Un dibattito su “L’identità lombarda” e un articolato messaggio di Giorgio Gori

                                                   

 

Due serrate ore di discussione attorno al tema “L’identità lombarda. Una storia aperta al mondo“. Convincere i lombardi, anche quelli una volta sedotti dagli stereotipi dell’archetipo celtico, che adesso quello è il confine di una ridotta, non del grande crocevia europeo e internazionale che sono sempre state Milano e l’intera Lombardia. Dunque un problema di interessi generali. Economici, sociali, culturali. Dopo “Razza bianca” non si può non parlarne. Dopo Macerata, il problema è in agenda in tutti i territori del Paese. Dopo la nomina a senatrice a vita della milanese Liliana Segre, la cultura dell’indifferenza deve essere un tema di campagna elettorale. Fin qui la mia introduzione.
Giuliana Nuvoli (storica della letteratura) e Andrea Boitani (economista) hanno dato profondità al tema della Lombardia europea e aperta ai processi globali. Nadia Ghisalberti e Filippo Del Corno hanno raccontato come le politiche culturali nel territorio possono agire contro lo stereotipo (ma anche a favore, così come è successo da anni per l’assessorato leghista alle “identità culturali della Lombardia”). Chiara Cremonesi e Paola Bocci hanno parlato dei ruoli di indirizzo delle assemblee regionale e comunali.

 

Articolato il messaggio scritto di Giorgio Gori (impegnato a Brescia) che è stato letto.

L’identità lombarda. Una storia aperta al mondo

INTERVENTO DI GIORGIO GORI – 10 FEBBRAIO 2018

Grazie a tutti coloro che prendono parte all’incontro promosso da Stefano Rolando sul tema “identità lombarda” – professori, assessori, operatori culturali – riuniti oggi nella nostra sede a Milano, con il dispiacere di non essere con voi fisicamente, ma siamo entrati in una fase di particolare pressione della campagna e oggi si è resa necessaria la mia presenza a Brescia. Scusatemi per questo, ma non voglio far mancare una parola di apprezzamento e anche nel merito della discussione.

  1. Il tema non è astratto (per quanto abbia un necessario aspetto teorico). Non intendiamo alzare barricate ideologiche per tutta la campagna contro il  lapsus del candidato del centrodestra che ha invocato un diritto per la “razza bianca” ad avere politiche di salvaguardia. Anche se il lapsus non è apparente. E’ un’inclinazione a lisciare il pelo di un segmento di  elettorato che coltiva sentimenti oscuri su cui è inutile ricamare attenuanti, quando quel razzismo è tornato ad essere questione evidente in Lombardia e in Italia. E’ vero che tale questione, proprio in questo periodo attorno al “Giorno della Memoria”, ha visto fronteggiarsi due letture della nostra storia.  Le parole in politica pesano. E si tratta di parole che hanno alle spalle un modo di intendere la “diversità” che noi reputiamo lontano dagli stessi punti fondamentali della Costituzione. Altro che invocare la Costituzione per farle dire il contrario di quello che essa da settanta anni dice in modo inequivoco!
  2. Ciò detto spostiamo il tema sulla prospettiva. Dietro a questa inclinazione ci sono – con enfasi diverse – politiche che sono state promosse soprattutto in Lombardia e soprattutto dal centrodestra al governo da 23 anni che hanno riguardato le “identità culturali e quindi il patrimonio simbolico essenziale attorno a cui ci sentiamo appartenenti, ci sentiamo aperti o chiusi agli altri, ci sentiamo o non ci sentiamo parte di dinamiche che riguardano la complessità del mondo in cui viviamo e non solo il nostro orto.
  3. Il mio proposito è di guardare ad un rinnovamento delle politiche culturali interpretando la parola “identità” come una storia straordinariamente diversa dalla connotazione difensiva e trincerata che tutte le politiche che accennano al cosiddetto sovranismo – o che cinguettano con il fenomeno sovranista europeo – finiscono per adottare e promuovere. So bene che nel centrodestra ci sono opzioni disparate (e per alcune forze politiche anche “non opzioni”, ma opportunismi e adeguamenti a ciò che il marketing politico suggerisce caso per caso). Ma la specificità della forma di alleanza che ha tenuto a bada certe diversità in Lombardia da molti anni ha sempre tenuto in conto questo carattere espresso soprattutto dai leghisti che cerca di intendere per “identità culturale” una parte delle motivazioni del principio “Lombardia first”. E’ evidente che chi si propone di governare un territorio complesso e plurale come la Lombardia ha vedute prioritarie sugli interessi generali dei propri cittadini, delle proprie comunità, delle proprie imprese. Ma tutti noi sappiamo bene che questa cosa è ben diversa dal principio di considerare “prima” la propria presunta specificità nel momento che tale idea riduce la cultura del confronto, riduce la cultura seriamente competitiva, riduce la cultura dell’importanza di metabolizzare alcune dinamiche mondiali per stare all’altezza delle sfide che il mondo stesso ci pone.
  4. Ecco perché è giusto ragionare su questa nostra “specificità” e sulla sua storia. E non manipolare in senso riduttivo, primitivo, anti-espansivo ciò che un grande territorio rappresenta. Un territorio che ha visto agire la capitale del Sacro romano impero, le fondamenta della costruzione plurinazionale dell’Europa, le dinamiche finanziarie e creative del Rinascimento aperto all’innovazione, la collocazione all’interno di una visione dell’allora globalizzazione (fin dai tempi dell’egida spagnola sui nostri territori), la costruzione della modernità misurandoci con modelli istituzionali di mezza Europa e nel ‘900 il profilarsi di una dimensione di “terra di mezzo” (Milano e tutta la Lombardia) che ha la sua forza nell’essere crocevia e non una ridotta.
  5. Cultura e turismo restano due leve strategiche dell’attrattività. Nel campo della cultura c’è la creatività, c’è il patrimonio, c’è il portato di una delle maggiori reti di università dell’Europa, alcune delle quali antichissime e di reputazione internazionale, che ha bisogno di affrancarsi totalmente dal rischio di subire l’immagine di quel sovranismo campanilistico e localistico, che alla fine diventa una politica per la cultura che esprime più la parola “contro” che la parola “per”.
  6. La faccio breve in termini di analisi. Perché mi affido molto al vostro ragionamento. Ma qui c’è un pezzo della nostra proposta di recupero della cooperazione nazionale, europea e internazionale in un campo in cui regionalmente non abbiamo brillato per troppi anni, mentre gli assessorati alla cultura delle nostre città, magari facendo i miracoli con risorse contenute, hanno tenuto una salda posizione di qualità, di pubblico, di reputazione, che oggi deve trovare una sponda altrettanto solida e moderna nell’istituzione regionale.

Leave a Reply

Your email address will not be published. Required fields are marked *

Fooding Theme by WPStash