Parole da ripensare e consolidare: federalismo e partecipazione.

 

 

A margine di una tavola rotonda promossa a Milano da “Più Europa”[1]

 

Stefano Rolando [2]

 

Malgrado la presenza in campagna elettorale di una lista (guidata da Emma Bonino) che fa riferimento esplicito – e in controtendenza – al tema Più Europa e malgrado qualche evento dedicato con formule generali agli “Stati Uniti d’Europa” (quello che ha avuto più evidenza promosso il 20 gennaio a Milano dal PD), gli accenni europei nella campagna elettorale ormai verso l’apertura delle urne sono stati, come era prevedibile, marginali e la maggior parte dei risvolti hanno ripreso la campagna polemica diversamente distribuita tra nazionalisti, sovranisti, euroscettici ed euroconfusi (tra questi ultimi, per evidenti oscillazioni tattiche vanno annoverati i “5 stelle”).

Per guardare lungo e parlare più in concreto di Europa c’è voluta la caparbietà di Marco Cappato (parte della governance di Più Europa, ma non candidato) che, a più riprese, ha sostenuto la tesi del “lungo sentiero” che passa attraverso il 4 marzo per poi dare senso, nelle scelte di organizzazione e di contenuto, a parole d’ordine che anche alcuni “europeisti” ripetono con una certa incertezza motivazionale. Da qui un incontro a Milano su due di queste parole, al tempo stesso “abusate” ma anche “fragilizzzate” che sono federalismo e partecipazione.

Ricompongo qui alcuni elementi del mio intervento nell’occasione (pronunciato naturalmente più in sintesi, ma predisposto sulla traccia qui riprodotta).

 

Si può ripartire dal federalismo?

 Cominciando proprio dal “federalismo”. Parola originata dall’etimo latino foedus (patto) che dovrebbe riguardare, nel percorso di costruzione politico-istituzionale, l’impegno di un insieme di entità territoriali autonome a condividere costituzione e governo. Due obiettivi verso cui l’Europa è in marcia da 60 anni, ma senza mai riuscire (trasferimenti di competenze e riforma in senso costituzionale del ruolo dell’Esecutivo, oggi relegato a Commissione tecnico-politica) a compiere il passo di equipollenza rispetto all’ordinamento degli Stati Uniti d’America.

Il federalismo ha scaldato cuori di diverse generazioni, ma attorno al nesso Italia-Europa ha prodotto anche equivoci, perdita delle radici teoriche, riduzione all’ambito fiscale, rimpicciolimento “ambientalista” per fronteggiare i processi globali contemporanei, un uso non improprio ma sgangherato da parte del leghismo e alla fine una condizione di sopravvivenza.

Eppure proprio l’Italia avrebbe potuto essere un paese culturalmente e costituzionalmente fondatore di questa prospettiva non solo per l’auspicio del famoso “Manifesto di Ventotene” con cui Altiero Spinelli, Ernesto Rossi e Eugenio Colorni immaginavano, dal confino,  una soluzione definitiva per il superamento della guerra e la conservazione della pace, ma per le stesse scelte costituzionali al tempo dell’Unità (1861) quando la maggioranza cavouriana del Parlamento Regio avrebbe optato volentieri per la soluzione federale se non fosse stato per la stessa inclinazione realistica cavouriana che, di fronte alle fragilità organizzative e militari  del nuovo Stato e alla presenza nei territori dei briganti (al sud) e della Chiesa (reattiva all’unità per via di Porta Pia), avrebbe condotto ad archiviare l’ipotesi federalista preferendo importare il modello francese dello Stato prefettizio, poi perfezionato, diversamente, dal giolittismo e dal fascismo.

Allo stato – per quanto dispongono i trattati – quel foedus, quel patto, deve ancor oggi riguardare in Europa un sistema di azionisti che sono gli stati nazione; pur con l’evidenza di un sistema di autonomie territoriali (in cui l’inclinazione del peso politico-economico sta spostandosi dalle regioni alle città) che contano nei fatti ma che sul piano istituzionale restano confinate al rapporto consultivo.

Mentre i patti della fase costituente dell’Europa partivano dalle questioni economiche e mentre i patti dell’allargamento sono stati determinati da prevalenti argomentazioni geopolitiche, il “patto federalista” implica oggi una trattativa – che allo stato si presenta sotto forma di contesa intricata – sugli aspetti irrisolti della questione identitaria.

 

Il “patto federalista” e gli irrisolti identitari

“Contesa intricata” perché c’è un problema a est, diciamo, con le nazioni ex-comuniste che, private dell’identità nazionale sotto il comunismo, fanno finta di non capire che la sottrazione di sovranità operata dall’Europa li vede protagonisti (in Commissione a parità di un voto a testa), come “azionisti”.  E vivono male, con progressivo scivolamento euroscettico, l’idea di un nuovo superamento convergente delle identità nazionali. C’è un problema baltico che ha la sua specificità identitaria come “difesa confinante” antirussa. C’è un problema inglese (in parte risolto con la Brexit, in parte gravante comunque sulla cultura europea) attorno al rapporto con il processo di globalizzazione in cui gli stati europei convengono per lo più di non poter essere più da soli “global player” ma in cui il Regno Unito (soprattutto le generazioni adulte e anziane) pensano di non poter rinunciare all’idea di se stessi come “global player”. C’è un problema euro-balcanico in cui i “piccoli territori” (staterelli o regioni) non hanno mai finito di avere sfiducia dei propri stati e non hanno ancora capito (si veda la Catalogna) che la via d’uscita non è il secessionismo ma l’europeismo federale. Impossibile far sintesi qui, ma come si vede il presupposto culturale identitario è frammentato.

Più in generale l’Europa è – con dato confermato dall’inizio della crisi finanziaria, cioè dal 2008 – spaccata in due (popoli e governi uniti in due “partiti” contrapposti) tra chi quando pensa all’idea europea pensa al mercato e chi invece pensa all’identità politica. Divisione finora irrimediabile attorno a cui comincia una certa elaborazione realistica [3] di raccordare pragmaticamente i due fronti senza cercare di ricomporli ideologicamente. Il che comporta un presidio sul tema di un ceto politico europeo ancora più robusto, competente e negozialmente forte di quello che abbiamo conosciuto in tempi diversi diciamo così “progettuale” (da Jacques Delors a Romano Prodi).

Proprio il tema di questo “diverso negoziato” costruito su interessi, valori, diritti in modo più flessibile porta dritti a verificare l’insufficienza di soluzioni tutte interne alla politica o tutte interne agli equilibri tra i poteri economico-finanziari (due modalità di rappresentazione dell’Europa molto invalse).

Partecipando anni fa ad una conferenza sulla democrazia partecipativa in Italia e in Europa, Alberto Quadrio Curzio spiegò la specificità della “eurodemocrazia” ammonendo a non risolvere i processi partecipativi e di condivisione solo nel rapporto tra istituzioni e mercato ma ricordando la pari enfasi attorno al ruolo della società[4]. E’ certamente difficile promuovere “dal basso” – cioè attorno alla rappresentazione di valori e diritti – condizioni permanenti di pressione sul cambiamento delle regole generali, quando nella “sfera pubblica” quel contesto spaccato che si è descritto prima ha una prima evidente connotazione, quella di depotenziare, a volte persino azzerare la qualità comunicativa, quindi proprio la “rappresentazione” che costituisce il teatro preferito dai soggetti sociali per far sentire la propria voce.

 

La partecipazione. Esserci o contribuire?

 La vecchia domanda della politica democratica ha avuto risposte nel tempo commisurate alla crescita di complessità della natura di problemi che, da un lato ha rafforzato la delega e il profilo rappresentativo dei modelli democratici;  ma che da un altro lato ha anche segnalato che senza evidenti percorsi di co-decisione popolare il ritiro di fiducia costante verso i soggetti della rappresentanza e verso i partiti politici porta all’inevitabile sterilizzazione di qualunque “utopia sostenibile”[5]. Dunque ha condotto sia alla riduzione di adesione ai modelli del “prendere parte” (ovvero della partecipazione elettorale) sia alla non generazione, morte in vitro, di nuovi progetti utopici vissuti “essendone parte”.

L’Europa è in stallo su entrambi i corni, malgrado l’enorme architettura materiale e immateriale che esiste. Per questo oggi ogni sforzo di partecipazione politica comporta l’individuazione di elementi praticabili di co-decisione. Ma sapendo che il dossier formalmente inquadrato in Europa nel Trattato di Lisbona[6] è stato oggetto di molti tentativi di animazione, pur producenti moltissimi eventi e pratiche virtuose, pur sostenuto da una demoscopia sempre di significativo sostegno alla potenzialità che ong e associazionismo possano produrre effetti importanti, ma che osservatori seri e studiosi di questi processi considerano ancora un “cantiere” non una componente strutturale (diritto praticato da parte dei cittadini e massa critica delle operazioni di sussidiarietà) dei processi decisionali. Vero è che in materia di “democrazia partecipativa” una tesi piuttosto accreditata è che, malgrado le recenti condizioni descritte, l’esperienza parlamentare europea è più avanzata di quella dei parlamenti nazionali prendendo in considerazione proprio l’iter istruttorio dei provvedimenti, il lavoro organizzato di coinvolgimento attorno a “libri bianchi” e “libri verdi” (qui soprattutto per merito della Commissione) e in generale un quadro procedurale che struttura l’ascolto in modo più moderno. Quindi il tema di immediata prospettiva – le elezioni del nuovo Parlamento europeo sono nel 2019 – può contare su un retroterra di esperienza che conta su numerose pratiche e su procedure affinate.

E può contare anche su un’ evoluzione di pensiero, nell’ambito delle democrazie cosiddette “liberali”, che, ben orientato a migliorare la qualità partecipativa, non cede alla visione di chi contrappone questa forma di democrazia a quella “rappresentativa” attorno a cui, soprattutto in questa fase storica, cedere può significare creare condizioni di “piano inclinato” circa derive autoritarie sempre possibili.

Poche voci si sono espresse – utilizzando le luci accese della campagna elettorale – in questo periodo elettorale e, proprio guardando al breve tratto 2018-2019,  tra di esse il maggior merito e il maggior rilievo è stato assunto dal Movimento europeo, presieduto da Pier Virgilio Dastoli,  che, nel giorno dell’anniversario del Trattato Spinelli, il 14 febbraio 2018, ha presentato in conferenza stampa alla Camera dei Deputati il “Patto per la democrazia partecipativa e di prossimità nell’Unione europea, Decalogo per un’Europa unita, solidale e democratica, strumento di pace in un mondo globalizzato[7], che è stato sottoscritto da 88 esponenti politici (candidati alle elezioni, larghissimamente i candidati di Più Europa ma anche di Insieme, del Partito Democratico e di Liberi e Uguali) e da 160 accademici (tra cui chi qui scrive). Si sta parlando di una mobilitazione che riguarda temi nodali del futuro dell’Europa:  la ridefinizione di un Welfare europeo e contro le disuguaglianze;  la strategicità dei temi green, come la lotta ai cambiamenti climatici, in cui l’Ue ha un ruolo di primo piano; l’indilazionabilità di un governo condiviso con strumenti sovranazionali dei flussi migratori. Eccetera.

I due temi oggetto di questa discussione  entrano così nella proposta del “dopo 4 marzo” di un nuovo soggetto politico come Più Europa che, se riuscirà a dare un volto plurale al suo radicamento (già delineatosi nel rapporto tra le diverse  componenti che hanno gestito le elezioni e sostenuto anche da altri soggetti che stanno nel perimetro del riformismo liberaldemocratico), cercherà proprio di incarnare in ambiti sociali predisposti (la scuola, la scienza, l’educazione, l’ambientalismo, i servizi sociali, il civismo organizzato attorno ai beni comuni, eccetera) lo sforzo di non aspettare solo dal confronto tra politica rappresentata e interessi rappresentati il dialogo necessario per “fare più Europa”.  Nessuno ha il monopolio di un’attitudine che vincerà proprio se saprà trasformarsi in una condizione ordinaria dei comportamenti che riguardano il “modo di far politica”. Ma la compatta sottoscrizione da parte dei candidati di Più Europa del Decalogo che propone una nuova priorità in agenda di questa strategicità della partecipazione alza la posta del lavoro politico tra il 2018 e il 2019 e richiede una contaminazione transnazionale di eccezionale portata.

[1] Domenica 25 febbraio, con i contributi di Marco Cappato, Luca Perego, Valerio Federico, Dino Guido Rinoldi, Marco Perduca, Giancarlo Pagliarini, Stefano Rolando, integralmente in Radioradicale al link:
https://www.radioradicale.it/scheda/534423/federalismo-partecipazione-democratica
[2] Professore all’Università Iulm di Milano, presidente del consiglio nazionale del Partitodiazione
[3] Tra i contributi in Italia quello di Antonio Armellini e Gerardo Mombelli, Né centauro, né chimera. Modesta proposta per un’Europa plurale, prefazione di Giuliano Amato, Marsilio editore, 2017.
[4] Alberto Quadrio Curzio, La specificità dell’eurodemocrazia, in Democrazia partecipativa in Italia e in Europa, programma di ricerca e discussione coordinato da Stefano Rolando, Franco Angeli, 2006.
[5] L’espressione è di Enrico Giovannini e sta nel titolo di un suo recente saggio dedicato al raggiungimento entro il 2030 degli obiettivi di sviluppo sostenibile fissati dall’ONU e, in parallelo, alla più rapida conferma, per noi, di un’estensione europea condivisa del modello di sviluppo (L’utopia sostenibile, Laterza, 2018),
[6] Il Trattato di Lisbona, firmato il 13 dicembre del 2007, sancisce la complementarità tra democrazia rappresentativa e democrazia partecipativa riprendendole rispettivamente agli articoli 10 e 11. Inoltre, l’articolo 10, paragrafo 3, del Trattato conferisce ai cittadini «il diritto di partecipare alla vita democratica dell’Unione», e, precisando che «le decisioni sono prese nella maniera il più possibile aperta e vicina ai cittadini», rinvia alla necessità di applicare il principio di sussidiarietà.
[7] Il testo integrale del decalogo è al link: http://www.movimentoeuropeo.it/images/Documenti/Patto_per_la_democrazia_partecipativa_e_di_prossimit%C3%A0_nellUnione_europea_-_Decalogo_per_unEuropa_unita_solidale_e_democratica_strumento_di_pace_in_un_mondo_globalizzato.pdf

 

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