Milano previsto  il prossimo sabato 10 febbraio

 

Stefano Rolando

 

Cinque anni fa

Cinque anni fa la campagna del centrosinistra per le elezioni regionali in Lombardia mi ha occupato h.24 per alcuni mesi, quelli in cui – prima le primarie, poi la contesa diretta con Maroni – si è cercato di rendere la Lombardia contendibile mostrando che una classe dirigente nuova e diversa era possibile, già in partita, pronta a superare vecchie barriere ideologiche e a puntare sul riformismo pragmatico per fare uscire la regione dalla crisi e per qualificare vita, lavoro, società, servizi di una popolazione di dimensione nazionale più che territoriale.

Nel 2013 c’era il volto liberale di Umberto Ambrosoli che fu in grado di montare in due mesi una civica territoriale che superò i sette punti e una coalizione con il Pd (il “patto civico”) che fece spuntare il risultato in tutti i territori urbani. La crisi ancora attanagliava, la paura ancora dominava i sentimenti collettivi, la comunicazione sbruffona del centrodestra prometteva il paradiso e una parte del territorio valligiano non usciva dal suo stereotipo localista. 4 punti e rotti segnarono la differenza nelle urne, con un risultato positivo ma non sufficiente a fare il cambiamento necessario per dare alla Lombardia l’indirizzo di una cerniera strategica tra l’Italia, l’Europa e il mondo. La sua missione naturale.

 

Il candidato per il dopo crisi

Ora, cinque anni dopo, la proposta del centrosinistra ha mantenuto una certa fisionomia. Un candidato della società civile produttiva, Giorgio Gori, un programma di sviluppo sostenibile, nessun cedimento populistico e demagogico, un’idea economica attenta all’impresa e al sociale, il tema del lavoro declinato non a chiacchiere, il patto tra la regione e le città disegnato per ridurre i conflitti interni e procedere come “sistema” a soluzioni adatte al progetto necessario per la fuoriuscita definitiva dalla crisi.

Il profilo con cui il centrodestra – logorato da una stagione di non governo, scioccato dall’inspiegato cambio di candidato, con una comunicazione sprovveduta rispetto alla complessità dei temi sul tavolo – affronta questa volta le elezioni, sta tutto nella vicenda metaforica del lapsus sulla “razza bianca” con cui Fontana ha cominciato la corsa. Correre dietro all’arroccamento psicologico e culturale di un elettorato che ha accettato da anni l’idea che speculare sulle paure è più semplice che crescere nella conoscenza e nella responsabilità.

Questa la ragione per cui – seguendo questa volta senza responsabilità “totalizzante” la campagna di Gori – ho limitato ai miei ambiti di competenza le occasioni per dare un contributo. Gli ambiti sono quelli che riguardano il “nodo identitario” di una politica rivolta a un popolo che, pur non essendo omogeneo, ha però la necessità di ritrovarsi il più largamente possibile in un comun denominatore di appartenenza, di sentimenti civili, di sguardo storico e di visione delle prospettive. Ai tavoli, che qualche mese fa hanno generato le idee della campagna ho portato il mio contributo, invitato da Daniela Mainini, sul tema del “brand della Lombardia” distinto dall’immagine di Milano ma nemmeno scioccamente antagonista con quella grossa leva del cambiamento e dell’attrattività che la città capoluogo è diventata.

 

Tra storia e sviluppo

Al dibattito invece sul rapporto tra storia e sviluppo, eccoci a una ventina di giorni dall’apertura delle urne a discutere di quella formula di “identità aperta” che smentisce la visione entropica e serrata che i protagonisti  della nuova destra italiana ed europea intendono dare al profilo identitario.

Il punto di attacco dell’evento di sabato 10 febbraio  sta in queste parole: “per recuperare nelle politiche culturali e sociali della Lombardia la parola identità, oggi ridotta ad espressione difensiva dopo 23 anni di governo della regione influenzato da leghismo, sovranismo, localismo; per valorizzare pienamente le fonti di una vicenda identitaria che guarda da sempre all’Europa e al mondo intero come ambito di confronto, di crescita, di libertà”.

L’analisi comincerà dall’intervento (video-collegato da Brescia) dello stesso Giorgio Gori. Una proposta politica collocata culturalmente e psicologicamente nel dopo crisi, pur consapevole dei tanti problemi da affrontare e risolvere per un pieno controllo della nuova fase. Il che significa non agire e soprattutto non pensare più all’ombra della nuvola nera delle “paure collettive”, attorno a cui agisce e pensa ancora oggi una parte rilevante dell’offerta politica del centrodestra. Lo spunto del programma elettorale è chiaro al riguardo: “All’Europa delle piccole patrie e dell’impotente sovranismo invocato dalle destre e dalla Lega, che rappresenta una potenziale negazione dello stato di diritto, alla demonizzazione “schizofrenica” delle istituzioni europee di Di Maio e del Movimento 5Stelle e alle ambiguità verbali dei discorsi di Berlusconi sull’Europa noi rispondiamo con l’Europa delle Regioni ovvero “Più Lombardia in Europa e più Europa in Lombardia”.

 

Interpretazione e gestione

Alla discussione, che introdurrò  su questi elementi, contribuiranno docenti universitari  che sulla connotazione di “identità aperta” ragionano in senso economico (Andrea Boitani, Cattolica) e in senso storico-culturale (Giuliana Nuvoli, Statale) insieme a operatori culturali istituzionali che nella gestione delle competenze museali, progettuali, creative, di fruizione collettiva creano le condizioni di far convergere tradizione e innovazione, storie di appartenenza e connessioni con il mondo, in particolare Filippo Del Corno, assessore alla cultura a Milano e Paola Bocci presidente della commissione cultura di Palazzo Marino, mentre le due responsabili della cultura di Bergamo e Brescia, Nadia Ghisalberti e Laura Castelletti, se si confermerà che saranno impedite ad intervenire forniranno ulteriori contributi come ugualmente farà il sindaco di Cremona Gianluca Galimberti, che ha anche la delega alla cultura, impegnato nello stesso giorno a Madrid per il trasferimento lì di una mostra speciale per la cultura identitaria della sua città.

 

Per un radicale cambiamento di governo della Lombardia

Il tema affrontato fa da cornice ad alcune ragioni che postulano la necessità di un radicale cambiamento di governo della Lombardia.

  • Una prima ragione sta nel fatto che la discussione su questa materia non funziona se si alzano solo barricate ideologiche a quella deriva intrisa di xenofobia e razzismo. Ciò diventa opportunismo elettoralistico, cavalcato infatti da una certa sinistra, ma sposta poco il convincimento di quei vasti ambiti sociali che hanno bisogno di comprovate argomentazioni. Ecco perché il modello di approccio – al tempo stesso economico e culturale – che nell’Europa riformatrice è capace di soluzioni sociali si va consolidando rispetto alle trasformazioni in atto di cui i processi migratori sono parte integrante. Si leggano i contributi della sociologia e della demografia più attente: Stefano Allievi, sociologo delle migrazioni, scrive in questi giorni che urlare (cioè porre problemi senza risposta) non ferma le migrazioni, che saranno sempre di più in Europa, chiedendo invece soluzioni non solo emergenziali. Esse hanno bisogno di una opinione pubblica non eccitata ma governata.
  • Una seconda ragione sta nell’analisi della crescita dei flussi turistici a Milano e in Lombardia che hanno preso un trend in forte crescita non a fronte di una proposta di ambiente incontaminato fuori dalla modernità, ma proprio nel momento in cui Expo portava il mondo in casa e in cui l’attrattività conquistava numeri importanti attorno ad una qualità della vita coerente con lo stare in condizioni internazionali di sviluppo tecnologico ed estetico.
  • Una terza ragione resta quella legata ai processi produttivi e all’economia dei servizi in cui da molti anni il territorio della Lombardia ha la necessità strutturale di veder garantita dall’immigrazione governata una quota importante di occupazione nell’agricoltura, nei processi industriali, nell’artigianato e nei servizi che ha come precondizione l’uscita da ogni emergenzialità e l’investimento in garanzie di integrazione a protezione sia delle dinamiche economiche che di quelle della sicurezza.

 

Quel che vuole sentirsi dire il laborioso popolo lombardo

Consideriamo che i ventitré anni di governo di centrodestra in Lombardia hanno visto Forza Italia e Lega, ora tra loro competitive e solo strumentalmente alleate, dividersi spesso i compiti, la prima attorno all’economia e agli interessi, la seconda (con modestissimi risultati) attorno alle politiche culturali intestate ai fattori identitari.

Entrambe hanno mescolato prima alcune intuizioni (la cultura del mercato e la centralità della persona nell’economia e il ruolo dell’appartenenza in un modello sociale sempre più ibridato) poi molte distorsioni (la rete degli affari in essere ha modificato la capacità di fissare le necessarie priorità nell’economia e cavalcare le onde repulsive e centripete è diventato “modello culturale” sinonimo stesso di leghismo associato all’onda xenofoba europea per rilanciare un partito in declino).

Questi governi ormai senza strategia e con equilibri instabili sono la peggiore notizia che il laborioso popolo lombardo – che studia e lavora immaginando un rapporto sinergico e non aggressivo con le istituzioni – vuole sentirsi dire in occasioni in cui si sceglie per cinque anni una classe dirigente. Il ciclo di quelle formule di governo si è compiuto e non basta alzare i toni o promettere la luna per annebbiare il cervello a milioni di persone che hanno la testa per pensare e gli occhi per vedere, i cui figli vanno in scuole in cui l’ibridazione sociale è in corso da anni e attorno a cui prevale lo stimolo alla conoscenza e non la riluttanza razzistica.

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