Congedi. Carlo Ripa di Meana (1929-2018)

Nel modo un po’ sommario e gossiparo con cui la tv tratta notizie che – per trovar posto in palinsesti dominati dalla questione della audience – debbono essere di riconoscibilità popolare, la “notizia” della scomparsa di Carlo Ripa di Meana, la sera del 2 marzo 2018 è stata rubricata come “la morte del marito di Marina”. Lo stesso Carlo avrebbe elegantemente sorriso di questo trattamento, non potendo negare che quella scelta matrimoniale aveva occupato, con tratti all’inizio renitenti e poi via via furibondi e talvolta esagerati, una storia ininterrotta durata 35 anni. Dunque qualcosa di certamente pertinente per la sua vita.

Vita a cui, invece, Vittorio Emiliani – attento alle biografie della sua generazione (che da qualche tempo tratta con grande efficacia in una rubrica di Radioradiocale) – presta con cognizione di causa un’attenzione ben più articolata[1], indagando su quella che alla fine considera la “vita di un socialista libertario” compiendo, sugli snodi più significativi, delle connessioni che sono forse più importanti dei fatti stessi.

Aplomb, eleganza, fermezze di principio, savoir faire, stoccatine e coerenze, stanno anche nella genetica e nell’araldica. Carlo nasce marchese di Meana, casato di origine piemontese, nell’estiva solitaria e allora dannunziana pineta versiliese dell’agosto del 1929 (per l’esattezza nella frazione Fiumetto di Marina di Pietrasanta), figlio di Giulio (Venezia 1899-Roma 1968) e di Fulvia Schanzer, a sua volta figlia del senatore e ministro giolittiano Carlo Schanzer. Ha portato dunque  i titoli nobiliari di nobile dei marchesi di Giaglione, marchese di Meana, signore di Alteretto e Losa, nobile dei signori del marchesato di Ceva. Lo stesso Vittorio Emiliani ricorda che Fulvia Shanzer ebbe parte non banale nella resistenza romana conquistandosi la croce di guerra per atti di grande coraggio. Così che i primi passi nella vita politica sono per Carlo nel mondo che, finita la guerra, confina con l’eredità politica della Resistenza e, nel suo caso, in quella mescolanza politico-intellettuale che è il PCI di linea ingraiana che in piena guerra fredda non ha dubbi di scegliere la “via dell’est”. E’ lo stesso Pietro Ingrao che, avvertendo alcune doti del giovane Meana, lo spedisce nei primi anni ’50 a Praga per occuparsi di un mensile rivolto al mondo studentesco, in un crocevia di esperienza già tra est e ovest che in quella città muovono giovani di tutto il mondo. Dall’Italia saranno anche due leader della goliardia italiana – Bettino Craxi e Marco Pannella nelle loro frequentazioni praghesi – a porre dubbi al giovane marchese comunista, fino a portarlo – a riporto delle decisioni che Antonio Giolitti assumerà nel 1956 (unico politico che ruppe allora con il PCI dopo i fatti di Ungheria) – alla stessa scissione che vedeva insieme non pochi intellettuali che maturavano un orientamento socialista e democratico (tra di essi Luciano Cafagna, Alessandro Pizzorno, Franco Momigliano) e – ricorda sempre Vittorio Emiliani – l’intera redazione napoletana di Paese Sera (con Antonio Ghirelli, Ruggero Guardini, Fausto De Luca e altri). I primi “giolittiani” approdano nel Psi, ancora stordito dalla batosta del 1948, ma già sulla strada del suo sentiero autonomistico  e a Carlo Meana tocca ancora un lavoro redazionale, di qualità, come la realizzazione della pregevole rivista Passato e Presente edita da Boringhieri (1958-1960), che sarà poi tra i fattori di rigenerazione della stessa rivista ufficiale del Psi Mondoperaio.

Inizia poco dopo il lungo periodo “milanese” di Carlo Ripa di Meana. La frequentazione di un ambiente borghese progressista che lo porterà alla guida del Club Turati, snodo del dibattito sulla cultura e la prassi riformatrice tra i più significativi in Italia negli anni ’60; al sodalizio personale con Gae Aulenti; alla presidenza – apparentemente non di primo piano, ma da lui utilizzata in senso politicamente molto innovativo – dell’Ente Provinciale del Turismo milanese. Teatro aperto all’Europa, stagioni culturali estive, convegnistica di gran livello, nella primavera milanese c’è molta influenza di un’instancabile animatore che – con Aldo Bassetti, Roberto Guiducci, Vico Magistretti, Luciano Bianciardi (che ne fa il protagonista de “La vita agra”) – segna un nuovo momento di alleanza tra politica e società civile. Negli stessi anni ’60 Carlo aderisce a Italia Nostra, intuisce con largo anticipo il futuro “movimento” ambientalista, le cui istanze ancora in quel decennio vengono piuttosto interpretate da un élite sociale.

Matura comunque il ritorno alla politica in senso stretto, che avviene ad avvio degli anni ’70 con l’elezione del primo consiglio regionale della Lombardia. Carlo Ripa di Meana è eletto nelle liste del Psi ed è presidente della Commissione Statuto. Ricorda Emiliani che – operatore di iniziativa culturale internazionale –  si stuferà nel giro di due anni della relativa scarsa funzione dell’assemblea legislativa (lo stesso Piero Bassetti, presidente fondatore di quella Regione si ”stuferà” nel giro di una legislatura, con motivazioni diciamo più politico-istituzionali) e comunque tornerà a rivolgere la sua attenzione all’ormai maggiore criticità del comunismo europeo, ambito in cui la cortina di ferro divide, anche in Italia, la sinistra in due fronti in eterno duello. Con questo spirito accoglie la nomina a commissario dell’ente Biennale di Venezia nel 1973 e ad immaginare qualche tempo dopo (è il 1977), con una forte sintonia con il nuovo segretario del PSI Bettino Craxi, una “Biennale del dissenso” che raccoglierà le testimonianze artistiche e intellettuali di una serie di paesi in sofferenza per mancanza di libertà di espressione.

La diplomazia sovietica agirà con ogni mezzo per impedire quell’evento, mettendo in difficoltà molti ambienti anche industriali italiani, aperti all’interscambio con l’est. E le strutture stesse della Biennale, nel “dissenso con la battaglia per il dissenso” faranno da supporto all’opposizione che il PCI esprime su quel progetto. In Biennale si dimetteranno Vittorio Gregotti (direttore dell’area Architettura), Luca Ronconi (Teatro) e Giacomo Gambetti (espressione della sinistra DC, cinema), nonché da altre funzioni Citto Maselli. Insomma, la provocazione va a segno, mette in agenda prima del ’68 un dato in più sul turbinio politico che sta arrivando, quello cioè di puntare alla critica del capitalismo non con la abituale voce propagandistica del comunismo sovietico ma associando est e ovest nella critica. Poi le pieghe della storia saranno più radicalizzate. L’evento entra nella storia politica europea. E stinge sulla presenza italiana al parlamento europeo in cui entrano nel 1978 lo stesso Carlo Ripa di Meana e, accolto nella delegazione del PSI italiano, anche Jiri Pelikan tra gli animatori politici del dissenso ceco.

Qui – racconta sempre Vittorio Emiliani (già storico della formazione della prima goliardia italiana in età repubblicana, con Pavia al centro degli eventi) – sarà importante la solidarietà personale, politica e professionale di Carlo con Gerardo Mombelli, radicale e socialista, che all’inizio degli anni ’70, già funzionario della Commissione europea era anche il portavoce di Altiero Spinelli commissario all’Industria.

Dunque dal 1979 al 1984 Ripa di Meana è deputato socialista al Parlamento europeo, mentre dal 1985 al 1992 diviene Commissario europeo alla cultura e all’ambiente nelle Commissioni Delors I e Delors II. Il ritorno in Italia è con ruolo di ministro, nel biennio 1992-93 all’Ambiente nel primo governo Amato. Nominato il 28 giugno 1992, si dimette il 7 marzo 1993 dopo aver votato nel governo contro la proposta del decreto sulla depenalizzazione del reato di finanziamento illecito ai partiti (governo Amato, ministro della Giustizia Conso).

Da lì si apre un’ulteriore stagione politica, che prosegue elementi di impegno precedente, proprio orientata all’evoluzione del movimento ambientalista. Dal 1993 al 1996 è portavoce nazionale dei Verdi, per i quali è nuovamente eletto deputato al Parlamento Europeo fino al giugno 1999. Il 2 maggio 1998 vota contro l’adozione dell’euro come moneta unica. L’argomento sarà oggetto di polemiche attorno a cui Carlo Ripa di Meana preciserà:  “oggi si propone non che lo stato europeo conii la moneta, ma che la moneta conii lo stato europeo… è un gioco pericoloso“.

Sempre con i Verdi dal marzo 2000 al marzo 2005 è eletto consigliere regionale in Umbria. Dal 2001 è Presidente del Comitato Nazionale del Paesaggio che ha le sue priorità nella lotta contro l’eolico selvaggio e la tutela dei centri storici e dei monumenti. Dal giugno 2005 al 2007 è presidente dell’associazione nazionale ambientalista Italia Nostra minacciata da una crisi finanziaria. Dal 2007 è presidente della sezione di Roma di Italia Nostra, che nel 2008 ha promosso la campagna contro la realizzazione di un grande parcheggio sotterraneo sotto il Pincio. Per il suo impegno nella tutela del paesaggio dal giugno 2012 al maggio 2015 è Presidente Onorario dell’Associazione Italiana per la Wilderness Onlus.

 

A questa nota biografica, sento di aggiungere un ricordo personale.

La foto che pubblico in accompagnamento, per salutarlo con sincera sofferenza (così come due mesi fa sono transitato con sofferenza nella loro casa di via Ovidio a Roma, per la scomparsa di Marina) è del 1986, a Venezia, in Fondazione Cini, lui commissario europeo alla cultura e all’informazione, io direttore generale a Palazzo Chigi, nel giorno di fondazione del “Club di Venezia”, il network della comunicazione istituzionale europea, concepito come infrastruttura informale del processo pragmatico dell’integrazione europea, a cui io portai gli esponenti nazionali e lui portò le istituzioni che allora si chiamavano “comunitarie”. Senza Carlo non sarebbe partita quella scommessa, a 40 anni dalla fine della guerra in cui l’informazione e la comunicazione delle nazioni era stata un’arma di guerra. E grazie a lui ancora oggi cento operatori europei, con tutte le istituzioni UE al tavolo, continuano il dialogo e il confronto.

Il giorno del ricordo di Gerardo Mombelli (portavoce di Spinelli e poi suo capo di gabinetto a Bruxelles) alla Rappresentanza UE a Roma qualche mese fa, ai primi di ottobre del 2017, dopo gli interventi di Giuliano Amato e di Massimo Teodori, Carlo, che faticando era venuto, aveva chiesto di parlare. La malattia rendeva la sintassi scomposta, ma il filo logico – per chi conosceva un po’ la trama dei rapporti – seguiva il suo corso e alcuni aggettivi erano perfino funambolici. Gli ero seduto poco vicino e mi venne naturale dargli un bacio. Sentivo che sarebbe stata l’ultima uscita. Poi, due mesi dopo, la scomparsa di Marina. Resistere a certe malattie richiede anche forti ragioni personali per vivere. E in altri due mesi, una vita intensa, a tratti tumultuosa, nel suo apparente aplomb, ha avuto fine.

Come succede per chi ci lascia con una lunga sequenza di eventi alle spalle, sono anche riandato ai primi incontri verso la fine degli anni ’70, quando gli chiesi uno scritto per commentare un capitolo sul dibattito riguardante la politica internazionale che sembrava languire nella base socialista nei due anni di fuoco, tra il 1976 (la segreteria di Craxi) e il 1978 (il congresso di Torino). Il libro raccoglieva e analizzava mille lettere all’Avanti! per cogliere come la svolta aveva avuto impatto sul corpo di un partito ormai di difficile sociologia ma certamente alla vigilia di grandi cambiamenti. Riporto qui un brano di quello scritto di Carlo che anche allora un poco mi stupì. Il vento dell’alternativa al “ritmo” di governo a guida democristiana, aveva molto spinto i cambiamenti del periodo. E nel dare priorità a questo carattere che corrispondeva al sentiment di tutto il nuovo gruppo dirigente, allora articolato in correnti, Carlo Ripa di Meana, credo responsabile della politica europea della direzione, non si conforma allo stile diplomatico governativo rassicurante. Ma, al tempo, cioè gli anni della presidenza della Biennale di Venezia, è trascinato da un’idea della politica che confina più con l’impeto che con il doppiopetto.

La storia della nostra politica estera – scrive – è spesso macchiata da squallidi episodi delle autorità italiane che hanno rinunciato alla dignità dell’incarico in cambio di un biglietto di aereo per visitare gli States (rileggere i documenti del Dipartimento di Stato USA pubblicati alcune settimane fa su Repubblica, dove un ex-presidente scomodava  ambasciatori per visitare il ranch di Johnson , le pizze e gli stornelli di Leone, eccetera). Oppure si è scelto per terminare l’opera, la strada della retorica e dei gesti tronfi e mal compresi. In molte situazioni si è vagato come ubriachi tra il silenzio dei servi (confondendo l’amicizia con gli altri paesi occidentali, a cominciare dagli USA, con il dovere presunto – e da nessuno forse neppure richiesto – di ubbidire senza discutere) e il clamore di iniziative retoriche e talvolta grottesche (basta pensare a certi comunicati a seguito di incontri con i grandi o a messaggi megalomani e consigli non richiesti distribuiti qua e là per il mondo a chi non sa cosa farsene). Da qualche anno esistono segni di cambiamento profondo. C’è un’inversione di tendenza nella politica estera italiana. Nel nuovo interesse stesso degli italiani per la politica estera. Il ’68 pesa positivamente, almeno in questo campo”. 

Libri scritti da Carlo Ripa di Meana

  • A visit to Viet-Nam (International Union of Students 1956)
  • Dedicato a Raymond Roussel e alle sue impressioni d’Africa (Rizzoli 1964)
  • Il Governo audiovisivo. Riforma e controriforma della radiotelevisione, con Gustavo Ghidini, Valerio Onida e Marco Sigiani (Note Politiche 1973)
  • Adieu à la terre (Lafont 1992)
  • Una politica per la terra (Muzzio 1993)
  • Sorci verdi (Kaos 1997
  • Cane sciolto (Kaos 2000) (autobiografia)
  • L’ordine di Mosca, fermate la Biennale del dissenso, con Gabriella Mecucci (Liberal 2007)
  • Le Bufale (Maretti Editore 2014)

 

 

 

[1] http://www.radioradicale.it/scheda/535289/Carlo Ripa di Meana

1 thought on “Congedi. Carlo Ripa di Meana (1929-2018)”

  1. Non comprendo questa frase: “Insomma, la provocazione va a segno, mette in agenda prima del ’68 un dato in più sul turbinio politico che sta arrivando, quello cioè di puntare alla critica del capitalismo non con la abituale voce propagandistica del comunismo sovietico ma associando est e ovest nella critica.” La Biennale del dissenso” è del ’77. Cosa sarebbe avvenuto “prima del ’68”?

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